Caro Cipputi non sei più italiano di Ritanna Armeni
Quindi la Fiat è arrivata al dunque. Non vuole più il contratto nazionale di lavoro e, per questo, esce dalla Federmeccanica, l’organizzazione degli industriali che l’ha firmato. I lavoratori dell’azienda torinese, quelli che rimarranno dopo le annunciate delocalizzazioni, avranno uno statuto a parte.
Quindi la Fiat è arrivata al dunque. Non vuole più il contratto nazionale di lavoro e, per questo, esce dalla Federmeccanica, l’organizzazione degli industriali che l’ha firmato. I lavoratori dell’azienda torinese, quelli che rimarranno dopo le annunciate delocalizzazioni, avranno uno statuto a parte. Lavoreranno con contratti e regole diverse da quelle di altri lavoratori della stessa categoria del loro paese. La decisione è stata presa, e senza retorica e senza paura di esagerare, la si può definire epocale. Essa chiude un ciclo e rovescia radicalmente quel che in quel ciclo era dato per certo e consolidato.
Cioè un rapporto fra lavoratori e aziende fondato sulla diversità di interessi e sulla conflittualità. La congiunzione di questi in una trattativa nazionale e di categoria e, infine, l’accordo su regole che datori di lavoro e lavoratori dovevano rispettare. Un ruolo del sindacato di unificazione dei punti alti e dei punti deboli. Da oggi questo processo è cancellato, ogni fabbrica fa per sé, e, in questo quadro, l’esortazione del ministro Maurizio Sacconi a non fare scelte unilaterali appare rituale e inutile. Il dado è tratto.
Vediamo dunque che cosa finisce davvero con la decisione di Marchionne di uscire dal quadro della nazione (perché di questo si tratta e non solo di peggiorare, magari anche gravemente, le condizioni di lavoro) per affermare l’extraterritorialità della Fiat, la sua decisione ad agire nel mondo globale, senza regole nazionali e senza radicamenti storici. Perché le scelte annunciate in sequenza dalla Fiat sul dove produrre, sul come e con quali contratti si tengono tutte e in modo organico.
Intanto mi pare che si cancelli la stessa idea di conflittualità sociale, così come era emersa e si era affermata dalla nascita della civiltà industriale. Essa non è più fra due soggetti sociali: lavoratori o dipendenti e imprenditori o padroni all’interno di un mercato coincidente con lo spazio nazionale. E non è neppure - sia chiaro - la conflittualità, anch’essa regolata, fra diverse aziende di diversi paesi, denominata competizione. Oggi diventa quella fra lavoratori di un paese e quelli di un altro. Pomigliano contro la fabbrica polacca di Tichy, Mirafiori contro la Zastava serba. Quella conflittualità della globalizzazione che negli ultimi venti anni ha visto i lavoratori cinesi, grazie ai bassi salari e alle pessime condizioni di lavoro, prevalere sulle aziende italiane e spesso costringerle alla chiusura (mirabilmente descritta da Edoardo Nesi in Storia della mia gente) è stata portata alla luce, adottata e fatta propria dalla più grande azienda nazionale. Vince chi riduce di più il proprio salario e peggiora le proprie condizioni di lavoro. È questa la conflittualità della globalizzazione.
Ma Marchionne cancella duramente, nei fatti e non con le esagerate, roboanti, ma spesso evidentemente propagandistiche, parole dei leghisti la stessa idea di nazione. È davvero ben strano ma nell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia essa si frantuma non sul modo di celebrarla, sulle richieste di secessione, sull’inno di Mameli ma in modo ben più concreto e devastante sulle condizioni di chi lavora. Ci saranno dei lavoratori in questo paese che si troveranno a non far più parte della nazione, ma solo di un’azienda globalizzata e quindi fuori dal controllo delle regole di quel paese, fuori (in meglio o in peggio) dal rapporto di forze che imprese e sindacati esercitano nel contesto nazionale. Se si cancella il contratto nazionale chi lavora alla Fiat sarà meno italiano di altri lavoratori, diventerà non solo sfruttato ma un cittadino di serie b o -se si preferisce - smetterà di appartenere al suo paese nel momento in cui varcherà i cancelli dell’ azienda. Questo desta qualche preoccupazione ai tanti che hanno sollecitato la celebrazione dell’unità nazionale?
