Spain's Prime Minister Jose Luis Rodriguez Zapatero listens to a question during a news conference at Madrid's Moncloa palace February 5, 2010. REUTERS/Andrea Comas (SPAIN - Tags: POLITICS)
Il trabalzone finanziario che sta scuotendo la Spagna è anche un duro colpo all'ultimo leader di sinistra ancora saldo alla guida di un grande paese europeo. Con le conseguenze di questo disastro dovrà fare i conti tutto il campo progressista. A cominciare da chi, soprattutto in Italia, aveva eletto José Luis Rodríguez Zapatero a campione della sinistra perbene contro la presunta degenerazione della sinistra permale. Al premier spagnolo e ai suoi fan spetta ora l'onere di spiegare come sia stato possibile affidare simbolicamente la stesura del manifesto progressista del Terzo Millennio a un paese il cui boom è stato in sostanza trainato da una gigantesca manovra di speculazione immobiliare e dallo sfruttamento di manodopera immigrata a basso costo nei cantieri. Un paese che, dopo oltre un quinquiennio di guida socialista, si trova gravato da un tasso di disoccupazione del 20 per cento.
Ora che il miracolo spagnolo minaccia di svaporare nell'incubo del default, la sinistra continentale rischia di trovarsi in un futuro non molto lontano in una condizione di tabula rasa. Politica, culturale ed elettorale. Anche il premier laburista Gordon Brown, con le elezioni in vista in Gran Bretagna e coi conservatori in grande spolvero, è infatti poco più che un inquilino sotto sfratto a Downing street.
Archiviato il blairismo, spazzati via dal governo i socialdemocratici tedeschi, e coi socialisti francesi che assistono mesti e litigiosi a una lotta per l'Eliseo che appare oggi questione tutta interna alla destra gollista - quanto all'Italia, è inutile dire - era rimasto in campo solo lui: Zapatero, o perlomeno il suo mito. Già le elezioni europee avevano certificato lo stato comatoso del campo progressista. E la prova provata stava nel fatto che il malridotto Partito democratico guidato pro tempore da Dario Franceschini, nonostante fosse uscito dalle urne con un risicato 25 per cento, era addirittura risultato la forza più in salute tra le principali affiliate al Pse.
L'eventuale tonfo di Zapatero sarebbe tra i più pesanti. Perché la gloria di altri leader poi caduti in disgrazia - il caso di Blair è esemplare - non ha comunque cancellato meriti e risultati degli anni di grazia. Il declino dei laburisti, probabilmente inarrestabile già al momento del passaggio di consegne con Brown, ha interrotto una stagione di governo non priva di ombre (basti pensare all'eccesso di mercatismo connaturato alla Terza via, certo non estraneo all'esplosione della crisi globale) ma che si reggeva sul successo oggettivo di politiche oggettivamente di sinistra: occupazione, welfare, istruzione, sanità. Gli indici dell'era blairiana raccontano di una stagione che riformato in profondità, e in direzione di una maggiore giustizia sociale, la società britannica.
In Spagna, invece, va delineandosi un quadro ben più fosco. Per anni il paese sembrava destinato a un'ascesa senza limiti. Fatte le dovute proporzioni, la Spagna pareva la Cina d'Europa, trainata da una crescita costante del Pil che aveva spinto gli spagnoli a decretare il sorpasso sull'Italia, in attesa addirittura di mettere nel mirino obiettivi ancora più ambiziosi. Nel frattempo, Barcellona si trasformava nella capitale della nuova movida e lo sport iberico raccoglieva successi a ripetizione nelle più svariate discipline. Pareva la rappresentazione di un paese inarrestabile, capace di fare sistema e sbaragliare gli ostacoli alla crescita. Pareva. Perché scricchiolii, riserve e dubbi sulla solidità del boom spagnolo non erano mancati già negli scorsi. Ora che la crudezza delle cifre certifica la fragilità dei conti pubblici iberici, e non solo, Zapatero è due volte sotto schiaffo. Si trova da una parte a dover arginare la possibile slavina e dall'altra a cercare disperatamente di evitare che la situazione attuale porti a una radicale revisione del giudizio sui suoi anni di governo. Oggi infatti - e qui sta la grande differenza con la parabola del blairisimo e con le difficoltà della Spd del dopo Schroeder - la crisi spagnola appare non come un miracolo economico improvvisamente aggredito dalla durezza della congiunutra, bensì come un gigantesco e prolungato bluff infine smascherato dall'esplosione della bolla finanziaria e mediatica.
Speculazione immobiliare e manodopera immigrata a basso costo nei cantieri sono forse il volano per una crescita impetuosa sul breve periodo. Certo non sono le credenziali migliori per chi vuol costruire un'alternativa alla tanto vituperata Terza via. Ai fan di Zapatero resta solo la possibilità di rivendicare il coraggio delle scelte nel campo dei diritti civili e delle libertà personali, che sono poi la vera base su cui, almeno nel nostro paese, si è costruito il mito zapateriano. Ma bastasse la laicità a indicare una via d'uscita per lo stallo della sinistra europea, tanto varrebbe affidarsi a Nicolas Sarkozy, che in materia non ha molto da imparare dai socialisti spagnoli. Se invece si vuol fare i conti con la realtà, sarà meglio ricordarsi di quel venti per cento di disoccupati spagnoli che del miracolo economico hanno visto soltanto il miraggio.
sabato, 6 febbraio 2010
foto del giorno
Pine trees are lit up at the snow-covered Kenrokuen garden, one of the three most beautiful gardens in Japan, in Kanazawa, 295 kilometers (184 miles) northwest of Tokyo, Friday, Feb. 3, 2012. (AP Photo/Kyodo News)