NIE, il cyberbook sull'epica italiana non pacificata (di Luca Mastrantonio)
WU MING. In libreria il saggio “confezionato” all'estero e su Internet. New Italian Epic. Un logo pretestuoso ma efficace che mette assieme De Cataldo, Saviano, Lucarelli, Carlotto ed Evangelisti. In nome della storia controfattuale del nostro Paese.
C’è una nuova epica italiana? No. Perché “nulla è nuovo sotto il sole”, come sta scritto nell’Ecclesiaste. Sì. Se ammettiamo che qualcuno l’ha scritta per la prima volta quella frase, come ricordava Szymborska nel discorso per il Nobel. Qualcosa di simile succede con un libro che, letto senza pedanterie culturali, militanza o entusiasmi “entristi”, traccia un vettore importante della letteratura italiana contemporanea. New Italian Epic, uscito settimana scorsa, è un curioso ibrido culturale. Più simile a un ogm che a un prodotto doc, sebbene pubblicato da Einaudi, è un interessante cyberbook di teoria letteraria.
Scritto dal collettivo Wu Ming, già Luther Blisset, New Italian Epic nasce un anno fa come “memorandum” sulla letteratura dell’ultimo quindicennio, pubblicato sul sito wumingfoundation e generato da un intervento di Wu Ming 1 in una università straniera. Per questo, sostengono gli autori, va lasciato in inglese. «Se si sta troppo immersi nella caciara italiota – ha detto Wu Ming 1 a Panorama - si fatica a ragionare». Sinceramente, suona un po’ snob, un po’ radical snob. Sarebbe come chiamare “brainstorming” un dibattito nato da un collettivo per mettere in discussione dal basso l’Accademia. O “gardening” l'Arcadia... In libreria, c’è l’aggiornamento cartaceo di un libro telematico, che ha avuto un dibattito a monte e che quindi a valle potrebbe anche non produrre molto di più. Finora, il libro è stato ri-lanciato da Loredana Lipperini su Repubblica e respinto da Carla Benedetti su Libero, con una critica così liquidatoria da venire subito assimilata dai Wu Ming (che l'hanno usata come strillo sul sito): «NIE è pura autopropaganda». Vero, perché i Wu Ming mettono al centro del suo ragionare letterario Gomorra, Romanzo Criminale e se stessi, per Q e 54. Bentornati al modernismo, ribattono a chi rinfaccia loro questa auto-esegesi in vece dell'autocritica. È tipico del «canone occidentale» («chiamiamolo così anche se non è equo», scrivono, collocandovisi) essere autori e critici di se stessi.
Tra gli autori neo-epici, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Giuseppe Genna, Robeto Saviano, Valerio Evangelisti e altri fautori di una letteratura che attraverso le scritture di genere, in maniera più o meno eterodossa, hanno rinnovato la letteratura italiana. Letteratura d’eversione, intenzionata a cambiare il corso delle cose, a tratti d’evasione, certamente d’inversione, cioè revisione della storia italiana e non solo, ripercorsa in senso “ostinato e contrario”. La fiducia nel “romanzo”, anzi, nel contro-romanzo, suona come la riscossione di una scommessa vinta.
Così la quarta di copertina: «La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai sentirsi in pace». Altrove, nel testo, leggiamo che «le storie sono asce da guerra da disseppellire» e «gli stolti chiamano pace il semplice allontanarsi dal fronte». Curiosamente, qualche giorno fa Alessandro Piperno sul Corriere della Sera, recensendo Albero di fumo, ha notato che tra «i libri che ho amato negli ultimi tempi mi accorgo che non ce n’è uno che non sia, in un certo modo, legato alla guerra» Da Le Benevole di Littell a Gomorra di Saviano.
