sabato, 4 febbraio 2012 ore 02:56

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Pisanu non assolve: «Nel 1992 fu trattativa tra Stato e Cosa Nostra»
di Jacopo Matano
Tre procure al lavoro, Grasso: servono le prove
di Alessandro Calvi

Relazione. Nel day after della sentenza Dell'Utri, il presidente dell'Antimafia parla di «una convergenza di interessi tra organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica». Il Pd all'attacco del senatore condannato: si dimetta.

Processi futuri. Firenze, Caltanissetta e Roma indagano sulla stagione delle stragi. Ecco quanto può influire il verdetto sull'ex capo di Publitalia.

©LaPresse Archivio Storico 11-05-1988 Varie Nelle Foto : Giovanni Falcone e Paolo Borsellino


di Jacopo Matano

Soppresso dal faldone delle accuse a Marcello Dell'Utri nella sentenza del processo d'appello perché «il fatto non sussiste», il periodo della trattativa tra Stato e mafia è ricomparso ieri sulla scena politica grazie alla relazione del presidente della commissione antimafia Beppe Pisanu.

Nel dossier “grandi delitti e stragi di mafia del '92-'93” presentato ai membri dell'organismo bicamerale, l'ex ministro dell'Interno ha evidenziato come la trattativa, «o qualcosa del genere», ci fu. E fu, per Pisanu, «una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica», che ebbe come risultato «inaudite ostentazioni di forza», su cui «anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione».

Per l'ex ministro dell'Interno le «trattative abbastanza chiare» furono due: quella «dai contorni anomali» tra Mori e Ciancimino, «che forse fu la deviazione di una audace attività investigativa», e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, «dalla quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato». «L'obiettivo essenziale, il fine ultimo pratico delle stragi del 92-'93 - ha detto Pisanu - era quello di costringere lo Stato ad abolire il 41 bis e a ridimensionare tutte le attività di prevenzione e repressione». Una strategia che ebbe i suoi successi - «una singolare corrispondenza di date si verifica, a partire dal maggio del 1993, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza dei tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente» - ma che «produsse effetti divergenti», determinando da un lato «un tale smarrimento politico-istituzionale da far temere al presidente del Consiglio in carica l'imminenza di un colpo di Stato», e causando dall'altro «un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via, finora senza ritorno, dell'inabissamento». Anche sulla dinamica delle stragi, e in particolare sull'omicidio di Paolo Borsellino, sono molti i dubbi del senatore del Pdl. Le indagini su via D'Amelio, infatti, «avrebbero subito rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della Polizia di Stato legati ai Servizi Segreti», su cui «è legittimo chiedersi se nacquero dall’ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all’opinione pubblica o da un deliberato proposito di depistaggio». «Cosa Nostra - ha detto Pisanu in conclusione - ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica».

La relazione-fiume del presidente della commissione antimafia lascia cauto il procuratore antimafia Pietro Grasso, per il quale «le teorie sono belle ma c'è bisogno di prove dal punto di vista penale», perché «ipotesi costruite su tanti fatti non hanno consentito di trovare una prova penale individualizzante». Un plauso unanime per l'analisi dell'ex ministro arriva invece dal mondo politico. «Un passo avanti» per Walter Veltroni, che ieri aveva commentato a Repubblica la sentenza Dell'Utri invocando «verità sulle stragi», mentre per Luciano Violante è «una base di partenza» per approfondire il periodo delle stragi, anche se «mancano alcuni elementi, come il quadro politico italiano ed internazionale di quegli anni». Pareri positivi anche dal centrodestra, divisi tra gli apprezzamenti del capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, convinto che «chi allora era in posizioni di responsabilità debba spiegare molte cose agli italiani», e i commenti dei finiani, che colgono l'occasione per rilanciare sull'esito del processo al senatore amico di Berlusconi. «Chi in Parlamento rappresenta il popolo italiano e vuole esserne degno non definisca mai più eroe un volgare e sanguinario capomafia», ammonisce Granata.

