Se il pentito depista e getta fango sul pm
TOGHE LUCANE. Michele Cannizzaro, signore della sanità privata, viene accusato di aver ordinato un duplice omicidio e di aver aiutato il padre di Restivo ad occultare il cadavere di Elisa. Ma non c'è alcun fondamento, e nessun rinvio a giudizio in questa “prova generale” del “caso Basilicata” di Woodcock. La conseguenza? Discredito sulla pm Genovese, moglie di Cannizzaro.
Cos’è più difficile, per un giornalista o per un “intellettuale”: criticare frontalmente sempre e comunque il potere (e quindi stare pacificamente dalla parte giusta), oppure tentare di raccontarlo, di capirlo, di distinguerlo tra “buono” e “cattivo”? Siamo abituati a considerare il potere in maniera avversa; ma siamo sicuri che la critica preventiva del potere non sia segno di superficialità e di viltà? Quanto coraggio ci vuole per difendere il potere ingiustamente accusato?
Felicia Genovese, il Pm che conduceva le indagini sulla scomparsa di Elisa Claps, nel 1999 è stata costretta a lasciare il suo delicato incarico. Perché? Proviamo a fare un passo indietro.
È il 29 aprile del 1997 quando Giuseppe Gianfredi, di 39 anni, e sua moglie Patrizia Santarsiero, di 32 anni, vengono uccisi a Potenza sotto gli occhi esterrefatti dei figli. Chi è Giuseppe Gianfredi? Di certo non è un mafioso di grosso calibro – è un piccolo malvivente che probabilmente è dedito all’usura. Ma subito si parla di esecuzione mafiosa. E si cerca di capire il perché di quella brutale punizione.
Bene. Nel 1999 un “piccolo” pentito della malavita locale, Gennaro Cappiello, classe 1971, uno che era stato arrestato per un’estorsione alla Prénatal, decide di pentirsi, e dice agli inquirenti tutto quello che sa. E colpisce al cuore Michele Cannizzaro, marito del Pm Felicia Genovese (la quale dava fastidio a troppe persone, Cappiello incluso, con le sue inchieste). Cosa dice di Cannizzaro il Cappiello? Dice che Cannizzaro sarebbe pesantemente coinvolto nella scomparsa di Elisa Claps. Ma Cappiello non ha le idee chiare. Dice che il padre di Restivo, Maurizio Restivo, avrebbe dato un assegno di 100 milioni di lire a Cannizzaro affinché lo aiutasse a far scomparire il corpo di Elisa Claps (poi sostiene di non essere sicuro che sia stato pagato con un assegno). C’è solo un piccolo particolare: Michele Cannizzaro non ha mai conosciuto in vita sua Maurizio Restivo. Ma, soprattutto, Michele Cannizzaro è molto ricco, perché è leader della sanità privata, e quindi non ha certo bisogno di soldi. Possiamo credere che uno dei medici più stimati e conosciuti di Potenza accetti un assegno di 100 milioni per far scomparire un corpo assassinato? Perché Cappiello mette in mezzo Cannizzaro? Ovviamente perché è il marito della Genovese, ma soprattutto perché è di origini calabresi (di Laganadi, in provincia di Reggio Calabria), e per qualcuno basta questo per considerarlo un personaggio legato alle ‘ndrine calabresi. Si tenga poi conto che Cannizzaro è stato il medico di famiglia di Cappiello, e quindi lo ha visto crescere.
Ma in che modo Cannizzaro avrebbe “provveduto” a far scomparire il corpo di Elisa? Chiedendo ai suoi “amici” calabresi (salvo aver lasciato la Calabria nel 1970) di farlo sciogliere nell’acido, oppure di murarlo in qualche pilastro dei cantieri della scala mobile di Potenza. Tutte cose senza fondamento.
C’è di più. Cappiello dice anche che Cannizzaro sarebbe stato il mandante dell’omicidio Gianfredi. E quale prova porta per avvalorare questa tesi? Il fatto che la sera del 28 aprile (la sera prima del duplice omicidio), per ragioni del tutto casuali, il medico Cannizzaro avrebbe parlato per 10 minuti con il Gianfredi, anche lui paziente di Cannizzaro. Si tenga conto che Gianfredi aveva avuto nei giorni precedenti una emorragia intestinale, con tanto di ricovero in ospedale, e quindi approfitta della presenza di Cannizzaro dalle parti della sua abitazione per chiedergli consigli sulla diagnosi e sugli accertamenti. Perché Cannizzaro avrebbe ordinato l’omicidio Gianfredi-Santarsiero? Si dice: per motivi di debiti di gioco. Peccato che Cannizzaro sia ricchissimo, e peccato che non giochi più a poker (puntate massime: 1 milione) da almeno 10 anni.
