sabato, 4 febbraio 2012 ore 04:09

Italia

L'islam, l'Occidente e la pregiudiziale gay
di Tariq Ramadan

Una persona che pronuncia l'attestazione di fede islamica è musulmana: se, d'altro canto, pratica l'omosessualità, non spetta a nessuno escluderla dall'islam.

RNPS IMAGES OF THE YEAR 2008 A gay-rights activist licks a cross as he takes part in a gay pride parade in Rome June 7, 2008. Some 10,000 dancing and singing homosexuals and gay-rights supporters marched through Rome on Saturday, many of them chanting slogans against the Vatican and Italy's conservative new government. REUTERS/Alessandro Bianchi (ITALY)

Tra le questioni delicate che riguardano i musulmani che vivono in Occidente, e in particolare in Europa, vi è la posizione dell'islam sull'omosessualità. In alcuni contesti, sarebbe proprio questa la chiave della possibile o impossibile “integrazione” dei musulmani nella cultura occidentale. È come se, così facendo, i valori e le culture europee si riducessero all'accettazione o meno dell'omosessualità. La “cultura europea” generalmente si adatta alle circostanze e la sua configurazione cambia secondo i soggetti e le circostanze.
 
Nel momento in cui alcuni sostengono, seguendo l'esempio del Papa e di qualche intellettuale - difensori a volte dogmatici ed esclusivisti dei Lumi - che le radici dell'Europa sono greche e cristiane (escludendo quindi i musulmani), ecco che correnti omosessuali e politiche affermano (con lo stesso tentativo di rifiuto nei confronti dei musulmani) che la chiave “dell'integrazione dei musulmani” dipenderà dalla loro accettazione o meno dell'omosessualità. Non ci troviamo perciò davanti ad un'unica contraddizione: perché, dopotutto, il cristianesimo, da cui l'Europa trarrebbe le sue radici, non condanna l'omosessualità, cosa che sarebbe sensata altrove per esprimere i valori e l'identità dell’Europa? Del resto è una strana unione. A meno che il punto in comune di questa contraddizione sia altrove: stigmatizzare l'islam e i musulmani e presentarli come “l'altro”... senza temere di essere in contraddizione con se stessi.

È necessario dire e ripetere, come rivela Isabelle Levy nel suo lavoro introduttivo “Soins et Croyances” , che le credenze e le religioni - correnti maggioritarie dell'induismo, del buddismo fino al giudaismo, al cristianesimo e all'islam - impediscono l'omosessualità. La maggior parte dei rabbini si esprime in questo senso, così come il Papa e il Dalaï-Lama che hanno entrambi condannato l'omosessualità. Per tutte queste tradizioni, com'è stato d'altronde nel caso di Freud (che considera l'omosessualità come una “perversione”), è stata considerata contro natura, l'espressione di uno squilibrio nell'evoluzione della persona: ecco perché l'omosessualità viene condannata a livello morale. Questa resta l'opinione ampiamente diffusa di tutte le credenze e di tutte le religioni e l'islam non fa eccezione.

Sarebbe insensato voler negare questi fatti, contraddire i testi ed imporre alcune elucubrazioni mentali ai credenti e alle credenti per fare in modo che possano dimostrare di essere in grado di vivere nel loro tempo.

Dunque, quello che conta non è essere d'accordo o meno con gli altri testi religiosi, credenze e convinzioni di ognuno, piuttosto invece determinare un comportamento nelle società in cui viviamo insieme. Da oltre venti anni, ripeto – subendo critiche in particolare da alcune correnti musulmane – che l'omosessualità è vietata nell'islam ma che dobbiamo evitare la condanna ed il rifiuto delle persone. Quindi, si può essere in disaccordo con il comportamento di una persona (sul piano pubblico o privato) ma è necessario rispettare la persona per quello che è.

È questo che ho sempre affermato andando oltre: una persona che pronuncia l'attestazione di fede islamica è musulmana: se, d'altro canto, pratica l'omosessualità, non spetta a nessuno escluderla dall'islam. Un comportamento considerato riprovevole dalle regole morali non è sufficiente per scomunicare un individuo. Dunque, la questione è chiara e i musulmani europei hanno il diritto di esprimere le loro convinzioni rispettando le persone per il loro essere e per i loro diritti. Credo che la coerenza imponga il rispetto di questo atteggiamento di fede e di apertura.

