sabato, 4 febbraio 2012 ore 03:48

Prima pagina

Altro che metafora: la Calabria come enigma
di Fabrizio d'Esposito

La rivolta nera, in senso fascista, di Reggio, quarant'anni fa. Quella di oggi a Rosarno, nera di pelle, stavolta. La potenza geometrica della 'ndrangheta, tra le più grandi organizzazioni mafiose del mondo, impermeabile al pentitismo. Le transumanze affaristico-politiche della Seconda repubblica, sfociate nei misteri dell'omicidio Fortugno. Ancora: le bombe davanti ai tribunali. La storica ombra delle logge massoniche. Che cos'è la Calabria, anzi le che cosa sono le Calabrie, considerata la distanza siderale tra Cosenza e Reggio?

African immigrants cook in the makeshift camp in the countryside near the village of Rosarno southern Italy January 9, 2010. Clashes between immigrants and locals in the southern Italian town of Rosarno entered a second day on Friday, with the government rushing extra police to try to stem one of the worst episodes of racial unrest in years. REUTERS/Antonino Condorelli (ITALY - Tags: CIVIL UNREST)

Ribaltando l'invettiva sciasciana sulla Sicilia come metafora, si potrebbe dire la Calabria come enigma. Terra dura e impenetrabile, che vanta il singolare primato di avere più nativi fuori dalla regione che dentro: tre milioni di emigrati contro due che sono rimasti. Ma anche terra di utopisti come Tommaso Campanella e visionari come Gioacchino da Fiore, quest'ultimo caro addirittura a Obama. Dice la cosentina Jole Santelli, parlamentare del Pdl: «La Calabria è come l'Aspromonte visto dall'alto: non scorgi nulla, tutto è inestricabile e se trovi un sentiero il giorno dopo non c'è più, è scomparso».

Come in ogni enigma che si rispetti la chiave è primordiale e risiede nei simbolismi di un linguaggio oscuro. Continua Santelli: «Il calabrese non dice mai quello che deve o vuole dire. Tutto è simbolico. Quando Fortugno venne ammazzato davanti al seggio delle primarie del Pd qualcuno lo chiamò per nome per farlo girare. Che significa?». Poi ci sono le bombe anti-giudiziarie di questi giorni: «Mi chiedo perché la 'ndrangheta, che ha un arsenale militare di portata enorme, abbia usato una bombola di gas portata da due ragazzi in motorino». Tutto ha un senso in Calabria. Solo che quel senso sfugge agli osservatori esterni. A differenza di Sicilia e Campania, altre regioni del mezzogiorno italiano, con traumi più universali (dalla lezione di Pirandello a quella di Eduardo), la regione di Corrado Alvaro offre pareti ripide da scalare. Qual è il segreto della Calabria? Una delle scene più suggestive di Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti, calabrese di Polistena, è quando uno dei protagonisti ripete una frase che si legge su un famoso striscione della Reggina: «Chisti simu». «Questi siamo». I calabresi sono soprattutto la famiglia.

Dice Calopresti: «La famiglia è l'atomo che determina tutto, in positivo e in negativo. E da qui che scaturisce il meccanismo che scandisce la convivenza: la faida». Faide tra bianchi e bianchi. Ma anche faide tra bianchi e neri, ai tempi della globalizzazione senza frontiere. La faida, cioè la violenza, è il filo che unisce eventi diversissimi tra di loro. Continua il regista: «Tra la Calabria e il resto d'Italia c'è una frattura. Poi all'interno della regione ce ne sono altre di fratture. Pensi alla distanza tra Cosenza e Reggio. Se guardo oggi alla Calabria, sì, mi viene da dire che c'è qualcosa di irredimibile, di irrisolvibile. C'è una sfiducia atavica nel cambiamento e nella trasformazione. La gente crede che si vivrà sempre così».

