Tra le questioni delicate che riguardano i musulmani che vivono in Occidente, e in particolare in Europa, vi è la posizione dell'islam sull'omosessualità. In alcuni contesti, sarebbe proprio questa la chiave della possibile o impossibile “integrazione” dei musulmani nella cultura occidentale. È come se, così facendo, i valori e le culture europee si riducessero all'accettazione o meno dell'omosessualità. La “cultura europea” generalmente si adatta alle circostanze e la sua configurazione cambia secondo i soggetti e le circostanze.
Nel momento in cui alcuni sostengono, seguendo l'esempio del Papa e di qualche intellettuale - difensori a volte dogmatici ed esclusivisti dei Lumi - che le radici dell'Europa sono greche e cristiane (escludendo quindi i musulmani), ecco che correnti omosessuali e politiche affermano (con lo stesso tentativo di rifiuto nei confronti dei musulmani) che la chiave “dell'integrazione dei musulmani” dipenderà dalla loro accettazione o meno dell'omosessualità. Non ci troviamo perciò davanti ad un'unica contraddizione: perché, dopotutto, il cristianesimo, da cui l'Europa trarrebbe le sue radici, non condanna l'omosessualità, cosa che sarebbe sensata altrove per esprimere i valori e l'identità dell’Europa? Del resto è una strana unione. A meno che il punto in comune di questa contraddizione sia altrove: stigmatizzare l'islam e i musulmani e presentarli come “l'altro”... senza temere di essere in contraddizione con se stessi.
È necessario dire e ripetere, come rivela Isabelle Levy nel suo lavoro introduttivo “Soins et Croyances” , che le credenze e le religioni - correnti maggioritarie dell'induismo, del buddismo fino al giudaismo, al cristianesimo e all'islam - impediscono l'omosessualità. La maggior parte dei rabbini si esprime in questo senso, così come il Papa e il Dalaï-Lama che hanno entrambi condannato l'omosessualità. Per tutte queste tradizioni, com'è stato d'altronde nel caso di Freud (che considera l'omosessualità come una “perversione”), è stata considerata contro natura, l'espressione di uno squilibrio nell'evoluzione della persona: ecco perché l'omosessualità viene condannata a livello morale. Questa resta l'opinione ampiamente diffusa di tutte le credenze e di tutte le religioni e l'islam non fa eccezione.
Sarebbe insensato voler negare questi fatti, contraddire i testi ed imporre alcune elucubrazioni mentali ai credenti e alle credenti per fare in modo che possano dimostrare di essere in grado di vivere nel loro tempo.
Dunque, quello che conta non è essere d'accordo o meno con gli altri testi religiosi, credenze e convinzioni di ognuno, piuttosto invece determinare un comportamento nelle società in cui viviamo insieme. Da oltre venti anni, ripeto – subendo critiche in particolare da alcune correnti musulmane – che l'omosessualità è vietata nell'islam ma che dobbiamo evitare la condanna ed il rifiuto delle persone. Quindi, si può essere in disaccordo con il comportamento di una persona (sul piano pubblico o privato) ma è necessario rispettare la persona per quello che è.
È questo che ho sempre affermato andando oltre: una persona che pronuncia l'attestazione di fede islamica è musulmana: se, d'altro canto, pratica l'omosessualità, non spetta a nessuno escluderla dall'islam. Un comportamento considerato riprovevole dalle regole morali non è sufficiente per scomunicare un individuo. Dunque, la questione è chiara e i musulmani europei hanno il diritto di esprimere le loro convinzioni rispettando le persone per il loro essere e per i loro diritti. Credo che la coerenza imponga il rispetto di questo atteggiamento di fede e di apertura.
Ora assistiamo a delle campagne malsane e volte all'ideologia. Affermare le proprie convinzioni e rispettare le persone non basta: occorrerebbe che i musulmani arrivassero a condannare il Corano, ad accettare e a promuovere l'omosessualità: questo sarebbe il prezzo della loro modernità. Ora, questo atteggiamento non solo è destinato a fallire (poiché le correnti maggioritarie dell'islam riformista e tradizionale, come quelle delle altre religioni, non cederanno su questo argomento) ma rivela un nuovo dogmatismo – con qualche sentore coloniale antico persino xenofobo – al centro del pensiero cosiddetto progressista e moderno. Il “politicamente corretto” si insinua attraverso alcuni intellettuali a cui i media danno risalto, persino delle lobby, che impongono a tutti il solo modo di essere “aperti” o davvero “liberali”. Facendo più attenzione, questo pensiero aperto e liberale esige il rispetto reciproco di se stessi, ma ha una tendenza fastidiosa a imporre i dogmi e a lasciare poco spazio alle convinzioni delle filosofie, delle credenze o delle religioni tradizionali. Tradendo la finalità della modernità che ci doveva consentire di gestire la libertà di ognuno e la diversità per tutti, ecco che non ci sarebbe un solo modo di essere liberi e moderni. Questa tendenza dogmatica e dogmatizzante, dal nome stesso del pensiero liberale, è pericolosa e deve chiamare in causa tutte le donne e tutti gli uomini, atei, agnostici, induisti, buddisti, ebrei, cristiani o musulmani. Ne va della nostra libertà di pensare, le nostre scelte intime e i nostri processi di emancipazione intellettuale e sociale.
Non bisogna neanche farsi ingannare. Questa evoluzione e le sue recenti contrazioni o controversie attorno al ritorno del religioso, delle paure, della visibilità sociale dei “credenti”, dell'omosessualità, dei simboli, ecc. sono direttamente legate alla presenza e alla nuova visibilità dei musulmani nelle nostre società occidentali. Possiamo scegliere di animare le questioni delicate o di strumentalizzare le tensioni naturali dovute all'arrivo dei nuovi immigrati per dimostrare l'impossibile integrazione dei musulmani e il pericolo che questi ultimi rappresentano. Alcuni partiti potranno anche vincere qualche elezione giocando questa carta. Tuttavia, alla fine, questo atteggiamento provocherà fratture e ciò è completamente controproducente. La coesione sociale sarà impossibile e la diffidenza alimenterà il quotidiano caratterizzato dall'insicurezza. È necessario quindi interrompere questo gioco malsano e scegliere il vero pluralismo, il rispetto reciproco, il dibattito critico e ragionevole. Lontano dalle tensioni attuali e dalle controversie strumentalizzate, vediamo spuntare segni promettenti: la giovinezza delle nostre società europee è molto meno rigida sulle questioni del pluralismo religioso e culturale rispetto alle società più vecchie. Le culture e le religioni non impediscono di conoscersi, di vivere insieme e di condividere spazi e speranze. Probabilmente, sono l'avvenire che permetterà di superare le paure del passato.