Ora assistiamo a delle campagne malsane e volte all'ideologia. Affermare le proprie convinzioni e rispettare le persone non basta: occorrerebbe che i musulmani arrivassero a condannare il Corano, ad accettare e a promuovere l'omosessualità: questo sarebbe il prezzo della loro modernità. Ora, questo atteggiamento non solo è destinato a fallire (poiché le correnti maggioritarie dell'islam riformista e tradizionale, come quelle delle altre religioni, non cederanno su questo argomento) ma rivela un nuovo dogmatismo – con qualche sentore coloniale antico persino xenofobo – al centro del pensiero cosiddetto progressista e moderno. Il “politicamente corretto” si insinua attraverso alcuni intellettuali a cui i media danno risalto, persino delle lobby, che impongono a tutti il solo modo di essere “aperti” o davvero “liberali”. Facendo più attenzione, questo pensiero aperto e liberale esige il rispetto reciproco di se stessi, ma ha una tendenza fastidiosa a imporre i dogmi e a lasciare poco spazio alle convinzioni delle filosofie, delle credenze o delle religioni tradizionali. Tradendo la finalità della modernità che ci doveva consentire di gestire la libertà di ognuno e la diversità per tutti, ecco che non ci sarebbe un solo modo di essere liberi e moderni. Questa tendenza dogmatica e dogmatizzante, dal nome stesso del pensiero liberale, è pericolosa e deve chiamare in causa tutte le donne e tutti gli uomini, atei, agnostici, induisti, buddisti, ebrei, cristiani o musulmani. Ne va della nostra libertà di pensare, le nostre scelte intime e i nostri processi di emancipazione intellettuale e sociale.

Non bisogna neanche farsi ingannare. Questa evoluzione e le sue recenti contrazioni o controversie attorno al ritorno del religioso, delle paure, della visibilità sociale dei “credenti”, dell'omosessualità, dei simboli, ecc. sono direttamente legate alla presenza e alla nuova visibilità dei musulmani nelle nostre società occidentali. Possiamo scegliere di animare le questioni delicate o di strumentalizzare le tensioni naturali dovute all'arrivo dei nuovi immigrati per dimostrare l'impossibile integrazione dei musulmani e il pericolo che questi ultimi rappresentano. Alcuni partiti potranno anche vincere qualche elezione giocando questa carta. Tuttavia, alla fine, questo atteggiamento provocherà fratture e ciò è completamente controproducente. La coesione sociale sarà impossibile e la diffidenza alimenterà il quotidiano caratterizzato dall'insicurezza. È necessario quindi interrompere questo gioco malsano e scegliere il vero pluralismo, il rispetto reciproco, il dibattito critico e ragionevole. Lontano dalle tensioni attuali e dalle controversie strumentalizzate, vediamo spuntare segni promettenti: la giovinezza delle nostre società europee è molto meno rigida sulle questioni del pluralismo religioso e culturale rispetto alle società più vecchie. Le culture e le religioni non impediscono di conoscersi, di vivere insieme e di condividere spazi e speranze. Probabilmente, sono l'avvenire che permetterà di superare le paure del passato.

mercoledì, 1 aprile 2009

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commenti dei lettori

12 commenti presenti

mario

02 apr 2009 19:50

Chi sa , sa ; chi non sa, insegna.

Manlio

02 apr 2009 19:31

Invito il signor Ramadan a leggere l'editoriale di Battista pubblicato oggi sul Corriere della Sera. E a riflettere sui contenuti di quell'articolo.

Gregorio Viali

02 apr 2009 18:29

Ad integrazione del post di ALDO: "Tariq Ramadan, un intellettuale che incomprensibilmente gode fama di «ponte» culturale tra il mondo occidentale e l’islamismo, ha scritto sul «Riformista» che la pretesa di far «accettare » ai musulmani l’omosessualità «rivela un nuovo dogmatismo», oscuramente alimentato da non meglio precisate «lobby» e addirittura non privo «di un qualche sentore coloniale antico persino xenofobo». Fossero state pronunciate (anche in una formulazione più tenue) da qualche esponente del mondo cristiano, ci sarebbe stata una sollevazione energica contro un esempio arrogante di omofobia clericale. Ma le ha argomentate un leader intellettuale del fondamentalismo islamico, e dunque la prudenza del silenzio prevarrà anche in questo caso..." (Pieluigi Battista, sul Corsera di oggi). Difficile non concordare.

49 franco

02 apr 2009 17:54

Si, va bene... ma la foto l'avete messa voi. Un coglione così andrebbe salvato ?

aldo

02 apr 2009 17:32

la risposta migliore a questo delirio l'ha scritta Battista oggi sul Corriere

Grigio

02 apr 2009 17:01

Difficile dissentire con qualcuno che scrive esattamente quello che tu vuoi leggere. Questo accade con Ramadan. Solo che, sempre, i suoi scritti suonano artificiosi, costruiti, zeppi di inesattezze e lacune (eufemismi!). Come dice angelo ventura, tutto è "islamicamente corretto". Così non si costruisce, come vorrebbe il riformista, un dialogo con l'Islam moderato, ma una commedia delle parti.

