martedì, 7 febbraio 2012 ore 07:29

Prima pagina

Morte di un mostro: 20 anni di sospetti e Pietrino s'uccide
di Tommaso Labate

Il giorno che l'assolsero dall'accusa di aver rapinato e fatto a pezzi un numero indefinito di coppiette nei dintorni di Modena, era l'autunno del 1991, il signor Filippo Cammarata da Caltanissetta, all'epoca trentaduenne, decise di dedicarsi all'erculea impresa di ripulire il suo nome dal marchio dell'infamia.

©LaPresse Archivio storico Cronaca Roma agosto 1990 Delitto via Poma Nella foto: il portiere Pietrino Vanacore con Di Vita B 5943

E visto che l'avevano ribattezzato il «mostro dell'Autosole», gli venne l'idea di costituire proprio «un'associazione di ex mostri», di gente sbattuta in prima pagina e poi scagionata senza manco troppe scuse. Ora non è dato sapere che fine ha fatto il Cammarata né se l'associazione a tutela degli ex mostri alla fine si fece o meno. Agli atti però rimane che il primo compagno che l'ex mostro dell'Autosole tentò di contattare per la sua avventura fu proprio Vanacore Pietro, detto Pietrino. L'ex mostro (manco tanto ex) per antonomasia, insomma.

Con le stesse cinque parole, che tutti i telegiornali citavano mattina e sera tutte d'un fiato («Pietrino-Vanacore-portiere-dello-stabile»), il custode della scala B del palazzo di via Poma, dove il 7 agosto 1990 venne trovava uccisa Simonetta Cesaroni, ha segnato più di chiunque altro l'ingresso dell'Italia negli anni Novanta. Ancor più dell'orribile mascotte dei Mondiali di calcio orribilmente battezzata «Ciao», ancor più dei gol di Totò Schillaci nelle notti magiche.

Ieri, l'ormai settantottenne Vanacore è morto. A Torricella, provincia di Taranto, nella zona dov'era tornato da tanti anni. S'è legato a una fune, ha bevuto l'anticrittogamico che aveva portato con sé e poi finito in mare. Stando al Tg5, che per primo ha dato la notizia, è «suicidio». Ci sono anche i bigliettini di circostanza: in uno c'è scritto «venti anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio». Il portiere Pietrino, che avrebbe dovuto testimoniare nel processo Cesaroni (l'imputato è l'allora fidanzato di Simonetta, Raniero Busco), era forse l'ultimo custode del «segreto». Forse.

Di certo è il protagonista di un mistero: che parte dalle emorroidi che lo tormentano da anni e prosegue nel suo oscuro passato a Torino, passando per un mazzo di chiavi dimenticato.

Alle 23.30 del 7 agosto 1990, il commercialista Domenico Volponi e la signorina Paola Cesaroni raggiungono lo stabile di via Poma 2, quartiere Prati. In uno dei tanti appartamenti della scala B ha sede l'Associazione nazionale ostelli della gioventù, dove Simonetta Cesaroni sta lavorando part time. Volponi è il commercialista di cui fa l'assistente, mentre Paola è la sorella. I due sono preoccupati perché è tardi e Simonetta non è tornata a casa, che sta in zona Subaugusta, a sud della Capitale. E manco ha telefonato. Volponi e la Cesaroni senior s'imbattono in Giuseppa de Luca, la moglie del portiere Vanacori, che in un primo momento si rifiuta di aprirgli la porta dell'appartamento. Poi cede e tira fuori il doppione. La porta dell'Associazione ostelli è chiusa con quattro mandate. Dentro, in una pozza di sangue, c'è il cadavere di Simonetta Cesaroni. La polizia che esamina il corpo conta fino a ventinove coltellate. Ma il medico legale dice che a ucciderla è stato un trauma alla testa. «Dopo la scoperta - racconterà Volponi - non mi ricordo come ma mi ritrovai al pian terreno. Lì incontro una persona vestita di bianco, con lo sguardo freddo, che mi fissava. Una figura inquietante. Non sapevo chi fosse ma l'avrei scoperto dopo. Era Pietrino Vanacore».