Nonostante la famiglia Genovese-Cannizzaro viva perennemente sotto scorta, con i carabinieri e la polizia sotto casa, qualcuno pensa di dipingerli come “anime nere” del potere lucano. Le cose purtroppo non stanno così. Cannizzaro non è mai stato rinviato a giudizio per nessuna di queste accuse, mentre Cappiello ha perduto lo status di pentito protetto dallo Stato. Ma questo nessuno lo dice.
Qualche moralizzatore a cottimo sostiene che Michele Cannizzaro sia un adepto della loggia massonica “Mario Pagano” di Potenza. Cannizzaro non smentisce di aver partecipato a due o tre riunioni di questa loggia all’inizio degli anni Novanta, ma sostiene anche di aver capito che era una stupida perdita tempo, ottenendo in poco tempo il decreto di “assonnamento” dalla loggia. E rimane comunque il fatto che Maurizio Restivo non ha mai fatto parte della massoneria, e che mai il Cannizzaro ha avuto modo di conoscerlo. Quindi nessun “affratellamento” di sangue tra i due.
Sostiene Cannizzaro, a proposito delle dichiarazioni del pentito: «Cappiello dice che prima dell’omicidio ci sarebbe stata una violenta lite tra me e Gianfredi, lite iniziata nel mio studio e terminata al contiguo ristorante La tettoia. Una cosa non vera, inventata di sana pianta. Infatti nessuno dice una cosa fondamentale, che io il primo marzo del 1996, un anno prima di quel presunto litigio, mi trasferisco come studio a via Pretoria. Le dirò di più: durante le dichiarazioni, Cappiello asserisce di essere stato a casa mia negli anni precedenti, ma nessuno gli chiede com’era fatta la mia casa all’interno. Ma la cosa più assurda è quando lui dichiara di avermi incontrato all’UBS di Lugano. Ma io a Lugano non ci sono mai stato in vita mia! Al massimo, da studente universitario di medicina a Pavia, sono andato a comprare le sigarette a Ponte Chiasso. Infine lui dichiara che io avevo fatto un prelievo in una filiale di Potenza di 300 milioni di lire. Peccato che io in quella banca non c’ero mai stato. Io non faccio mai operazioni in contanti. Tenga poi conto che io in quel periodo avevo sul mio conto circa due miliardi di lire. Purtroppo, per tutelarmi, sono costretto a dire le cose come stanno».
Le accuse infamanti assurde e sempre smentite a Michele Cannizzaro – e, di rimando, a Felicia Genovese, sospettata di essere stata “morbida” (nonostante lo abbia arrestato) con Danilo Restivo in quanto il marito avrebbe “eliminato” il corpo di Elisa Claps dietro lauto compenso – diventano immediatamente di dominio pubblico, e diventano, purtroppo, anche squallide chiacchiere da bar. Ma, soprattutto, le accuse di Cappiello a Cannizzaro rappresentano le prove generali del reboante “caso Basilicata” scoppiato presso la Procura di Potenza e di Catanzaro qualche anno dopo (Woodcock, De Magistris, ecc.).
L’unica cosa certa è che dopo 10 anni di vane intercettazioni, inchieste, sospetti a carico di Felicia Genovese e di Michele Cannizzaro, la giustizia ha perso molto tempo, moltissimi soldi (a quando una comparazione tra soldi spesi e il numero delle sentenze di condanna passate in giudicato?), e ha fatto un favore ai versi responsabili della scomparsa (e, probabilmente, della morte) di Elisa Claps. Oggi che Michele Cannizzaro è fuori da ogni indagine a suo carico, ha deciso finalmente di parlare, e di spiegare i veri motivi per cui Cappiello lo ha accusato. Ma tutti i magistrati hanno paura delle sue parole, e fanno finta di niente. Dopo centinaia di indagini a strascico, e migliaia di intercettazioni per cercare il reato e non per avvalorarlo, oggi il silenzio della Magistratura è assordante. Ma Michele Cannizzaro – ripeto, mai rinviato a giudizio, e quindi mai condannato –, dopo aver vista distruggere la sua reputazione, ha deciso di rompere il silenzio. E lancia una proposta dalle colonne de Il Riformista al suo principale accusatore, Don Marcello Cozzi, prete lucano di “Libera” impegnato contro la mafia: «Vorrei dialogare con lui e rispondere a tutte le sue domande. Sono disposto a incontrarlo davanti a tutta la cittadinanza di Potenza. Se accetta un ampio confronto, allora vuol dire che è in buona fede. Voglio proprio vedere se accetta».
di Andrea Di Consoli
(4 - continua)