Per fare gli scoop serve la carta di Tonia Mastrobuoni
Affinità elettive. Data per morta innumevoli volte, la carta stampata ha dimostrato con due recenti “zampate”, lo scoop del Washington Post e quello “condiviso” di Wikileaks, di essere ancora indispensabile.
Sono quasi novantaduemila (per ora) i documenti sul lato oscuro del conflitto in Afghanistan, quasi tutti “top secret”, pubblicati sul sito Wikileaks con lo scopo dichiarato di aumentare la pressione sul governo americano perché metta fine alla guerra. Ma quella che a prima vista sembra l’ennesima conferma del ruolo ormai imperante di internet nell’informazione globale a scapito della stampa tradizionale, condannata a morte dai numeri in picchiata delle vendite e da un decennio o due di oscure profezie dei guru dei mass media, nasconde in realtà una piccola grande riscossa della carta stampata.
Per divulgare più efficacemente il suo scoop sulle missioni sporche dei soldati statunitensi, il fondatore di Wikileaks, l’ex hacker australiano Julian Assange, ha scelto infatti tre vecchie glorie del giornalismo mondiale per verificare a fondo i dati dei dossier scottanti sulle missioni segrete delle truppe a Kabul. Affiancato dunque dai giornalisti del New York Times, del Guardian e dello Spiegel, Assange ha avuto modo di sostanziare le sue notizie e a veicolarle attraverso dei veri e propri “marchi” mondiali dell’informazione. Per rendere più credibile il “colpaccio”, il giornalista ha chiesto aiuto ai colleghi di tre testate note da decenni per miriadi di scoop e per il loro scrupoloso lavoro sulle fonti.
La notizia, oltretutto, fa il paio con un’altra “zampata” della stampa tradizionale che ha fatto il giro del mondo proprio nei giorni scorsi, arrivata da una delle più gloriose vecchie signore della stampa americana, il Washington Post. Il famoso quotidiano del Watergate ha pubblicato una mega inchiesta documentatissima, anch’essa basata in gran parte su testi “top secret” e coordinata da due star del giornalismo a stelle e strisce, Dana Priest, vincitrice del Pulitzer nel 2006 con un'inchiesta sulle prigioni della Cia e sulle operazioni segrete di antiterrorismo e il decano del Post William M. Arkin.
L'inchiesta in tre puntate sull “America Top secret” getta una luce inquietante sulle strutture segrete create dal Washington per garantire la sicurezza del paese dopo gli attentati dell'11 settembre ma cresciute a dismisura all'ombra della planetaria lotta al terrore qaedista. Oggi è un gigantesco blob fuori controllo che conta, secondo Priest e Arkin, 1.271 organizzazioni governative e 1.931 aziende private e impiega 854mila persone, «una volta e messo gli abitanti di Washington». Tutti con «un nulla osta di massima sicurezza».
Ma la sorpresa vera sono i numeri dietro lo scoop. L'inchiesta è durata due anni. Se si dà un'occhiata ai dati più recenti diffusi del gruppo che edita la storica testata (e pubblica tra gli altri il Newsweek), sono stati anche tra gli anni più neri per il quotidiano. Nel rapporto annuale presentato il 23 febbraio scorso, l'amministratore delegato, Donald E. Graham, osservava che «il 2009 è stato un anno terribile: certamente lo è stato per il Post». Gli introiti pubblicitari sono crollati del 23 per cento, dopo una flessione del 17 per cento già registrata nel 2008. E nel giro di soli due anni il più antico quotidiano della capitale ha perso quarantaduemila lettori durante la settimana e sessantasettemila nel fine settimana (tra il 2007 e il 2009 è sceso rispettivamente da quasi 658mila copie a quasi 616mila e da circa 913mila copie a 846mila nell'edizione del week-end).
Nello stesso periodo ha sofferto anche l'edizione online (-13 per cento), ma Graham ha delineato nel rapporto con il web la traiettoria futura del gruppo che ha portato con tutta evidenza a un primo risultato concreto nei giorni scorsi. «Credo nel lavoro dei miei colleghi, i giornalisti e chiunque produca quotidianamente del giornalismo eccellente su carta e sul web» ha precisato nel rapporto 2009. Dunque, «siccome il lavoro fatto tradizionalmente non è più sufficiente, dobbiamo adeguarci ai bisogni dei lettori digitalizzati - nel formato che desiderano, con i media che richiedono, con i tempi che vogliono». A gennaio del 2010 il Post è stato dunque integrato con un sito che contiene ormai la maggior parte dei contenuti della versione cartacea.
Ma fa invidia, se si pensa ad esempio alla realtà italiana, non solo la fiducia nel mestiere che traspare dalle parole del top manager. Soprattutto, colpisce il fatto che in un momento di crisi così nera, in cui il giornale degli “uomini del presidente” Woodward e Bernstein ha chiuso le sedi di Chicago, Los Angeles e New York, abbia avuto la forza e la lungimiranza di mettere a disposizione di due sue grandi firme ben venti giornalisti, due anni di tempo e molti soldi.
Il risultato è un'inchiesta di tre articoli densissimi ed esplosivi, basati su migliaia di documenti pubblici di aziende pubbliche e private che sono stati montati in un enorme database con tanto di video, cartine e grafici interattivi che rappresentano gli innumerevoli pezzi di un puzzle immenso e inquietante cresciuto a dismisura nell'ultimo decennio con la scusa della lotta al terrore globale. Come ha scritto, a commento degli articoli, il deputato americano Ron Paul, «mei miei calcoli, per ogni membro di Al Qaeda in Afghanistan ci sono circa undicimila agenti segreti negli Stati Uniti».
Il Washington Post ha incassato un primo successo basato su due scommesse ardue ma apparentemente riuscite. Primo, confidando sulla sua reputazione lunga un secolo, ha puntato sul tradizionale giornalismo investigativo, quello del “consumarsi le suole delle scarpe», addirittura investendo venti giornalisti e due grandi firme su una sola inchiesta. È evidente che ci vuole una struttura solida e consolidata per condurre a termine un'operazione del genere. Soprattutto quando si costruiscono inchieste, come fu nel caso del Watergate, che puntano dritto dritto alla Casa Bianca. Ma il quotidiano della capitale ha anche imparato la lezione della rivoluzione del web, come dimostra la ricchezza dei materiali disponibili online e l'interazione tra i lettori con gli autori dell'inchiesta.
A chi ha decretato innumerevoli volte la morte della carta stampata questi esempi recenti - lo scoop del Post e quello “condiviso” di Wikileaks - di una fiera e antica tradizione giornalistica perfettamente coniugata con le sfide della rivoluzione del web, dovrebbero far riflettere.
mercoledì, 28 luglio 2010
foto del giorno
Pine trees are lit up at the snow-covered Kenrokuen garden, one of the three most beautiful gardens in Japan, in Kanazawa, 295 kilometers (184 miles) northwest of Tokyo, Friday, Feb. 3, 2012. (AP Photo/Kyodo News)