La politica? Risposta: «La politica avrebbe dovuto essere la soluzione ma manca totalmente di pensiero e di capacità di analisi». Il risultato è quello che Felice Manti, cronista del Giornale nato a Reggio, riassume con questa battuta: «Gli unici intellettuali oggi in Calabria sono gli sbirri, gli investigatori». Nell'autunno scorso, Manti ha curato un libro su Reggio Calabria crocevia del Mediterraneo. Può essere utile leggere una brano del capitolo iniziale alla luce dei fatti di Rosarno: «”Il sogno dell'immigrato non è realizzarsi fuori ma imparare un mestiere, fare soldi e mandarli a casa, e un giorno non troppo lontano tornare. A fare quel mestiere”, mi disse una volta uno studente immigrato di un corso di formazione organizzato dalla Cisl di Reggio Calabria. Quanti ragazzi di Calabria emigrati al Nord la pensano così? Allora, riguardare all'intero fenomeno migratorio con questi occhiali null'affatto razzisti consente di ragionare su un punto. Può la Calabria, terra di immigrazione, fare per il Nord Africa quello che il Nord Italia non è mai riuscito a fare? Cioè formare, istruire, educare la gens mediterranea a pensare, lavorare e perché no, guadagnare imparando un mestiere e riportando in patria questo know how?».

In Calabria, la vera cultura, continua Jole Santelli, è il potere. Lo Stato arriva «per fregare ma anche per essere fregato», come la clamorosa vicenda dell'esercito dei 10mila forestali. Il potere sono le istituzioni locali anche se lo Stato non è presente, sembra un racconto di Borges e invece è la realtà, ma soprattutto il potere è quello nascosto della 'ndrangheta. Luigi Lombardi Satriani è uno dei maggiori antropologi italiani. È stato anche senatore dell'Ulivo. Lombardi Satriani è di Briatico, in provincia di Vibo Valentia. Per lui la Calabria è una metafora. Dice: «La mia regione è la metafora di tutte le contraddizioni italiane, dalla mafia all'immigrazione. Attenzione però. Non vorrei che la 'ndrangheta diventasse il capro espiatorio di questa situazione. Nel senso che ci sono anche altre responsabilità. Dove eravamo noi, per esempio, quando sono cominciati ad arrivare questi immigrati? I vizi calabresi sono un alibi per la falsa coscienza di tutti». Lombardi Satriani ritiene che a Rosarno ci siano solo vittime «come quei giovani educati nella cultura della violenza».

La classe politica locale reclama sempre fondi, cioè soldi, dopo ogni emergenza o catastrofe ma la verità è che manca una strategia e la mediocrità è trasversale. La Calabria è unica anche perché c'è un insolito turn-over di sindaci, presidenti e governatori. Volti mutevoli che però rispondono sempre alla stessa logica, quella di un voto governativo per definizione e finanche organizzato da altre entità. La rivolta di Rosarno è scoppiata a quarant'anni esatti da quella di Reggio. Altra storia, altre ragioni. Ma l'elemento della faida, dello spontaneismo armato per regolare i conti è lo stesso. Tafferugli, scontri, città a ferro e fuoco. Il caos del sangue è nel dna di un familismo che ha nella criminalità la sua massima esasperazione. La Calabria come enigma, non come metafora.

lunedì, 11 gennaio 2010

invia il tuo commento alla notizia

commenti dei lettori

5 commenti presenti

lupimor@gmail.com

13 gen 2010 15:56

Caro Direttore, è comodo definire "enigma" quello che non vogliamo o non possiamo capire. Esiste un fatto talmente evidente, senza scomodare i sociologi, da essere banale: tutto, uomini e comportamenti, sono figli del loro passato. Se in Calabria, il tessuto sociale, è così legato alla famiglia "l'atomo che determina tutto, in positivo e in negativo", come evidenzia Calopresti, dov'è l'enigma? E' un problema culturale e come tale di lungo percorso, non di immediata soluzione, anche se necessita di segnali non più procrastinabili. Occorre solo cercare di capire perché, in gran parte di quella terra, questo "atomo" abbia ai nostri giorni, conservato tratti costitutivi e comportamentali, uguali a quelli dei secoli scorsi. La "faida" come metodo per la risoluzione di contrasti evidenzia l'assenza del senso della "legalità" percepito come interesse comune, come pilastro portante del vivere insieme, come abito mentale per valutare gli avvenimenti. Vale anche per la competizione politica. Non lo si può imporre per legge. Il vero enigma consiste nel fatto che si celebrino i 150 anni dell'Unità, senza essere riusciti ad offrire alternative credibili ed accettabili "all'atomo". Stato e Istituzione credibili, calabresi disponibili. Cordiali Saluti Moreno Lupi

gio.vanni

12 gen 2010 12:26

Leggo oggi: l'Egitto protesta per il trattamento subito in Italia dai musulmani e dagli arabi...Quanta molta strada ha fatto a marcia indietro questo misero stato dall'epoca dei Faraonii; e perchè tace invece sui cristiani massacrati come e peggio dei cani nei "democratici" paesi arabi?