Il termine post quem della NIE è il ‘93, il crollo definitivo del bipolarismo internazionale, con il Muro, e la nascita della Seconda Repubblica, in Italia. Giustamente, e simbolicamente, in un tempo che non è dopostoria, scelgono come epicentri cronologici il G8 di Genova e l’Undici settembre. Che non c’entrano nulla con Romanzo criminale, per esempio, ma che hanno “smosso” - anche stoltamente - il pensiero unico, producendo narrazioni e contro-narrazioni che ben si sposano con il cambio di prospettiva che De Cataldo ha messo in atto con il punto di vista della banda della Magliana.
Le definizioni, se efficaci, sono utili. Stabiliscono il campo di gioco, danno nomi alle cose e le idee, senza nomi, non esistono, sono cieche. Come le parole sono vuote senza idee e una verità non è nulla senza una storia che la tenga viva. Certo, “epico” per un romanzo suona come “poetica” una canzone. Ma allo spirometro, molti dei libri in questione producono un respiro lungo e profondo. Epico, certamente. L’interesse per la NIE va al di là di ogni riserva sul merito. Cosa è epico e cosa no e perché una cosa è epica e un’altra no. Giustissima la critica all’ironia ebete di certo postmodernismo, che sabota il sistema nervoso del lettore-spettatore, sempre meno consapevole di quello che legge-vede, perché senza dolore o proiezioni del dolore non si applica conoscenza. Come avviene nell’Antologia cannibale. Precedente “commerciale” e narrativo di NIE, anch'esso powered by lo stileliberista Paolo Repetti.
Sul metodo, va detto che funziona molto la “critica creativa” che Wu Ming 2 fa fare agli alunni di una scuola cui chiede di riscrivere Il pallone di Donald Barthelme; mentre ha un retrogusto auto-referenziale la messe di interventi di autori chiamati in causa dal saggio. Può l’oggetto di uno studio legittimare lo studio stesso? Possiamo confondere conoscenza e certezza? Scommesse critiche e premesse? In fondo, non hanno sempre funzionato meglio le critiche da “poetae novi” ai “crepuscolari”? Ma NIE è un logo, oltre che un acronimo, e funziona benissimo per il suo fine. Diffondere e vendere un'idea riconoscibile. Comunque sia, in questo saggio si sente, palpitante, il bisogno di disegnare mappe mentali tra i libri, accoppiare con più o meno giudizio autori, creare punti cospicui per rilevare posizioni e rotte dell’editoria italiana. Che è composta da editori, autori e lettori. Solo in ultima e accessoria parte, da critici. Ci possono essere risposte sbagliate (come definire UNO, cioè «Oggetti narrativi non identificati», alcune opere irregolari), ma giustamente bisogna porsi le domande: come classifichiamo Gomorra? Letteratura o giornalismo? Per Wu Ming, questo mix di fiction e non fiction, in alcuni passaggi è auto-fiction, cioè finzione su se stessa, attraverso un io ipertestimoniale narrante.
Per qualcosa di simile a uno snobismo internazionalista, o per ipercoerenza, i Wu Ming sembrano però voler risolvere molte contraddizioni del saggio con questa formula. NIE, sotto molti aspetti, sembra un software. Non a caso, su internet abbiamo avuto NIE, da scaricare, poi sempre su internet NIE 2.0 e ora, in libreria, per Einaudi, NIE 3.0. Assomiglia a Linux, un sistema che usa l’opensourcing, ma in libreria lo distribuisce Microsoft. D’altronde, i WM hanno sempre dichiarato e fatto, con sincerità autoassolutoria, guerriglia dall’interno.
Le incursioni e i prestiti da altre discipline funzionano spesso molto bene come argomentazioni narrative del saggio. Una qualità, la contaminazione disciplinare, che ricorda molto Opere mondo di Franco Moretti. Professore di letteratura all’estero, scrive a metà anni ‘90 un saggio che doveva essere sul modernismo e poi divenne un saggio sulle opere che definì “opere mondo”, cioè opere irregolari, romanzi XL, che possono fondare o rivisitare una società, che rappresentano la forma moderna dell’epica antica. Dall’Ulisse di Joyce, ovviamente, a Cent’anni di solitudine di Marquez. Allo stesso modo, mi sembra che i Wu Ming siano partiti dal postmodernismo – se lo ritrovavano appiccicato spesso addosso – e abbiano inventanto, cioè trovato, questa definizione-slogan. Dà l’impressione che qualcosa di nuovo si stia muovendo davvero.
