Nella Costituzione non c'è concorrenza di Alberto Mingardi
Serve cambiare l’articolo 41 della Costituzione, per fare liberalizzazioni e semplificazioni? Non è una condizione sufficiente né, a rigore, una condizione necessaria. Fra l'altro, l'architettura costituzionale «rende difficilissimo trasformare i progetti in legge concreti», come ha detto ieri Silvio Berlusconi, ma ancor più ostacola i progetti di revisione costituzionale, rendendoli molto laboriosi. Eppure, in un Paese che abbia scelto l’economia di mercato, l’articolo 41 della Costituzione grida vendetta, e lo si dovrà pur dire. Leggiamolo: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».
Chi l’ha scritto ragionava, in tutta evidenza, come se la libera impresa fosse in contrasto con l’utilità sociale. Come se, per non esserlo, avesse bisogno di un indirizzo esterno, di perseguire fini collettivi inevitabilmente altri da quelli dei singoli attori economici.
Chi ha scritto quell'articolo riteneva anche che questi «fini sociali» non emergessero spontaneamente dalle interazioni fra individui e gruppi, ma fossero da imporsi a un mercato riottoso attraverso «programmi e controlli opportuni». Michele Ainis sulla Stampa ha sostenuto che anche il terzo comma dell’articolo 41 andrebbe bene così com’è, «senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare», «sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani». Attenzione: l’articolo 41 non parla solo di controlli, parla specificamente di programmi (cioè di “piani”). Questi contribuiscono alla “funzionalizzazione” dell’impresa, così come della proprietà, nella nostra Costituzione. I limiti che vi vengono posti non sono solo di carattere esterno o negativo, ma di carattere interno o positivo: l’autorità pubblica stabilisce finalità e modi d’uso di un bene o di una impresa. I «fini sociali», che possono innervarsi in «programmi» ad hoc, questo sono. Non si tratta “banalmente” della necessità di “prevenire” eventuali esternalità negative, o di “controllare” che l’esercizio di determinate attività non abbia come ripercussione la lesione di un diritto altrui. È proprio al contrario l’idea che l’esercizio della libertà d’impresa sia accettabile solo nella misura in cui gli obiettivi suoi propri (a cominciare dalla ricerca del profitto da parte degli imprenditori) siano “contemperati” da esigenze di altro tipo.
Negli anni scorsi, l’articolo 41 è stato riletto alla luce dello scorrere del tempo: per esempio, ipotizzando che in esso vi fosse la fondazione costituzionale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. È una lettura molto indulgente. Una lettura meno indulgente sottolineerebbe (come ha fatto Piero Ostellino sul Corriere della Sera) l'egemonia di culture politiche avverse all’impresa in seno all’Assemblea costituente, oppure la necessità politica di adottare una “magna carta” che potesse essere utilizzabile quale che fosse la collocazione internazionale del nostro Paese (e quindi, quale che fosse il peso dello Stato nell’economia).
Detto questo, l’articolo 41 ha consentito lo sviluppo in Italia di un’economia sostanzialmente dominata dallo Stato per cinquant’anni, ma non ha rappresentato una barriera invalicabile allo smantellamento di buona parte di quel sistema, attraverso le privatizzazioni degli anni Novanta. Le semplificazioni poste in essere negli scorsi anni non hanno avuto bisogno di modifiche costituzionali. Le liberalizzazioni che sono state portate a termini con alterni successi, neppure.
Ciò che è vero, però, è che a fronte di tutti questi passi avanti verso il mercato, lo Stato ha continuato a legiferare a vantaggio di “fini sociali” imponendo oneri che si fanno sempre più pesanti, soprattutto per quelle piccole e medie imprese che, come tutti sanno, dicono e ripetono, costituiscono l’ossatura portante del nostro Paese. Prendersi una “vacanza” da questi oneri, come ha suggerito Giulio Tremonti, sarebbe utile e libererebbe risorse. Risorse che oggi debbono essere impiegate nel mettersi in regola con norme assurde e bizantine potrebbero essere altrimenti investite. Vale la pena prendersi una vacanza, ma solo se al ritorno siamo ragionevolmente sicuri che troveremo la casa in ordine. Cioè se in parallelo avremo la forza di avviare un processo di riorganizzazione complessiva delle norme che inquinano la vita economica italiana. Vale la pena riscrivere l’articolo 41 in modo diverso (per esempio: «L’iniziativa economica è libera e trova la sua regolazione nella libera concorrenza»), se da quest’atto altamente simbolico la nostra classe politica è pronta a trarre davvero tutte le conseguenze.