Franco

02 apr 2009 16:40

Si pensa che solo le confessioni religiose abbiano riserve sulla omosessualità.Io,da posizioni molto laiche,in quanto agnostico,pur nutrendo rispetto e tolleranza per gli omosessuali non credo che lo stato debba codificare la loro convivenza pervenendo addirittura anche al matrimonio e alla adozione.Il loro stato che deriva da una libera scelta deve rientrare in una sfera privatistica.Definiscono la loro condizione "orientamento sessuale" ? Io lo considero ,ripeto parto da posizioni laiciste ,disorientamento sessuale,ma che siano liberi di farlo.Mi sbaglierò ma la pedofilia non è forse una forma perversa di omosessualità?E' vero non tutti gli omosessuali sono pedofili ma credo che la maggior parte dei pedofili prediligendo i bambini di sesso maschile in gran parte lo sono.Annoverare pertanto l'omosessualità tra i diritti umani mi sembra una forzatura.

otto

02 apr 2009 15:14

Peccato che gli omosessuali nei paesi islamici li condannano a morte (e non per finta), mentre da noi sono liberi di comportarsi come credono! Sarebbe ora di smetterla con la barzelletta della tolleranza dei Musulmani verso chi non la pensa come loro. Non esiste un Paese islamico, infatti, dove ci sia piena libertà, e le persecuzione dei cristiani in quelle nazioni, anche se taciute dalla nostra stampa, sono all'ordine del giorno.

angelo ventura

02 apr 2009 14:13

Concordo con Cino Casson.Ritengo poi che i diritti umani abbiano la priorità su qualsiasi norma o pregiudizio religioso. L'atteggiamenmto dei fondamentalisti musulmani verso le donne è ripugnante perchiunque abbia a cuore i diritti umani. E l'omofobia misulmana non merita un giudiziop migliore. Scusate, ma rifiuto l'islamicamente corretto,

Paolo G

02 apr 2009 11:24

L'articolo (terribilmente involuto e complesso sul piano concettuale - ho dovuto leggerlo tre volte per capire dove volesse arrivare) in fondo sembra dirci: la tolleranza deve prevalere sul dogmatismo, non soltanto negli ambienti religiosi - e pertanto determinati comportamenti possono essere non approvati, ma non dovrebbero essere stigmatizzati al punto dall'escludere un individuo da un contesto sociale o religioso - ma anche in quelli laici - ove il rifiuto di comportamenti irrazionali e acritici dettati da un credo religioso può non essere approvato ma deve essere capito e tollerato e non può sconfinare in un "dogmatismo laico". La tolleranza consentirà un equilibrio sociale altrimenti irraggiungibile. È tutto vero, ma occorre prestare attenzione: nella scala dell'intolleranza, molti paesi musulmani sono oggi di gran lunga i peggiori, e sono solamente loro ad imporre a tutti i cittadini una legge basata interamente su precetti religiosi. Da noi persistono tentativi di ingerenza del Vaticano, ma sono tutto sommato controllabili dalla politica. Il mondo laico può arrivare all'emarginazione degli individui, e alla condanna di comportamenti lesivi dei diritti umani, e a forme di isolamento sociale, ma il "grado di intolleranza" è di certo più limitato in quanto la cultura laica è di solito aperta al confronto. È difficile reagire all'intolleranza assoluta con una completa tolleranza, soprattutto quando la prima assume toni aggressivi e violenti. Inoltre, nell'Islam convivono spiriti profondamente diversi (fondamentalisti e abbastanza flessibili) ma pochi si azzardano a esprimere forme ufficiali di condanna o anche solo di disapprovazione dei comportamenti intolleranti. Tutto questo complica terribilmente tutte le strade per arrivare a qualche forma di coesistenza e di equilibrio. Difficile giudicare la nota ottimistica di Ramadan sulle nuove generazioni, nelle ultime righe dell'articolo. Speriamo davvero che abbia ragione.

Piero

02 apr 2009 10:32

Ammetto che, oggi come oggi, la posizione dell'Islam sull'omosessualità non è proprio in cima alla mia scala di priorità (semmai quella sulle donne) ma vorrei osservare che la foto dell'articolo è quasi peggio di quella di Franceschini che mi guarda serio con l'orologione storto. Cordialmente.

Cino Casson

02 apr 2009 09:12

Come sempre Tariq Ramadan argomenta con abilità; e, come sempre, elude il punto. Nessuno pretende che l'Islam, il Papa, i rabbini (e il signor Mario Rossi) approvino l'omosessualità e qualsiasi altro comportamento da essi considerato illecito. Restino pure tutti della loro opinione, continuino a pensare - e anche a dire - che disapprovano moralmente; quel che conta è che nessuno pretenda di tradurre la condanna morale in discriminazione o, peggio ancora, in sanzione penale. Se davvero si crede che la diversità culturali e religiose (e non si dimentichi che esistono milioni di persone che non aderiscono ad alcuna fede religiosa) non impediscano di "vivere insieme e condividere spazi e speranze", il primo requisito è che nessuna cultura e nessuna religione pretenda di tradurre in legge i propri precetti morali.