Ma allora è nuova o no questa epica? Nella quarta di copertina passa dalla qualità, nuovo, alla qualità, grosso. «Qualcosa di grosso si sta muovendo». E «New» è sicuramente l’attributo dominante, commercialmente, nella formula. Perché allora accanirsi contro il “nuovismo”, ricordando che si modifica una tradizione, più che dare corso a un'innovazione? Non ci sarebbe nulla di male ad ammettere che i Nuovi vogliono prendere il posto dei Dinosauri, (per rifarsi alla dialettica del racconto di Italo Calvino). Quando non si risolve nella dimensione “apocrifa” del NIE, sicuramente quella più felice e autentica, si oscilla tra il Qoelet, il libro della vanità del tutto, e la buona novella del Nuovo testamento.
Sulla scelta del termine “epica”, Wu Ming riconosce che l'espressione è «discutibile e discutendo», ma a fronte di una constatazione concreta, e cioè che «produce una sorta di campo elettrostatico e attirare a sé opere in apparenza difformi», sostiene un po' in astratto «che hanno affinità profonde». Originale ma labile è il puntare, come “elementi comuni”, non su Massimi comuni denominatori, ma su Minimi comuni multipli. Alcuni legami, risultano posticci. Più solido è l’aspetto controfattuale, che avvicina la NIE alla Grammatica della fantasia di Gianni Rodari, e all’ipotesi fantastica, più che ad Alessandro Manzoni, e ai suoi Promessi sposi. Nella NIE ha spazio l’inverosimile, il contro-vero. Un altro punto di vista. Leggendo la parte finale di Wu Ming 2, L’affabulazione obbligatoria, si arriva al cuore della NIE: la “contronarrazione”. Fa da contrappunto alla storiografia ufficiale, illuminandone i coni d’ombra, sguazzando nel fango, cambiando la prospettiva per regalare nuove profondità e punti di fuga. Con il rischio, calcolato se non voluto, di confondere le acque, pur di smuoverle. «L’unica alternativa per non subire una storia è raccontare mille storie alternative».
Se l’epica antica racconta e inventa rifondando con un mito la sua civiltà, e l’epica moderna ”smitizza” una società coeva, la NIE è epica post-moderna, che racconta per sfondare o sfiancare la nazione coeva, con storie di complotti, narrazioni parallele, contro-piste e personaggi similveri che decostruiscono la memoria collettiva. Un'epica senza déi. Romanzi di contro-informazione. Forme moderne di un’epica postmoderna. Antiepica, contro-epica, epica apocrifa, antagonista. Ma volete mettere? Meglio “epica postmoderna” o New Italian Epic?
giovedì, 5 febbraio 2009
commenti dei lettori
7 commenti presenti
Francesca Pinto
16 feb 2009 13:40
Sarei voluta intervenire anch'io, ma mi ha scoraggiato l'invadenza di commenti lunghissimi e astiosi, forse paragonabili a spam...
Lucio Angelini
14 feb 2009 05:33
«Ti è mai capitato di ascoltare il telegiornale e sentire una morsa tagliente afferrare il tuo cuore, un senso di scoraggiamento, di impotenza, di ribellione nell'ascoltare notizie di cronaca che assomigliano sempre di più ad un bollettino di guerra? Ti sei mai chiesto: ma io nel mio piccolo cosa potrei fare per non restare passivo dinnanzi ad un mondo che sembra impazzito, sempre di più in corsa verso l'autodistruzione? Cosa potrei fare per innescare una rivoluzione pacifica che sappia contrapporsi ad un esercito che con crescente lucidità e determinazione si sta organizzando per diffondere paura, violenza, diffidenza, terrorismo, morte distruzione?