C’è una terza dimensione che il manager della Fiat sfida e travalica ed è quella della politica. È evidente che quest’ultima è da molto tempo assente nel dibattito sulle scelte industriali e nel rapporto con l’azienda del Lingotto. Quanto è avvenuto con Termini Imerese prima e con Pomigliano dopo sta lì a dimostrarlo. Ma oggi essa appare davvero con drammatica evidenza. Il governo di un paese incapace di intervenire e di prevenire scelte industriali, come quelle della Fiat, di contrapporre fabbrica a fabbrica ha davvero rinunciato ad esercitare potere e responsabilità. Una opposizione (alla quale Marchionne era apparso come l’uomo del mercato dal volto umano) che di fronte alle decisioni del Lingotto non sa intromettersi anche pesantemente per pretendere un’immediata risposta dell’esecutivo mentre continua a concentrarsi su intercettazioni, cricche e associazioni segrete, non merita neppure di essere considerata opposizione. I sindacati incapaci da tempo di una politica unitaria e con Cisl e Uil, apprendisti stregoni del ridimensionamento del contratto nazionale, come degli accordi separati, sono spiazzati e con una strategia da ripensare. Se la Fiat, come è probabile, riuscirà nei suo intento sarà davvero difficile spiegare sia per le forze di maggioranza sia per quelle di opposizione chi e cosa vogliono rappresentare.
Tutto questo, per quanto drammatico, ha un aspetto surreale. Siamo negli anni in cui la globalizzazione ha mostrato i suoi punti deboli e il mercato, dopo la crisi finanziaria del 2008 dalla quale le economie nazionale devono ancora riprendersi, si è presentato con tutti i suoi limiti. Ad esso che si era sviluppato negli anni dell’illusione liberista senza lacci e laccioli, molti stati nazionali hanno cercato di porre alcuni limiti e condizioni, non entrando necessariamente in conflitto con le strategie aziendali, ma cercando di indirizzarle e contenerle. Tanto più che tutte le strategie di uscita dalla crisi sono passate attraverso sostanziosi programmi di sostegno pubblici.
L’Italia pare non aver capito nulla della lezione di questi anni. Pure il principale attore della politica economica nazionale Giulio Tremonti aveva tuonato contro il mercatismo e il fascino da esso esercitato su tanta parte dell’opinione pubblica. Anche quelle critiche si sono fermate ai cancelli di Lingotto?
mercoledì, 28 luglio 2010
commenti dei lettori
14 commenti presenti
gualtieri
29 lug 2010 19:18
Che disastro la sinistra quando insiste sbagliando. Ultima la P3 dichiarata bufala dagli stessi giudici.
PIRGI
29 lug 2010 13:19
Salve,non saprei cosa e' peggio.Sindacati,o triplice che non esiste piu',perche' ora Angeletti,Bonanni preferiscono UGL e altri.Fa piu' tendenza e soprattutto non rischi la poltrona.E potrai avere un posto caldo e comodo nel sottogoverno,o nel prossimo.Berlusconi e' riconoscente con belle donne ,o con i suoi adepti,o fan.///////////////////Ma poi Industriali mammaroli ed assistiti,banche idem, statali va be' si sa,e i parastatali e privati dove vale ora la regola,sei funzionale,si ti licenzio quasi lo stesso,(l' ho visto in un film americano,gia ' anni fa) o se mi siedi sulle ginocchia e sei giovane carina avvenente velina,ok ti promuovo.////Sicuramente far l' operaio per decenni ammazza.L'impiegato molto meno,anche se l' ambiente e ipocrita e "lecchino".Gli operai,i pochi rimasti italiani,votan lega e o son fascisti,o di estrema sinistra.I "padroni" e gli scriba,scribacchini vanno verso il lavoro,che e' e tande verso Berlusconi.Vedi quelli del Foglio,in TV;o di LIBERO che si alternan ai Bruno Vespa,Fede ecc .
Si delocalizza,e' colpa di Prodi,e della CGIL,magari.////E' vero pure che siam andati avanti a Cassa integrazione e Cassa del Mezzogiorno per secoli...... ma ci mangiavan tutti anche i papa' di Brunetta... Quindi fate vobis se volete ancora questi succhiasangue votateli///Certo e' che la sinistra non offre un grande spunto altrernativo a i succhioni di stato,amscherati da "riformatori"
saluti
francesco 70
29 lug 2010 12:15
Gentile Dott.sa Armeni,cosa vuole ottenere da un sindacato che da una parola in poi dichiara e chiede di aprire TAVOLI.Ma che ci vogliono fare dei PICK.NIC??Cordialmente
Giuseppe
29 lug 2010 08:32
OTTIMO ARTICOLO. RIFLESSIONI PIENAMENTE CONDIVISIBILI. PECCATO CHE GLI ALTRI GRANDI GIORNALI RISERVINO ALLA NOTIZIA SPAZI ASSOLUTAMENTE MARGINALI REISPETTO ALLA SUA GRAVITA'.