Nel “day after” Dell'Utri, d'altronde, gli effetti della sentenza non possono non farsi sentire. E se è lo stesso Pisanu ad inserire nella relazione il processo d'appello al senatore tra gli «eventi giudiziari» che «hanno contribuito a riaccendere l'attenzione dell'opinione pubblica sul periodo delle stragi», il Pd continua la linea dura con Pier Luigi Bersani, per il quale «la condanna certifica un fatto gravissimo», e con Nicola Latorre, che chiede a Dell'Utri di lasciare Palazzo Madama perché «un uomo intelligente dopo una sentenza così grave si dimette».

Sul fronte berlusconiano, comunque, resta la difesa compatta del senatore. «Si rassegnino sostituti procuratori generali, ex sindaci di Roma e imbonitori d'ogni ordine e grado», attacca Gaetano Quagliarello, per il quale «se qualche forma di trattativa fra lo Stato e la mafia ci fu, è in tutt'altra direzione che la sequenza dei fatti suggerisce di guardare». Mentre il ministro Maria Stella Gelmini spera nella Cassazione «per dare giustizia a una persona lontanissima dalle accuse che gli vengono rivolte».

di Alessandro Calvi

«Le teorie sono belle ma c'è bisogno di prove dal punto di vista penale». Dunque, servono prove, dice Pietro Grasso. E si riferisce alla presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra negli anni delle stragi mafiose. Ma la dichiarazione del procuratore nazionale antimafia arriva all’indomani della sentenza di appello del processo a Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto per i fatti dal 1992 in poi. E quel «servono prove» sembra, per questo, un monito alle procure che stanno indagando su vicende che con quella si intrecciano.

Non solo: quella di Grasso sembra anche una risposta a tutti coloro che in queste ore si chiedono se, quanto e come quella sentenza peserà sulle inchieste aperte. «È stata messa una pietra tombale sulla trattativa Stato-mafia», aveva detto a botta calda l’avvocato Antonino Mormino, legale di Dell’Utri, commentando la sentenza della corte di appello di Palermo. Visti i fatti, sembrava, quella, più una dichiarazione da politico che da avvocato. Poi, il suo collega Giuseppe Di Peri, altro difensore di Dell’Utri, aveva evocato possibili «refluenze su altri processi».

Sono almeno tre le procure al lavoro: Firenze indaga sulle stragi del 1993, Caltanissetta sulle stragi del 1992, Palermo sulla presunta trattativa. Il ruolo di Gaspare Spatuzza - le cui dichiarazioni su fatti specifici non hanno trovato riscontro nel processo a Dell’Utri - è centrale in almeno due di quelle inchieste: quella nissena e quella fiorentina. Soprattutto per quest’ultima, una eventuale uscita di scena del mafioso di Brancaccio potrebbe rappresentare un disastro, se i magistrati stessero lavorando sulla cosiddetta pista politica senza avere già in tasca quei riscontri che i loro colleghi palermitani non sono riusciti a fornire. Ma poi non è detto che Firenze non abbia già nei cassetti materiale che non ha inviato in Sicilia perché non era il processo a Dell’Utri la sede formalmente corretta per far entrare in un dibattimento nuovi riscontri.

Dunque, premesso che le motivazioni della sentenza Dell’Utri chiariranno molte cose - ad esempio se Spatuzza non sia stato ritenuto credibile o se invece, come fa pensare l’atteggiamento dei fratelli Graviano in aula, non siano stati trovati riscontri alle sue dichiarazioni - qualche paletto si può iniziare a piantare per capire se davvero una pietra tombale è stata rovesciata sulla trattativa Stato-mafia.

