“I discorsi sull’interdipendenza fra produttori e consumatori di energia, che ogni tanto si odono in Europa, restano ancora discorsi e non danno luogo a un’iniziativa politica che miri a ricomporre un quadro mondiale meno teso e pericoloso”. Le parole, risalenti a una ventina d’anni fa (ma sembrano scritte per l’oggi), sono di Marcello Colitti, storico manager Eni e collaboratore di Enrico Mattei. Tornano alla mente ora che col Piano Mattei, su cui mercoledì a Palazzo Chigi si è svolta una cabina di regia, sembra tornare anche l’idea di costruire legami strategici e di amicizia a partire dal sul mutuo vantaggio di Paesi esportatori e importatori.

A cominciare dal gas, una fonte ancora centrale nel mix europeo e italiano e – non a caso – anche nella geografia del Piano, come emerge già scorrendo l’elenco dei Paesi coinvolti. Lo scorso anno dall’Algeria l’Italia ha importato quasi il 40% del proprio fabbisogno di gas, prima del 2020 era meno del 20%. In una fase di profonda ridefinizione del mix di approvvigionamenti dopo l’invasione russa dell’Ucraina e di fronte a tempistiche della transizione energetica su cui non è ancora possibile scommettere, è naturale che il Paese nordafricano sia in cima alla lista del Piano.

Accanto ad altri, come Congo, Costa d’Avorio e Mozambico, dove si sta invece sviluppando nuova capacità di gas liquefatto (Gnl), salito in pochi anni dal 10% a oltre il 25% dei nostri consumi e divenuto il fondamentale fattore di diversificazione delle forniture europee dopo la quasi scomparsa, in soli due anni, del gas russo via tubo. Guardando più avanti nel tempo, poi, sempre al Nord Africa sembra guardare l’Europa per la produzione su vasta scala di “molecole verdi”, idrogeno in testa, attualmente l’unica soluzione in grado di decarbonizzare le produzioni industriali a maggior intensità energetica, cosiddette hard to abate: solare ed elettrolizzatori per produrre idrogeno nel Maghreb, tubi per portarlo in Europa attraverso l’Italia.

Alcune condizioni chiave perché il progetto funzioni, dalla presenza di legami storici alle motivazioni per rafforzarli e stringerne di nuovi, sono evidenti. Altrettanto visibili sono nel contempo gli spazi vuoti, sia sul disegno e i contenuti del Piano, che il governo sta svelando con troppa parsimonia, sia per il contesto complesso in cui dovrà dispiegarsi. Rispetto agli anni di Enrico Mattei, che con genio e spregiudicatezza seppe manovrare a beneficio dell’Italia sui delicati teatri della decolonizzazione, il contesto dell’Africa è molto diverso. Da un lato negli ultimi anni il peso italiano si è indebolito in alcune aree, come la Libia, pur crescendo in altre; dall’altro nel Continente sono entrate nuove potenze, a cui gli stati africani hanno imparato a guardare per le proprie aspirazioni di sviluppo.

Il tutto in un teatro globale che si fa sempre più complesso e teso. “Le manifestazioni di buona volontà non bastano – diceva sempre ColittiBisogna riconoscere il peso che certi paesi hanno nell’economia mondiale e coinvolgerli in un sistema che permetta il proseguimento dello sviluppo economico in un ambiente meno instabile”. Ancor più poi, se l’obiettivo è guardare così lontano, quanto lo richiede puntare su tecnologie costose e ancora poco più che sulla carta come l’idrogeno. Per riempire il Piano Mattei di sostanza serviranno molta abilità e lavoro.

Gionata Picchio

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