sabato, 4 febbraio 2012 ore 04:16

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Perché Tremonti ce l'ha tanto con la Lombardia?
di Ubaldo Casotto

Che cosa succede in Lombardia? È la regione che esprime il presidente del Consiglio, il più potente ministro dell'Economia della sessantennale storia della Repubblica, il ministro delle Riforme, il ministro dell'Interno, il ministro della Semplificazione legislativa (politicamente più importante di quanto dica la sua delega), ma, soprattutto, è la regione-modello della capacità di governo del Popolo della libertà. Roberto Formigoni è al suo quarto mandato, la ricchezza prodotta dalla Lombardia ne fa una delle regioni più floride e avanzate d'Europa. È la regione che ha lanciato il progetto federalista, il cui patronage è della Lega di Umberto Bossi, ma di cui il governatore (cattolico e forzista) si è fatto alfiere, inserendovi una preoccupazione solidarista nei confronti delle regioni più povere sulla cui genuinità dovrebbe far fede il sistema di welfare e di sanità che ha saputo mettere in piedi in regione.

© Mauro Scrobogna / LaPresse 18-06-2010 Roma Politica Conferenza stampa del Ministro dellÕ Economia e del Commissario Europeo del Mercato interno e dei Servizi finanziari, Nella foto: il Ministro dellÕ Economia e Finanze , Giulio Tremonti © Mauro Scrobogna / LaPresse 18-06-2010 Rome Politics UNHCR - World refugee day 2010 In the picture: The minister of economy Giulio Tremonti


Tra Lombardia e governo, espressione della stessa parte politica, ci sarebbero, quindi, tutti i presupposti per una collaborazione proficua. Soprattutto sul federalismo, punto qualificante del programma di governo, realizzazione discriminante per la lealtà della Lega alla maggioranza che trova nel rapporto personale tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi il suo baricentro, e nella scelta di Giulio Tremonti come interlocutore l'asse politico portante dell'azione di governo.

Poi il ministro dell'Economia ha deciso di mettersi di traverso. I tagli della sua manovra finanziaria, che colpiscono di più le regioni del Nord, e in modo particolare la Lombardia, hanno provocato la dura reazione dei governatori, alla cui testa si è messo Formigoni. Le argomentazioni sono note: in questo modo si blocca il federalismo fiscale, siamo disposti ai sacrifici ma i tagli siano distribuiti in modo più equo, si distingua tra regioni virtuose e chi sperpera il denaro pubblico. Argomenti che, nonostante abbiano trovanto l'avallo del presidente del Consiglio non hanno smosso Tremonti: «Non abbiamo alternative sui saldi, sui soldi, e neanche sulla distribuzione» ha detto l'altro ieri a muso duro ai governatori.

La risposta è stata di pari livello di durezza, e alza i toni dello scontro sino al livello costituzionale: restituiamo allo Stato le competenze affidateci dalla riforma Bassanini (trasporti, ambiente e altre). È la linea dettata da Formigoni nella sua prima critica alla manovra: «Ci vengono tolti i soldi ma non le funzioni, questo contraddice quanto detto dalla Corte costituzionale. C'è dunque un rischio di incostituzionalità della manovra, perché la Corte stabilisce che deve esserci un collegamento diretto tra le funzioni conferite e le risorse necessarie per il loro esercizio». Siamo passati dal progetto condiviso del federalismo fiscale a una manovra che, parole del governatore emiliano Vasco Errani, lo «sta rendendo impraticabile».

Ma nello scontro Economia-Regioni emergono punte di personalizzazione che inducono a pensare a una certa acribia nel prendere di mira la Lombardia. Se uno scrupoloso utilizzatore dei numeri come Luca Ricolfi sottolinea che una regione virtuosa come quella guidata da Formigoni ha già tagliato gli sprechi e ridotto le spese all'osso e quindi si trova svantaggiata rispetto alle Regioni cicala che hanno ancora margini di risparmio mentre al Pirellone non resterebbe alternativa se non mettere le mani nelle tasche dei cittadini, dall'altra parte si esprime la convinzione che «non esistono Regioni virtuose», anzi, «c'è chi si fa i grattacieli e tiene aperte sedi all'estero», una sorta di firma sotto gli articoli giornalistici che hanno fatto arrabbiare Formigoni («ne abbiamo una sola a Bruxelles ed è fonte di guadagno»).

Non basta, di fronte all'«abbiamo già dato» del cattolico governatore lombardo il ministro dell'Economia cerca di impartigli una lezione di moralità citando «la logica evangelica in cui chi più ha più può dare».

Andando indietro nel tempo si ritrovano facilmente altre tracce di questa tensione tra il ministero dell'Economia e la Regione Lombardia. Nei due palazzi è ancora viva la memoria dello scontro sulla ricostruzione e l'ammodernamento dell'ospedale Niguarda, nel cui cantiere Tremonti mandò ispettori che contestarono i costi e a cui i vertici del Pirellone risposero denunciando il ministero dell’Economia alla Consulta per violazione della Carta costituzionale. «Gli uomini dei Servizi ispettivi di Finanza pubblica - dissero - hanno utilizzato poteri che la Costituzione non riconosce loro». Il riferimento era al titolo V, che affida la competenza sulla Sanità alle Regioni. «Ho il dovere di tutelare il buon nome della Regione Lombardia, che è l’unica possibile titolare dei controlli» dichiarò Formigoni».

Le tensioni tra due forti personalità politiche sono comprensibili, anche quelle culturali. Da sempre Formigoni è un sostenitore del «più società e meno Stato», da un po' di tempo Tremonti ha chiuso con il suo “periodo liberale” e ha riscoperto la necessità dell'intervento pubblico, se non il suo primario protagonismo. È una dialettica assolutamente componibile in una grande formazione politica che ha l'ambizione di definirsi “popolo” e non partito. Né tutta la retorica sulle piccole patrie può farci credere all'incompatibilità politica tra un avvocato tributarista di Sondrio con passato socialista e un filosofo di Lecco con tesi sul giovane Marx.

Per questo torniamo a chiedere: che cosa sta succedendo in Lombardia?

venerdì, 25 giugno 2010

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