«Tecnicamente - spiega Giuseppe Di Lello, che fece parte del pool antimafia guidato da Caponnetto - la sentenza Dell’Utri non può avere nessuna influenza su quelle inchieste le quali, semmai arriveranno a un esito, potrebbero accertare altri elementi penalmente rilevanti che non possono essere cancellati ex ante da una sentenza su una vicenda specifica». Ma non è tutto. Nel processo Dell’Utri Spatuzza parla de relato, ovvero riferisce cose ascoltate da altri. Altrove, invece, come a Caltanissetta, parla di cose vissute direttamente. E allora le regole di valutazione della prova cambiano radicalmente. Per questo Luigi Li Gotti, avvocato di pentiti come Giovanni Brusca e Tommaso Buscetta, parla di una «pretesa inattendibilità che sarebbe stata sancita dalla Corte di Appello» a proposito di Spatuzza.

E allora quella pietra tombale evocata a botta calda dalla difesa di Dell’Utri sembra ben lontana dall’essere stata ancora neppure scolpita. Almeno sino a quando si conosceranno le motivazioni della sentenza.

giovedì, 1 luglio 2010

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commenti dei lettori

9 commenti presenti

francesco cossiga

02 lug 2010 18:20

Non posso andare un attimo al bagno, che mi danno per morto.

Gualtiero Adamo

02 lug 2010 17:31

Carolini, magari le cose del mondo fossero così chiare. Magari si potesse essere incinta oppure no... a volte il neo semplicismo padano, tanto di moda tra i bergamaschi filosofi della cazzuola, rischia di precipitarci in un reality senza ritorno. A volte le cose sono un po' più complicate...

Carolini

02 lug 2010 00:06

O e´gravida o non lo e´, la ragazza un po incinta mai partorira´, ma il maligno e´soddisfatto.

Giuseppe Fumagalli

01 lug 2010 19:54

Pisanu è un galantuomo, merce rara nel PDL ... speriamo ne salti fuori qualche altro non "omologato" a Silviuccio: padron Berlusconi mica si troverà allineati solo tanti Bondi-bau, no?!!!

albatros

01 lug 2010 19:26

Ha ragione il Procuratore nazionale antimafia quando dice che il processo penale si fonda sulle prove e non sulle teorie.Il che non vuol dire però che abbia torto Beppe Pisanu quando avverte che l'intreccio mafia-politica è un teorema che ancorchè difficile a dimostrarsi rispecchia tuttavia una realtà innegabile nei fatti.La mafia non nasce oggi e non è nata ieri,ma affonda le sue radici in epoche lontanissime,che si fanno risalire addirittura ai vespri siciliani ed alla setta malavitosa dei Beati Paoli che per giustizia intendevano soltanto la loro,quella del più forte contro il più debole,da imporre con l'arma del terrore e nel più fitto mistero.Ma stiamo parlando del tempo in cui vittima della prepotenza criminale era la società agricola,rimasta tale fino alla strage di Portella delle Ginestre.Poi il potere mafioso capì di doversi inserire nella ricostruzione postbellica del Paese e quindi di dover cambiare il proprio assetto,cioè industrializzandosi.E quindi i grandi appalti,poi il traffico di armi e di droga hanno fatto crescere il potere mafioso fino a farlo diventare antiStato.Ma poteva il potere criminale,frattanto articolato in varie nomenclature,assumere la forza ed il valore di una potente holding,se non fosse penetrato nelle istituzioni? La domanda è retorica,la risposta è scontata.Quando ciò è stato possibile,tutto è filato liscio come l'olio,quando qualcuno vi si è opposto ci sono stati omicidi e stragi di onesti servitori dello Stato,il cui unico "torto" è stato di non aver capito,o di aver capito, ma di essersi ribellati all'acquiescenza,che combattevano da soli.E'stato così per Giovanni Falcone e per Paolo Borsellino,tanto per ricordare le vittime più emblematiche.Non ci sono le prove che lo Stato,o pezzi deviati delle istituzioni,abbiano trattato con la mafia il che esclude che possano farsi processi indiziari che oltre tutto esporrebbero soltanto al ridicolo.Ma la relazione di Pisanu pesa come un macigno e non può essere riposta nel cassetto,magari ritenuta come vuota farneticazione.Piuttosto le gravi affermazioni fatte da Pisanu vanno lette anche per quanto esse sottendono e cioè che non si può pensare di sconfiggere la criminalità,comunque denominata,se non partendo da una urgenza indifferibile,quella di ripulire le istituzioni estromettendone,o impedendo che vi entrino,soggetti nei cui curricula onestà ed illibatezza non figurano neppure come optional.Se invece,come purtroppo si teme,si va avanti con una legislazione di segno contrario,il passato nefasto resta sepolto,il presente peggiora,ed il futuro sarà disastroso.