giustina
29 lug 2010 00:12
Io mi chiedo quando finalmente in Italia la cultura comunista, di cui la Armeni rappresenta uno degli ultimi residuati bellici ancora in attività, si dissolverà nel ricordo di una storia che ha insanguinato il secolo passato. Lo statalismo invocato dalla giornalista è improponibile. Il conflitto sociale è un ricordo di epoche per fortuna trapassate. Il sindacato sia a livello nazionale che, soprattutto, a livello locale è diventato un organizzazione omologa a quella dei partiti. Strumento di pressione politica, se non vere e propria lobby di potere. In altri termini, al sindacato e ai mangia pane a tradimento dei sindacalisti, non importa un fico secco degli interessi dei lavoratori. Di fronte a questa realtà inconfutabile, cosa puo' fare la fiat per continuare ad esistere? Quello che è successo a Pomigliano è emblematico dell'assurdità degli estremismi antidiluviani della CGIL, e di tutti coloro, come l'armeni, che sono rimasti alle lotte degli anni settanta. La realtà in cui viviamo è questa. Il rischio Grecia è dietro l'angolo. Certo non si può obbligare l'unica grande azienda del paese a sottostare alle esigenze ideologiche-politiche di un sindacato, unico nel suo genere, che conduce battaglie insensate e pro domo sua.
santangelo
28 lug 2010 18:39
La signora Armeni per quel poco la conosciamo, dovrebbe darsi pace. Cosi´non fosse, sbagliammo
noi.
ermete
28 lug 2010 18:31
Probabilmente l´autrice del pezzo, non ha dovuto ritoccare nulla nel proprio menage. Brava.
mariella
28 lug 2010 18:08
Mettere in dubbio i diversi cambiamenti che il tempo ci obblighera´ fare, puo essere sciocco, poco
saggio, oppure in malafede.
ROBERTO 47
28 lug 2010 17:49
Viva il marchionnismo! Marchionne ha vinto. Con poche mosse ha delegittimato i Segretari di Cisl e Uil (che figura che hanno fatto!!!) prima usati e poi scaricati, ha messo ai bordi del campo la Confindustria, che per mesi ha dimostrato la sua incapacità a rappresentare gli intressi delle imprese presso il Governo, ha "rullato" un Governo ed un Presidente del Consiglio, con lo schiaffo di fare una trattativa che ha valenza nazionale non a Palazzo chigi bensì in una piccola sala della Regione Piemonte!!! Complimneti Marchionne in 2 mesi ha fatto capire a tutti Governo, opposizione, sindacati che l'Italia è "nuda" . AHI POVERA ITALIA DIO DOLORE OSTELLO. NAVESENZA NOCCHIERO IN GRAN TEMPESTA. NON DONNA DI PROVINCIA MS BORDELLO
Paolo G
28 lug 2010 17:24
La FIAT sta semplicemente diventando un po' più simile ai grandi gruppi internazionali esistenti in altri paesi evoluti e clamorosamente assenti nel nostro, con la pressochè unica eccezione delle aziende in qualche modo legate allo stato. Marchionne è un manager italiano di nascita e nazionalità, ma con una cultura manageriale americana, che rispecchia in pieno nel suo stile di gestione. Un passo avanti o un passo indietro? Io credo che la pesante compromissione con la politica sia una delle ragioni principali per cui l'Italia, pur con un consistente tessuto industriale fatto di PMI, non è quasi mai risucita ad esprimere un'industria di portata sovranazionale. Superata una soglia critica di fatturato e di dimensione, le nostre aziende hanno a vario titolo cercato sostegni e compromessi con il sistema politico - sovente attraverso i condizionamenti che tale sistema ha sempre esercitato sul sistema bancario (almeno nel caso delle aziende non direttamente controllate dalla politica). A questo punto la politica ha iniziato a mettere il naso nelle scelte industriali, spesso ha imposto manager incapaci ma graditi ai partiti, ha vincolato l'erogazione di capitali indispensabili per finanziare la crescita a ricatti politici più o meno locali, e si è consolidato un abbraccio mortale che ha sottratto le imprese alla logica del mercato, e ha impedito loro di crescere in modo sano. Marchionne è lontano milioni di anni luce da tutto questo, gestisce l'impresa come se fossimo negli USA o almeno ci prova. Non so se in Italia l'operazione riuscirà, ma capisco perfettamente il suo intento di mantenersi sufficientemente svincolato dai possibili ricatti della politica, e la sua propensione ad anticipare le mosse di politici e sindacati. Per ora, ha dimostrato con i fatti che la sua impostazione può permettere un risanamento strutturale di un'impresa molto difficile che si trova in una posizione svantaggiata e opera in un mercato estremamente competitivo. Concordo con Alessandro quando dice che il modello delle relazioni industriali nel nostro paese è obsoleto e rende impossibile ad un'impresa collocarsi sul mercato in modo competitivo. Per una volta tanto Marchionne avrà il coltello dalla parte del manico: se il sistema non cambia, sarà lui ad allontanarsi senza clamori dal nostro paese, almeno in termini di infrastruttura industriale. Ha saputo anticipare i tempi e dare segnali forti, e lo stato confusionale di politici e sindacati e già molto evidente. Se il tavolo delle trattative giustamente invocato da Sacconi darà frutti, lo si vedrà presto, ed eventualmente questo sarà un segnale di enorme progresso per il paese. Se invece ci si fermerà ai diktat dei sindacati (o all'abulia assoluta dei sindacati più moderati), questo vorrà dire che non ci sono speranze, e che se un'impresa italiana vuole prosperare sui mercati deve guardare a tutte le alternative possibili senza privilegiare le soluzioni domestiche.