Noi Wu Ming abbiamo una proposta da farti:
ARRUOLATI ANCHE TU NELL' ESERCITO DEI CAVALIERI DEL N.I.E!
La missione dei Cavalieri del N.I.E. è portare l'Amore in un mondo che sta morendo per mancanza d'Amore. Un Cavaliere desidera essere generoso e valoroso, lottare per il bene fino all'eroismo. Sembra molto impegnativo, ma è Calliope stessa, la musa protettrice dell'EPICA (1), a dare la Sua forza a chi la segue con tutto il cuore! Grazie Calliope, perché tu come Luce ci strapperai da quelle gelide tenebre che avevano imprigionato la nostra anima in un abbraccio mortale. Grazie per essere 'scesa negli inferi del nostro cuore', grazie per averci amato così pazzamente da prendere su di te ogni nostra angoscia, dolore, tristezza, per donarci pace, amore, pienezza. In te, e solo in te abbiamo trovato la Sorgente d'Acqua Viva capace di dissetare la sete del nostro cuore sempre inquieto. Vogliamo donarti la nostra vita perché tu possa renderci strumenti della tua Luce. Vogliamo fare parte dell'esercito dei Cavalieri della Luce che tu stai suscitando per portare l'Amore in un mondo che sta morendo per mancanza d'Amore. Sì, Calliope, vogliamo lasciarci arruolare da te nel tuo esercito di cavalieri, valorosi, generosi, eroici e ci impegniamo a:
1. Lasciarci infiammare, forgiare dal Fuoco dell'Epica.
2. Rivestirci della tua armatura, perché possiamo spegnere i dardi infuocati che il Postmodernismo con tutte le sue legioni e i figli delle tenebre continuano a scagliare contro l'umanità, avvelenando le menti e i cuori.
3. Essere degli innamorati dell'Epica. Non stancarci mai di nutrirci della Tua Epica Parola, di proclamarla vivendola con grande radicalità ed eroismo, alla lettera, senza misura, senza alcun compromesso o interpretazione di comodo.
4. Attingere alla Sorgente del tuo cuore per fare fiorire i deserti del mondo; andare nelle strade, nelle piazze, sui tetti e annunziare con Forza la tua Epica Parola sino agli estremi confini del mondo.
5. Immergerci con te negli 'inferi' dell'umanità per colorarli di Parnaso.
6. Mettere tutto il nostro impegno perché tanti decidano di fare parte del tuo esercito di Cavalieri della Luce. Grazie, CALLIOPE.»
(Da http://www.cavalieridellaluce.net/ )
Lucio Angelini
12 feb 2009 09:50
Il New Australian Epic è una delle molte-buone-diverse cose che accadono oggi nella cinematografia australe. Seguo anche altri fenomeni, però quest'epica recente è quel che più mi interessa sondare. Vorrei che esplorassimo tutti insieme lo strato profondo, quello dove si intrecciano le radici di tante opere, opere in apparenza diverse ma che molti spettatori sentivano affini e consonanti già prima che uscisse “Australia”. Il film si rifà, come è noto, ai grandi capolavori epici come Via col vento, La regina d’Africa e La mia Africa, ma contiene praticamente ogni genere cinematografico. Non si dimentichi che il New Australian Epic è sorto dopo il lavoro sui "generi", è nato dalla loro forzatura, ma non vale a descriverlo il vecchio termine "contaminazione". E Luhrmann è riuscito nell’impresa quasi impossibile di coniugare nella stessa pellicola avventura, storia d’amore, umorismo, guerra, film in costume, messaggio sociale e addirittura musical, grazie all’ottimo uso della canzone “Somewhere over the rainbow” dal Mago di Oz.
