«Chiedi alla pizza». John Fante a Roma tra i pony express di Luca Mastrantonio
ROAN JOHNSON. Bel romanzo d'esordio che si rifà alla saga di Arturo Bandini, nel raccontare la vita agra di un provinciale che cerca fortuna nella Capitale ribollente di precari e immigrati.
Se fosse un film sarebbe un film alla Paolo Virzì. C'è un provinciale toscano che approda nella Capitale, da un paesino dove la prospettiva è «perdere tempo con entusiasmo», per vivere il suo romanzo di formazione. Attraverso una educazione sentimentale prima erotica, caotica, e poi affettiva, quasi romantica, appresa sul campo, persa e ripresa anche grazie ai consigli di un professore di ripetizione. Educazione sentimentale che è un tutt'uno con l’apprendistato urbano, lavorativo, sociale ed etnico, in una pizzeria d’asporto dove si parla per lo più albanese o bengalese. Se fosse un romanzo, sarebbe un romanzo di John Fante. Non solo per l’attitudine a perdersi dietro a fallimentari sogni di riscatto, inseguendo amori a perdere, per una cameriera che da schiava diventa padrona. Ma anche per la capacità di raccontare, fuori dal politicamente corretto, una società meticcia com’è l’Italia di oggi. La buona notizia è che stiamo parlando di un romanzo scritto da un italiano, anche se il nome è inglese, Roan Johnson. Sembra uno pseudonimo, ma pseudonimo non è. E allora possiamo chiamarlo Roan Johnson Fante. “Prove di felicità a Roma est” è il felicissimo esordio narrativo di Roan Johnson, 35enne londo-pisano, figlio di padre inglese e madre materana. Vive a roma da 10 anni, fa lo sceneggiatore per tv, Il commissario De Luca (tratto da Carlo Lucarelli) e la serie Raccontami, e cinema, per cui ha scritto Ora o mai più per Fandango e un episodio del film Il gioco più bello del mondo. Piccola curiosità editoriale, nei bollettini delle novità, Paolo Repetti & Severino Cesari – della collana Stile Libero - avevano pensato a uno pseudonimo italianizzante, anzi, dichiaramtente johnfantizzante, cioè Arturo Baldacci, in omaggio all’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere e derivati. Anche il titolo doveva essere diverso, La ragazza dal cuore salato, in omaggio alla donna di cui il protagonista, Lorenzo Baldacci, è disperatamente innamorato, riamato ma senza speranza. Si chiama Samia, è di origine marocchina, è fuggita di casa e ha sempre addosso gli occhi – e le mani per chi ci riesce – di tutti, tutti quelli cui lo permette. Una Camilla Lopez – la sudicia e sadica cameriera messicana di Chiedi alla polvere – che ricorda, vagamente, la cameriera danzatrice del ventre di Cous cous, il bellissimo film del tunisino Abdellatif Kechiche che ha vinto il leone d’Argento a Venezia nel 2007. Un film speziato, seducente, umoristico e corale. Lorenzo Baldacci a 22 anni è un adolescente fuori tempo massimo e fuori luogo, un provinciale che viene a Roma per recuperare gli anni scolasticamente perduti con uno sgangherato liceo privato che si rivela una fabbrica di ricatti e cultura d'accatto. Ed entrare così, con le carte false ma in regola, nel mondo degli adulti. Sosterà a lungo, però, nel limbo di una pizzeria dove fa il pony e conosce altri squinternati come lui, operosi come formiche ed effimeri come cicale. Roma è la pista delle sue scorribande a perdifiato, che lo fanno entrare nelle case dei romani, garantendo con un prodotto surgelato, ubiquo ed economico, la loro sopravvivenza alimentare. Essenzialmente, è uno sfigato Baldacci. Categoria dello spirito di cui Johnson ci fornisce prima una definizione biologica (lo sfigato è sfigato per natura, perché balbetta o è timido), poi esistenzialista (lo sfigato per convinzione, per eccesso di sensibilità), infine linguistica ed economica, riconducendo la categoria colui che è senza figa, alla privazione certificata dalla s derivata dalla ex latina, del bene supremo per milioni di italiani, la figa. Colui che ne è sprovvisto è, dunque, sfortunato. Baldacci si sente uno sfigato al quadrato, perché senza figa e senza buona sorte. Un perdente in un campo di perdenti. Baldacci è uno sfigato che aspira a diventare un ex sfigato, attraverso un lavoro che gli permetta di sopravvivere nella Capitale, dove si vive con aspettative superiori ai propri mezzi, e attraverso una donna che lo spinga oltre le sue paure. Questa ragazza è Samia. Una ragazza molto sapida e disinibita. Le altre? Sono sciape o mielose. Samia è salata, gli dice un collega-amico che la conosce a fondo. Per Lorenzo, Samia è un enigma tanto più profondo quanto più, fisicamente, penetrabile. Forse, pensa, bisognerebbe andare alla radice, anche intesa in senso linguistico, sfrondando gli umori di lei e le paure di lui, come per le parole arabe, «che non sono in ordine alfabetico: ogni parola - racconta Baldacci - è composta da suffissi e desinenze e da una radice di tre lettere dove sta il nocciolo del significato. Tu devi togliere