Gaffeur, esoso e ripetitivo. A che serve oggi Moore? di Luca Mastrantonio
PARABOLE. Dopo il trionfo di “Fahrenheit 9/11”, il regista americano è in caduta libera. Il flop “Capitalism”, le interviste da 2mila euro, le figuracce con Chávez. Oggi, nell'era Obama, Michael non ha più nulla da dire.
Brutta annata per Michael Moore (anti)capitalista. Il fustigatore dei potenti, il documentarista implacabile, la star planetaria delle cause giuste, ha fatto un tonfo clamoroso al box office. Negli Stati Uniti Capitalism. A love story ad oggi, dopo un mese e mezzo di programmazione, ha incassato solo 14 milioni di dollari, poco più di 10 milioni di euro e, dunque, meno di quanto, solo in Italia, ha fatto Up. Negli States Capitalism è stato violentemente attaccato, ovviamente, dal Wall Street Journal, ma la risposta del pubblico, del mercato – finché alla democrazia del capitalismo non si sostituirà il socialismo, dove i film sono precettati dallo Stato – è stata una bocciatura netta. Moore, intanto, ha rivelato di volersi fermare con i documentari per un po’. Ha scritto una commedia e un giallo. L’impressione è che un conto è criticare la politica estera di Bush o raccontare la malasanità pubblica, altro discorso è attaccare il cuore del sistema economico e sociale americano, basato sul capitalismo. Non facendo sconti a nessuno. Tranne che a se stesso.
Il film, infatti, è stato prodotto e distribuito con grandi gruppi, dalla Paramount Pictures, fino alla Overture Films di John Malone, «un capitalista di prima categoria in odore di monopolismo», che ha co-finanziato e distribuito il film. La Overture Films è una divisione del conglomerato Liberty Media controllato dal miliardario Malone, che «non è un capitalista come tanti altri, è uno dei più spietati imprenditori d’America, un proverbiale mastino del business, un nemico dichiarato dell'ingerenza dello Stato nel settore privato, è il Darth Vader della finanza secondo la definizione dell'ex-vicepresidente Al Gore». Da buon capitalista, prevedeva il Sole24ore, «ha messo i soldi in un film d’attualità che in questo periodo di indignazione collettiva contro i finanzieri e i capitani d’industria dovrebbe fruttare bene. E Michael Moore da buon anticapitalista non li ha rifiutati». Moore sosteneva che fare un film contro il capitalismo con i soldi dei capitalisti è sostenibile perché intanto si dà lavoro. Ma devi andare bene, al botteghino.
Ma la disaffezione verso Moore forse è più diffusa di quanto possa sembrare. In fondo, l’opera d’apertura del primo festival di Nanni Moretti, a Torino un paio di anni fa, era il documentario di due ex fan di Moore, due canadesi che seguendolo passo passo hanno scoperto le magagne, le furberie e le manipolazioni della realtà che Moore effettua nei suoi documentari. Persino nei primi due, i più efficaci, Roger and Me e Bowling a Columbine. Dopo, Moore fece il botto, a Cannes e nel mondo, con Fahrenheit 9/11, opera che l’ha consacrato quale guru mondiale della docu-dietrologia, del cine-giustizialismo. Una poetica dove un’omissione è un’accusa e due indizi fanno una condanna. Un atto politicamente efficace, visti gli errori dell’amministrazione Bush e il conseguente cambio di rotta americana, ma portato avanti con una faziosità sconcertante. A seguire, Sicko, che ha iniziato a registrare un pubblico più tiepido. Fino all’attesissimo Capitalism, presentato in pompa magna a Venezia. In concorso, ma mai in gara davvero. La giuria non l’ha menzionato.
Anche il pubblico italiano sta snobbando Moore, nonostante una copertura mediatica assai ampia, grazie al traino di Venezia e non solo. Nel primo weekend di uscita, Capitalism è rimasto fuori dalla top ten, fermandosi a miseri 146.216 euro. Spalmati sui 100 schermi d’esordio, sono una media inferiore ai 1.500 euro per schermo. La mancata luna di miele per quanto continuerà? Si può fare qualcosa? C’ha provato Lucia Annunziata, con la sua mezz’ora su RaiTre, dove Moore ha attaccato Berlusconi e fatto solo un milione 359mila telespettatori, il 7% di share, un dato abbastanza basso per la Annunziata. Infatti, non si sono risollevate le sorti al box office. Moore sta arrancando sui 300mila euro. D’altronde, a proposito di Berlusconi, Moore andando via dalla mostra ha regalato al direttore Marco Mueller un cappellino del Milan, con il bigliettino “You are the best team”. Non sapeva che il Milan fosse di Berlusconi e al Lido non aveva trovato un cappellino da baseball.