Certa pseudo-critica che crede di orientare il dibattito culturale non si è accorta di quanto succedeva perché da tempo - cronometrista e schiava di un tran tran disperante - ha rinunciato a immaginare che si possano, o meglio, debbano spezzare tutti i falsi legami gerarchici tra le cose e le idee, distruggere tutti gli strati ideali divisori tra di loro. Ed era prevedibile che il New Australian Epic incontrasse ostilità e reazioni sopra le righe. È probabile che il dibattito continui a suscitare l'aperta inimicizia - o la stizza tenuta a stento - della "casta dei mediatori", in cui militano veri e propri "cottimisti" della denigrazione. L'importante è essere consci che il dibattito reale si svolge altrove. In rete, si è affermato come logo del dibattito sul NAE il profilo di Nicole Kidman appoggiato a quello del bonissimo Hugh Jackman, la cui pelle non può essere perforata da alcuna arma. Nella lotta l'eroe non perde nemmeno un dito, mentre il villain della situazione, il perfido Fletcher, muore trafitto da una fletcha (cfr. nomen omen).
In narrazioni come "Australia" c'è un po' di tutto: guerre, anabasi, transumanze, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all'interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell'intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o eroiche o comunque avventurose, e perché sono grandi, ambiziose. Spesso il racconto sconfina nel sorpannaturale (il bambino Nullah che "canta a sé" i personaggi che desidera re-incontrare nel bel mezzo dei più fastidiosi bombardamenti). È complesso e popolare nello stesso tempo, e soprattutto induce nello spettatore la classica domanda "what if": cosa sarebbe accaduto se il prodursi di un evento (es. l'attacco a Pearl Harbor) avesse mancato di far stringere in un liberatorio abbraccio finale tutti gli eroi del film? O anche: e se Lady Sarah non avesse trasportato una mandria di 1500 capi fino a Darwin con l'aiuto del rude mandriano Drover (Hugh Jackman)?
Il film è anche una dichiarazione d’amore per l’Australia, paese che in un certo senso ha veramente un alone misterioso e che Luhrmann ha voluto nobilitare e far conoscere al pubblico di tutto il mondo. Per far ciò, ha aggiunto alla bellezza naturale della sua terra alcuni ritocchi digitali con l’effetto di creare un’atmosfera magica e da sogno (transmedialità). Non manca il messaggio sociale importante: nel film è aspra la critica ai fatti legati alle “generazioni rubate”, bambini nati da madri aborigene e padri bianchi che dovevano essere allontanati dalle loro famiglie “per togliere il nero che è in loro” (si pensi alle perplessità suscitate nel nostro capo del governo Silvio Berlusconi dalla sospetta abbronzatura del neo-eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama). Riconoscibilissime, infine, le citazioni da Girolamo De Michele, Gianni Biondillo, Loredana Lipperini (l'oste che non vuole far entrare nel proprio blog-saloon il negro Lucio Angelini), Giuseppe Genna, Wu Ming ("Manituana"). Vi è persino un accenno a "Gomorra" di Robertino Saviano (il traffico delle carney australiane quasi interamente monopolizzato dal mafioso Carney) (cfr. nomen omen).
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(Collage da una recensione cinematografica di Valentina Ariete e dalla versione numero 2 del saggio di Wu Ming 1 sul New Australian Epic):- ).
Antonella Miraglia
09 feb 2009 16:35
Scusate ma non credo che chi è passato attraverso l'esperienza Luther Blissett, il concetto di "con-dividuo", la spersonalizzazione delle pratiche creative e letterarie, e poi ha scelto come nome "Wu Ming", cioè senza nome in cinese, in più ha scelto certe linee di condotta come andare se usa l'io o il noi lo stia usando nello stesso modo degli scrittori che dicono sempre "io, io". Credo occorra un sovrappiù di lettura e interpretazione del modo narrativo e "memoriale" che hanno scelto in questo libro, anch perchè mi sembra che il "noi" non corrisponda sempre al collettivo Wu Ming proprio come in Gomorra l' "io" non corrisponde sempre all'autore. "Dare dell'io a qualcun altro" diceva Luther Blissett.
mastra
09 feb 2009 11:51
Caro Chimenti, mi sembra inoppugnabile che l'operazione letteraria di Saviano sia retorica, a partire dal calco dichiarato dell'io so di Pasolini. Altrettanto interessante la riflessione sull'autofiction, anche per Saviano, perché nella sua retorica c'è il mettersi in gioco in prima persona, il narrare come testimone diretto anche fatti di cui non lo è stato.