Lorenzo de Caprio

12 gen 2010 10:57

Frasi fatte e luoghi comuni, vecchi di 150 anni. Manca del tutto un'analisi storica e sociale. Il tema fondamentale dell'articolo è dato dal solito pre-giudizio d'ascedenza lombrosiano: quello della "diversità irriducibile" dei meridionali. Ai tempi di Lombroso e poi a quelli di Pende la diversità meridionale veniva spiegata in termini di inferiore biologia razziale, oggi la stessa "diversità" viene spiegata in termini di cultura... inferiore, il che è del tutto coerente con il "nuovo" razzismo culturale. Infatti, restando immutato il giudizio di "inferiorità" quello che è cambiato, dall'olocausto in poi, è la giustificazione dell'inferiorità, che ieri era la razza, oggi è la cultura. Nell'articolo l'autore si rifà alla nozione del "familismo", nozione introdotta da un modesto sociologo "liberal" americano che, guarda caso, studiando la società rurale della Basilicata attribuì tutti i guai dei contadini meridionali non alla "irriducibile" miseria ma alla loro organizzazione familiare, Come se questa fosse una sorta di invariante bio-sociale al di fuori del tempo e dalla storia e non il prodotto, la sovrastruttura hic et nunc, di una miserabile economia. L'espressione : "dna di un familismo..." è veramente meritovole di qualche commento. L'autore mettendo insieme la determinante biologica (DNA) e la determinante socioculturale (familismo) rischia pericolosamente di recuperare le concezioni del peggiore razzismo scientifico d'ante guerra, quello che con-fondendo il biologico con il culturale, finiva con il sostenere che la determinante biologica ( ieri la Razza, oggi il DNA) fosse la causa dell' inferiorità sociale, morale, culturale, economica e civile degli ebrei, dei negri, degli arabi, degli slavi, dei greci, dei meridionali, degli indiani, dei cinesi...Vale a dire di tutti i popoli e le etnie che non fossero alti, belli, biondi e con gli occhi azzurri. Detto in altro modo gli scienziati della razza, come spero non pensi il dott. D'Esposito, ritenevano che, (per usare un linguaggio attuale), esistessero i geni della moralità, della civiltà, dello spirito guerriero, della buona educazione, della criminalità, dell'ignoranza, etc etc. Preso atto poi che "i caratteri ereditari" inferiori non potevano essere modificati, gli scienziati della razza conclusero per lo sterminio. Non avrei mai immaginato di leggere sul sito del il Riformista simile vecchie assurdità, assurdità smentite nel secondo dopoguerra non solo dalla ricerca sociologica sul razzismo biologico e sul neorazzismo culturale ma anche e soprattutto dalla moderna Genetica.

angela

11 gen 2010 19:30

ha ragione lombardi satriani quando chiede:"dove eravamo noi quando questi immigrati sono arrivati in calabria?" appunto, dove eravamo? dov'erano tutti quei rappresentanti locali del governo e tutte le decine di parlamentari calabresi mandati a roma per rappresentarli? dove sono andati tutti i denari da sempre mandati in quelle regioni? cosa hanno fatto i prefetti, i magistrati da noi tutti pagati per lottare contro l'ndrangheta? cosa hanno fatto i calabresi per scrollarsi di dosso tutte queste piaghe che da sempre li martorizzano? oggi si rivoltano contro gli immigrati con i quali convivono da 20 anni grazie al buonismo peloso di certa classe politica, perche non si sono rivoltati 50 anni fa contro la loro classe politica che ha fatto di tutto per lasciarli in questa situazione, anzi peggiorandola quando il resto del paese faceva di tutto per migliorarsi?

Guido Mastrobuono

11 gen 2010 13:22

Si... va beh... ma a Rosarno... che è successo. Chi ha attaccato chi? Ed a chi serve? Leggo il giornale per avere informazioni e questo mi pare un'articolo sull'ignoranza generale.