Forse è proprio Venezia che ha portato male a Moore, con un paio di brutte figure. La prima, durante l’incontro stampa con Variety, in inglese non tradotto nonostante il patrocinio dell’Istituto luce che fu italianissimo e, con i suoi cinegiornali, ben si sposa con le opere di Moore, i suoi cinedocumentari dove quello che non torna è manipolato attraverso scene ricostruite, montate in maniera tendenziosa e, soprattutto, la voce fuoricampo orienta la lettura delle immagini. All’incontro, c’erano bodyguard che filtravano energicamente gli ingressi in sale. Qui, alcuni giornalisti stranieri hanno rivelato di aver pagato per avere delle interviste. In particolare, un giornalista tedesco ha parlato di duemila euro, richiesti dalla distribuzione tedesca, per poter sedere a un tavolo di interviste con il regista. Moore ha detto di non saperne niente, e probabilmente è così. Ma vista l’importanza che Moore dà sempre all’aspetto etico di ogni impresa, e applicando il ragionamento dietologico del “non poteva non sapere”, la notizia si sposa male con l’idea di un Moore duro e puro. E della sua factory, visto il giro di soldi dei libri e delle opere di Moore.
Sempre a Venezia, inoltre, Moore ha avuto un incontro galeotto, politicamente, con Hugo Chávez., come ha raccontato al Jimmy Kimmel Show, salotto tv della rete americana Abc. Da buoni rappresentanti della gauche caviar, in versione veneziana dunque di baccalà mantecato, le due corpulente icone della sinistra alternativa, antagonista, no-global – per usare parole viete che i due hanno cavalcato – erano tutti e due nell’esclusivo Hotel Des Bains. Il caudillo venezuelano era a Venezia nei panni di protagonista assoluto del documentario – anche qui, parola da usare con molte precauzioni, perché più simile ad un’opera di propaganda – di Oliver Stone sul sudamerica che svolta a sinistra, grazie proprio a Hugo. In fondo sono state le due star “politiche” più fotografate. Attorno alle due di notte, Moore e consorte protestano per la cagnara che proviene dal piano di sopra e scoprono che c’è Chávez. Quando si incontrano, si scolano una bottiglia e mezzo di tequila, dopo la quale farneticano, ormai sbronzi, del discorso che Chávez doveva tenere all’Onu. «Come minimo – ride Moore agitando la pancia - adesso il “ragazzo” mi deve un anno di benzina gratis». Dall’entourage chavista gelo e imbarazzo. In Venezuela l’alcolismo è un problema serio, viene combattuto dal governo. Così la Golinger, avvocatessa americana che ha sposato la causa chavista, ha definito Moore «codardo», «il peggiore tra i giornalisti da strapazzo», «bugiardo e menestrello del grande schermo».
Ma tutto questo non può spiegare il flop di Moore. Ormai appare per quello che forse era: una Cassandra ex post, perché il suo merito, la sua “preveggenza”, è sempre stata quello di denunciare quello che non va, i conti che non tornano, senza proporre alternative costruttive. Tranne un caso, per esempio, di Sicko, documentario di denuncia contro la sanità privata americana ed elogio di quella cubana, la sanità pubblica e gratuita. Quella denuncia si è avverata con la riforma sanitaria storica voluta da Obama. Fin quando c’era Bush, Moore aveva molto lavoro e credibilità, molto consenso, un ruolo chiaro. La spina nel fianco. Con Obama è diverso, lo si nota di meno e, piuttosto, il pubblico sembra essersi evoluto. Non gli basta il compitino, anche ben fatto, come Capitalism, in cui vengono messe in fila notizie e provocazioni che non c’è bisogno di vedere in un documentario di Moore. Il sistema dell’informazione è sempre più situazionista, i media alternativi forniscono molto materiale, spesso non verificato e molto fazioso, su tematiche scomode, dunque Moore è meno necessario. Moore fa satira, parodia, contro-informazione, opposizione. Ora, con Obama al governo, il ritiro dai fronti di guerra più discussi, una campagna di moralizzazione del capitalismo, Moore a che serve? Cosa dice di nuovo? Peccato la figuraccia con Chávez, perché in Venezuela di cose che non vanno ce ne sarebbero tante da raccontare. Ma bisogna avere gli occhi per vederle. Quelli che Stone non ha avuto e, forse, Moore, a Venezia, si è annebbiato nella tequila.
martedì, 17 novembre 2009
foto del giorno
Pine trees are lit up at the snow-covered Kenrokuen garden, one of the three most beautiful gardens in Japan, in Kanazawa, 295 kilometers (184 miles) northwest of Tokyo, Friday, Feb. 3, 2012. (AP Photo/Kyodo News)