Sui dispositivi narrativi "necrotizzati" che si riattivano penso che abbia esempi sotto gli occhi anche in televisione e in prodotti apparentemente distanti. Come l'epica antica e Lost, per esempio.
Sono d'accordo dunque che il ritorno all'epica o, se preferisce, il ritorno dell'epica, debba essere discusso come movimento all'interno di vari elementi in campo e tra vari campi, non solo letterario.
Quello apparso sul Riformista è un ampio articolo su un libro che può convincere più o meno ma aggrega al suo interno riflessioni e spunti interessanti. Punto. Non c'è nessuna pretesa esaustiva.
Per altro con un filtro fuorviante, cioè la prima persona plurale/singolare del collettivo Wu Ming, come giustamente rileva Giovanni.
Un saluto
Luca
dimitri chimenti
06 feb 2009 11:59
Caro Mastrantonio,
benché il suo sforzo di comprendere certi fenomeni letterari contemporanei sia ammirevole, lei resta ancorato a categorie poco funzionali e, diciamolo pure, fuorvianti.
A chi, come lei, riassume il proprio discorso in formule, del tipo "c'è o non c'è qualcosa di nuovo sotto il sole", bisognerebbe sibilare nell'orecchio che nella notte dell'assoluto 'tutte le vacche sono nere'. Ma più che da Hegel forse le conviene prendere spunto da Deleuze, quando, nelle prime righe di L'immagine movimento, avverte che quanto abbiamo di fronte non è una storia del cinema ma, “...una tassonomia, un tentativo di classificazione delle immagini e dei segni”.
Una differenza non da poco, che se applicata alla letteratura permette di guardare alle opere ed alle epoche senza vincolarci ad uno scadenzario cronologico. In altre parole la prima questione da analizzare non è quanto e cosa permanga o ritorni, esaurendo così ogni pratica letteraria all'interno della letteratura stessa, ma quale movimento si stabilisce tra tutti gli elementi in campo quando i modi della rappresentazione subiscono un mutamento. Non possiamo fermarci all'aspetto puramente cronologico, all'uso che di certi elementi letterari è stato fatto, ma studiare l'insieme delle relazioni che si stabilisce tra di essi, riconfigurandone incessantemente il significato. E' a questo punto che ci accorgiamo che anche dispositivi narrativi, apparentemente necrotizzati, si riattivano secondo una funzione che è però sempre diversa da quella originaria. E' questo, ad esempio, il caso di Gomorra, che mette in campo una ripresa di possesso della retorica, intesa come arte della persuasione, declinandola in figure che sono al contempo nuove ed antichissime.
Lei però sembra sulla buona strada, magari potrebbe evitare le battute salaci. Sono sempre un po' irritanti perché sostituiscono il lavoro di analisi con delle strizzatine d'occhio. Converrà con me che questo è, come dice lei, un atteggiamento "postmodernista".
giovanni choukhadarian
05 feb 2009 17:39
Si muove poco, col NIE - pure l'acronimo è bruttino e assuona con altri più celebri (NUE, per dire).
Spiace inoltre che ogni critica militante si distingua ormai solo per l'uso della I persona singolare - il più lurido fra i pronomi, diceva quel tale ingegnere lombardo e letterato.
foto del giorno
Pine trees are lit up at the snow-covered Kenrokuen garden, one of the three most beautiful gardens in Japan, in Kanazawa, 295 kilometers (184 miles) northwest of Tokyo, Friday, Feb. 3, 2012. (AP Photo/Kyodo News)