giovedì, 10 giugno 2010
commenti dei lettori
7 commenti presenti
Giuseppe Fumagalli
10 giu 2010 15:36
Un pessimo articolo, questo del sig. Mingardi!!! E il citare in apertura le parole dell'ineffabile Berlusconi non gli dà certo un colpo d'ala, eheheh: se Berlusconi non vuole "portare la croce" (quale, poi???!!!) se ne vada in pensione: come dipendente pubblico i 65 anni li ha superati da un pezzo, e si vede nonostante tacchi, lifting e capelli sintetici!!! E all'Alberto Mingardi consiglierei un po' più di umiltà nei giudizi trancianti ... oltre al meditare un po' su quello che succede in giro: non gli guasterebbe!!!
Attilio Lesilio
10 giu 2010 14:41
che bell'articolo di sinistra
RICCARDO FRUMENTO
10 giu 2010 14:39
«L’iniziativa economica è libera e trova la sua regolazione nella libera concorrenza».
Ma no, non basta. La libera concorrenza da sola non va bene. Se i cittadini preferiscono cocaina al pane la libera concorrenza farà produrre cocaina e non pane. Se si vogliono eliminare lacciuli vari ed effettuare semplificazioni non è affatto necessario rivedere l'articolo 41, che per me va bene così com'è.
francesca
10 giu 2010 13:57
"la Costituzione e' molto datata. Si parla molto di lavoratori e quasi mai di impresa e di mercato"
Lo afferma Silvio Berlusconi parlando all'Assemblea di Confartigianato, tornando a sottolineare l'importanza di aggiornare la Carta anche attraverso la revisione dell'articolo 41.
Siccome per l'appunto proprio ieri mi è capitato di leggere un pezzo in proposito del Prof. Ainis che, per dirla come Mourinho, tanto pirla non è, voglio qui riportare qualche riflessione.
L'art. 41 della Costituzione Italiana si compone di 3 commi.
1) L'iniziativa economica privata è libera.
che altro aggiungerci per renderla PIU' libera? forse un termine di paragone: libera come il vento? come un pesce? o come il Popolo della Libertà?
2) Non puo' svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
E che si dovrebbe fare allora? Consentire che le imprese private libere siano anche inutili o dannose?
Che si possano produrre e brevettare giocattoli pericolosi, ecomostri, farmaci nocivi?
Che gli industriali siano liberi di trasformare le loro fabbriche in campi di concentramento?
3) La legge determina i programmi e i controlli opportuni perchè l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
E perchè no? Con il rischio che senza controlli ciascuno faccia come gli pare e come piu' conviene a lui, infischiandosene di tutto.
Sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando nel contempo tutti i vigili urbani (capito sindaco Tosi??)
Ecco quindi che l'art.41 diventa un alibi per scaricare su altri l'impotenza a realizzare le famose e tanto rimandate riforme liberali.
Dice ancora il premier che la Costituzione non parla di concorrenza.
Ma l'Antitrust (autorità garante della concorrenza e del mercato) che esiste dal 1990...e tutte quelle norme europee recepite dal nostro ordinamento che a loro volta proteggono il libero mercato?
La verità allora - dice il prof. Ainis - è che in Italia non conta la Costituzione scritta, ma quella immaginata!
E la fantasia è tanto piu' robusta quanto piu' è debole il raziocinio.