Entra subito nell'inchiesta, il «portiere dello stabile». Anche perché qualche malalingua spiffera alla polizia che lui è segretamente innamorato di Simonetta, che però lo respinge. Vanacore ha pure l'alibi, peccato che sia «imperfetto». Nell'ora del delitto - fissata tra le 17.20 e le 18.20 del 7 agosto - lui ha un buco di trenta minuti che non riesce a giustificare. «Stavo innaffiando le piante dall'altra parte del cortile», dice. «C'è un ragazzo passato in motorino che mi ha visto», aggiunge. Gli inquirenti lo rintracciano pure, il testimone. Ma il ragazzo nega: non ha visto il portiere anche perché quel giorno era tornato nel palazzo alle 20.

A quel punto Vanacore è nei guai: perché è l'ultimo ad aver visto Simonetta viva, perché ha le chiavi dell'appartamento del delitto, perché quel pomeriggio i testimoni del palazzo non hanno visto entrare nessuno sconosciuto, perché cambia il suo alibi più volte e soprattutto per due macchie di sangue che la scientifica rintraccia sui suoi calzoni. Quel sangue apparteneva alla Cesaroni? Nell'attesa che gli esami risolvano l'enigma, il portiere della scala B del palazzo di via Poma 2 viene arrestato. Il suo legale, Antonio De Vita, si oppone al prelievo di un campione di sangue e Vanacore gli scoppia in lacrime davanti: «Ma come, avvocato, anche lei crede che io possa essere colpevole?». Dopo un lungo silenzio rompe il ghiaccio anche l'altro portiere dello stabile, Nicola Grimaldi. Che chiude il cerchio: «Immagino che il sangue fosse proprio suo, di Vanacore, che soffre di emorroidi. Poveraccio, quelle macchie sono la sua vergogna. Si sporcava spesso i pantaloni ma non sapevamo come dirglielo. La polizia - conclude Grimaldi - sta prendendo un granchio». Infatti a fine agosto, il Tribunale della Libertà dispone la sua scarcerazione. Quel sangue, con tutta probabilità, non appartiene a Simonetta Cesaroni.

Non ammette le emorroidi, Vanacore. E soprattutto dimentica di inserire nel suo alibi una sosta dal ferramenta per il duplicato di una chiave, Pietrino. Perché cambia continuamente versione, il portiere dello stabile? Il commissario Nicola Cavaliere vola a Torino per scavare sul passato del custode. E forse trova riscontri su alcune ombre nel passato di Vanacore, una «storia torbida» - si disse all'epoca - che riguardava lui e il suo rapporto con la figlia Anna, che viveva nel capoluogo piemontese. Il mostro è in prima pagina e la sua schiena di ex camionista gli dà sempre più noie.

Il suo calvario sembra finito a Natale del '90. Sembra. Perché quando nell'inchiesta spunta il cittadino austriaco Roland Voller, Vanacore entra di nuovo nel mirino degli inquirenti. Voller accusa del delitto il giovane Federico Valle, 20 anni. E, tornando alla sera del delitto, per la precisione tra le 22.30 e le 23, i magistrati trovano traccia di una misteriosa visita che Pietrino aveva fatto al nonno del ragazzo, Cesare, che abitava nel condominio. L'ultimo teorema vuole Valle junior nei panni dell'omicidia e Vanacore in quelli del complice. Ma anche il castello di carte finale si sgretola. È il 1994, Simonetta è morta da quattro anni. Pietrino, intanto, ha ceduto i galloni di «portiere della scala B» alla moglie. La signora Pina, però, non regge la fatica e i condomini sfrattano la coppia. I due organizzano il viaggio di ritorno, la fuga da Roma.
 
Direzione Puglia. Nell'agosto del 2000, Repubblica lo rintraccia a casa sua, a Monacizzo, provincia di Taranto. Campa di lavoretti, impianti elettrici, muri da riparare. Ha una certezza: «So che non è finita. So che prima o poi l'assassino si farà vivo». Ieri è morto. Dopo aver lasciato su un foglietto il suo epitaffio: «Vent'anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suidicio». Venerdì avrebbe dovuto testimoniare al processo in cui è imputato Raniero Busco, difficile pensare che non ci sia una relazione tra le due cose. Il custode del segreto sul delitto Cesaroni non c'è più. E forse qualche ombra, nella notte del 7 agosto 1990, tira l'ultimo sospiro di sollievo. Vent'anni dopo.

mercoledì, 10 marzo 2010

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