Maurizio
28 lug 2010 17:09
Forse sarebbe il caso che la gentile Signora Armeni ammainasse la vecchia tela di Pelizza da Volpedo da davanti ai suoi occhi e si chiedesse come mai proprio l'Italia, con il piu' forte PC dell'Occidente e sindacati potentissimi, si ritrovi con la classe operaia e impiegatizia piu' malpagata e un personale politico e sindacale piu' privilegiato d'Europa. Dopo essersi data una risposta onesta a queste domande forse potra' anche spiegare come mai Marchionne puo' oggi ricattare interi stati e mettere nella struttura dei costi e dei pofitti dei suoi prodotti anche le facilities e gratuities che riesce ad ottenere per piazzare i suoi plants.
lupimor@gmail.com
28 lug 2010 16:03
Gentile Ritanna, lei scrive, a proposito della decisione Fiat: "Essa chiude un ciclo e rovescia radicalmente quel che in quel ciclo era dato per certo e consolidato". Appunto, la verità della sua affermazione è grande, come è stata grande, illusoria la convinzione che, nel "panta rei" dell'umanità potessero esservi cicli immutabili. La valutazione del meglio o del peggio che ne potrebbe seguire non può che essere a posteriori. Quando a sinistra, si vorrà capire che il percorso delle umane persone e delle società, in termini di libertà, diritti, sicurezza e benessere, è una sinusoide e non una retta che cresce all'infinito nella direzione ideologicamente prevista, ecco, allora, nei suoi scritti si passerà dal mondo che si vorrebbe a quello realmente possibile, evitando, se non altro per buongusto, di scaricare sempre la colpa su qualcosa o su qualcuno come se noi avessimo nel frattempo vissuto altrove. Criticare e tirarsi fuori, è come nota lei, il giochetto salvifico dell'opposizione. Oddio, è l'atteggiamento di quei genitori che hanno fatto credere ai propri figli di aver costruito sì, il paradiso in terra, ma che ora non c'è più posto per loro. Cordialmente Moreno Lupi
ocram2m
28 lug 2010 14:39
Viva l'Italia sempre e comunque!
o no?
...
Boh! Che Iddio me la mandi bona!
Alessandro
28 lug 2010 12:43
Nonostante possa capire lo sgomento che una svolta così epocale possa suscitare nella maggior parte di noi, vorrei portare ad esempio la situazione in cui vivo (Irlanda).
In questo paese i contratti collettivi esistono solo per quelle categorie di lavori che, non richiedendo particolari skills, rendono i lavoratori contrattualmente deboli. Per quanto riguarda i colletti bianchi, la contrattazione è lasciata alla singola azienda.
Lavoro in una di queste grandi aziende globali che hanno evidentemente perso il concetto di nazione; molti lavori sono andati in India, molti in Cina e a Singapore. Curiosamente però, il livello salariale è tra i più alti d'Europa e i benefit sono generalmente in linea con quello che ci si può aspettare da un'azienda prestigiosa.
Con questo non voglio dire non ci debbano essere dubbi legittimi e qualche preoccupazione; ma sono di sicuro convinto che il modello delle relazioni industriali, specie per come è impostato in Italia, debba essere vigorosamente rivisto.
foto del giorno
Rescuers help a woman to move a safer place from flooded Ghaghar river after heavy rains in Punchkula in the northern Indian state of Haryana September 8, 2010. REUTERS/Ajay Verma (INDIA - Tags: ENVIRONMENT DISASTER)