quelle infiorescenze che ne cambiano la forma e trovare il cuore della parola». Cicatrice: gelosia e invidia. Anche il corpo di Samia, che Lorenzo dovrebbe conoscere a memoria, è un testo che fatica a decifrare, come la cicatrice lunga come una mandorla che non aveva mai notato. Ferita aperta da un bicchiere lanciatole addosso da qualcuno più geloso di Lorenzo. Quella di Lorenzo, d'altronde, più che gelosia è invidia. «Perché lei aveva il coraggio di lasciarsi andare», pensa, «di godersela e ottenere quello che voleva. Avrei fatto lo stesso se avessi avuto la sua forza. Lei non si era fatta problemi fosse stato italiano o straniero, uomo o donna. Io mi ero fermato con chiunque». Ripensa a tutti quelli che Samia aveva amato forse per interesse, o anche solo per divertirsi. «Se quei ragazzi fossero stati delle donne non sarebbero piaciuti anche a me? Marchino il buono, Pablo il trendy, Vischio il furbo? E non mi sarebbe anche piaciuto andare con un uomo, come Samia era andata con Micaela?» Il giovane Baldacci, in questo rovesciamento del punto di vista - che è una grande risorsa del romanzo -, spera di poter apprendere qualcosa, ma poi gli si risveglia il «cervelletto da biscia sepolto in testa» e riparte con indagini mentali e fisiche per scoprire com’è che la ragazza che nascondeva i fianchi nei maglioni larghi è diventata una ragazza pseudo-trendy, generazione Mtv. Capendo, finalmente, che lei è troppo avanti. Costretta dal padre in casa per tutta l'adolescenza, aveva imparato a mentire, a inventarsi scuse, a fuggire dalla finestra della sua stanza di notte e tornare prima dell'alba per sfogare quelle voglie che la proibizione aveva ancor più acceso. Donne espatriate. Inquieta, Samia è una radiografia dell’anima di molte giovani donne straniere in Italia, animali sociali in fuga dalla propria cultura e spaventate da quella altrui. Lorenzo l’ha rubata ai suoi amici-colleghi della pizzeria, se la vede rubare a sua volta da un ragazzo stile Mtv. Vittima di razzismo, è razzista a sua volta, verso i rom. Prima si rifugia con i colleghi di una pizzeria di serie C, poi - racconta Baldacci in uno dei suoi agrodolci bilanci - «aveva visto i miei jeans puliti e stirati dalla mamma e aveva riconosciuto in me una sorta di passo verso l’integrazione. E adesso con Paolo detto Pablo saliva un altro scalino verso una vita stile Mtv. (…) La vedevo cambiare, allontanarsi da me ogni giorno con la convinzione di non essere più una straniera e l’ansia che non sarebbe mai diventata italiana». Samia è la musa e il romanzo è un poema in prosa su una Roma periferica e sfrenata, precaria ma senza piagnistei, fantasmagorica e orgasmica, che abbiamo già in parte incontrato in alcuni scorci di Nicola Lagioia, soprattutto Occidente per principianti (ma anche Roma nord di Tre modi per sbarazzarsi di Tolstoj senza risparmiare se stessi), e di Niccolò Ammaniti, come l’ultimo Che la festa cominci. Ma Johnson non ha l'astratto furore che tinge certi affreschi di Lagioia, né circoscrive alla narratività ludica, spesso festaiola di Ammaniti, il suo viaggio (in una vespa che ricorda quella del Sandro Veronesi della Forza del passato). Si apre, piuttosto, a una idea di fratellanza tutta fantiana (e bianciardiana), tra provinciali d’Italia a Roma e immigrati. Ritmo e immagini. Lo sguardo di Johnson-Baldacci è sodo, pieno, degno di Paolo Virzì o Luciano Bianciardi, perché si può vivere nel disincanto e nell’edonismo, ma straziandosi, senza rinunciare allo struggimento che ci fa sentire vivi, a un passo, indietro, dal nichilismo che pure invade l’animo di tanti autori, e lettori, inurbatisi a Roma nella vita o nella lettura dei romanzi. Tipicamente fellinian-bianciardiano è lo sguardo da vitellini degli amici toscani di paese che immaginano Baldacci alle prese con attrici e bella vita. La vita, si rivelerà molto più agra che dolce. Più Bianciardi che Fellini, più Fante che Pasolini. La cifra stilistica di Johnson-Baldacci è cine-letteraria, fatta di sguardi e pensieri che danno il ritmo, immagini e stati d’animo montati ad arte, lasciando, per esempio, l’amaro in bocca quando la pagina va in dissolvenza. Altre volte, come nel finale, sembra di assistere a titoli di coda quando elenca nomi propri di persona e comuni di cose, chiamati a raccolta per omaggiare l’uscita di scena di una strana estate, d’inizio millennio, in cui si affastellano amori e amici perduti, professori a mezzo servizio, badanti affettuose, immigrati e rom. La vita per Baldacci, alla fine, è una «mappazza» di pizza da bere con la birra nell’ombra afosa di un camper. Uno gnommero di sentimenti in una scatola di cartone.
giovedì, 8 aprile 2010
foto del giorno
Pine trees are lit up at the snow-covered Kenrokuen garden, one of the three most beautiful gardens in Japan, in Kanazawa, 295 kilometers (184 miles) northwest of Tokyo, Friday, Feb. 3, 2012. (AP Photo/Kyodo News)