annarita venturi

01 lug 2010 18:02

pisanu pensa di avere una poltrona poco prestigiosa e allora dice e non dice, fa illazioni, pensa che le poltrone se ci si siede una volta non si lasciano più, diventano un diritto acquisito.

RUGANTINO

01 lug 2010 16:41

Pisanu - dice lei - non assolve. E' vero. Solo che Pisanu non è un giudice e quindi non puo' né assolvere, né condannare! Tant'è vero che un giudice vero gli fa sapere che alle sue "tesi" mancano le prove. Pisanu replica che il suo è un giudizio politico. Siamo al nocciolo del problema. Come se a un giudizio politico, quando questo interferisce col giudizio della magistratura, fosse lecito condannare senza prove ! Come se ad un giornalista o a un uomo politico, sia pure degni di stima, fosse lecito, con un "giudizio politico", affermare la colpevolezza di chi è stato assolto dalla magistratura, oppure quella di persone che la magistratura non è riuscita a condannare! Come se il lanciare accuse "politiche" senza prove e contro ignoti potesse giovare a qualcuno o a qualcosa ! Se continuiamo a ritenere lecito e lodevole l'operato di giornalisti o politici che, facendosi eco di una diffusa mentalità giustizialista, si sentono autorizzati a emettere, senza prove, sentenze "politiche" di condanna, prive di ogni riscontro con quelle della magistratura, non faremo che aggravare il clima di sfiducia, di delazione e di sospetto, senza minimamente contribuire all'accertamento della verità dei fatti. Finiremo per fare il gioco di quanti invocano a gran voce il controllo telefonico esteso a tutti i cittadini e porremo le basi per l'avvento di quella Repubblica dei Giudici, tanto invocata e auspicata dal nostro Robespierre di campagna, Tonino di Montenero di Bisaccia (quello dei cento milioni in una scatola di scarpe) il quale, scarpe grosse, ma cervello fino, ha tenuto a mettere solennemente in chiaro che lui - a differenza del resto dei suoi concittadini - fa parte dell'Italia dei Valori" ! Occhio ragazzi, finché è tempo ! Saluti dar Ruga

la pravda

01 lug 2010 16:14

Subito dopo la strage di Capaci,venne eletto a sorpresa Scalfaro Presidente della Repubblica.Sempre a sorpresa ,subito dopo vennero sciolte le Camere,benché vi fosse una chiara maggioranza politica.A parere di tutti i sicuri vincitori avrebbero dovuto essere i compagni della gioiosa macchina da guerra di Occhetto.Che ne dite di questa interpretazione dei fatti? Grasso dice :Le teorie sono belle ma c'è bisogno di prove dal punto di vista penale.Pisanu è costretto a dire: la mia era solo una'analisi politica.Io mi giustifico dicendo: la mia è solo un'ipotesi del cazzo.

lupimor@gmail.com

01 lug 2010 14:46

Caro Direttore, l'obiettivo degli amanti delle favole è quello di mantenere in vita, a tutti i costi, il teorema Gatto. I tempi non importano, anzi, si procede col sistema del conflitto d'interessi. Quando avrebbero potuto chiederlo definitivamente non l'hanno fatto per mantenerlo riciclabile in ogni stagione. Aspettarsi qualcosa di definitivo, di certo, di provato dalle procure che sono ancora all'opera è illusorio. Non si tratta di fornire merce genuina, solo di tenere aperto il negozio. E' un atto di valore sociale, ci lavorano così tante brave persone. Cordialmente Moreno Lupi