vimercatus
10 giu 2010 13:32
Egregio giornalista, il dubbio è se alla base del suo articolo ci sia più malafede o più ignoranza: probabilmente l'uno e l'altra. L'ignoranza, del resto, aiuta a dire cose in malafede con maggiore disinvoltura. Lei non solo ignora i rudimenti dell'interpretazione costituzionale, ma ignora anche i risultati di un ampio dibattito (che le è evidentemente parso troppa fatica andarsi a guardare, anche in sunto), riguardante la costituzione economica e, in particolare, l'art. 41. Questo fu certamente frutto di un compromesso politico che, come tale, escludeva le due scelte estreme: la collettivizzazione dell'economia, da un lato, e il far-west, dall'altro. Ne scaturì una norma flessibile. Discutere però della genesi è oggi esercizio inutile. L'art. 41 lo si deve giudicare per quel che ne è l'interpretazione prevalente e per ciò che ha, di fatto, consentito/impedito. Sotto il primo aspetto, il 1° comma dell'art. 41 è inequivoco: "l'iniziativa economica privata è libera" (e si è ritenuto che, sebbene non menzionata, la libertà di concorrenza sia anch'essa oggetto della garanzia). Per ciò che riguarda il 2° comma, al contrario di quanto lei dice, sono rimaste minoritarie le interpretazioni che volevano tale libertà funzionalizzata alla "utilità sociale". Nell'interpretazione prevalsa, l'utilità sociale di cui al 2° comma non è un fine della libera iniziativa, ma un ovvio limite. Per "utilità sociale" si è, infine, intesa, in questa chiave, la sintesi dei valori costituzionalmente sovraordinati alla libertà economica (per dirne un paio: il diritto alla salute, il diritto al lavoro). Il 3° comma, certo ispirato a pulsioni dirigiste, è però rimasto lettera morta e accusarlo di avere imbrigliato l'economia italiana è pura malafede. L'unico tentativo di pianificazione globale fu quello del primo governo di centro-sinistra (1963), rimasto sulla carta (il famoso "libro dei sogni"). Dopodiché, non v'è economia moderna (liberale, mica socialista) che rinunci ad ammettere forme di programmazione settoriale, non coercitiva, attuate, per lo più, attraverso sistemi di incentivi. E questo è il massimo che, si ritiene, il 3° comma oggi consenta.
Quanto a ciò che l'art. 41 ha di fatto consentito/impedito, in ciò si vede che il compromesso originario, pur determinato dalle contingenze storiche, ha partorito un disegno "alto" e saggiamente flessibile. Ha infatti consentito alla Costituzione di accompagnare le varie fasi di sviluppo (e di crisi) dell'economia italiana. Lei stesso si contraddice, del resto, visto che ammette che l'art. 41 non ha impedito, dopo cinquant'anni di sostanziale prevalenza dello stato in economia (dei quali almeno venti straordinariamente fortunati, checché se ne dica oggi), privatizzazioni e liberalizzazioni. Se le prime sono state mal fatte e le secondo sono troppo poche, non è certo colpa ci quel che c'è scritto nell'art. 41!
Ma l'aspetto più grave nel suo articolo (qui è in malafade almeno al '90%) è che omette di dire che la costituzione economica italiana va ormai letta nel contesto comunitario. Non sono pochi quelli che pensano che i commi 2 e 3 dell'art. 41 siano da considerare di fatto, abrogati. Di certo v'è che la loro applicazione è ammissibile solo nell'ambito delle regole del Trattato UE. E cosa dice il Trattato, dopo Lisbona? L'art. 3 dice che "L'Unione (...) si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato (...) su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale". Questa è la costituzione economica oggi vigente in Italia (e negli altri paesi membri dell'UE): se non le piace, proponga di cambiare il Trattato. Il resto è chiacchiera da bar.
mario carbi
10 giu 2010 12:24
vorrei solo ricordare che un cittadino medio di questo stato ha sulle spalle 6 livelli amministrativi pubblici
comune
comunità montana ,dove queste sono presenti
provincia
regione
stato centrale
comunità europea
non servono commenti
Dante
10 giu 2010 12:07
questa discussione sull'art. 41 della Costituzione mi sembra volgare e pretestuosa anche perchè essendo una norma di compromesso fra le forze politiche di allora è del tutto generica e non limita nulla. forse vogliamo che l'iniziativa privata sia in contrasto con la libertà, la sicurezza e la dignità umana? ma fatemi il piacere, il venditore di fumo dopo aver negato la crisi e promesso caviale e patacca per tutti adesso che non riesce a mantenere le promesse, se la prende con la Costituzione sulla quale ha giurato fedeltà: roba da impeachement...
foto del giorno
Pine trees are lit up at the snow-covered Kenrokuen garden, one of the three most beautiful gardens in Japan, in Kanazawa, 295 kilometers (184 miles) northwest of Tokyo, Friday, Feb. 3, 2012. (AP Photo/Kyodo News)