sabato, 4 febbraio 2012 ore 02:52

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Obama ricomincia da dove Blair non partì mai
di Antonio Polito

Iraq e Palestina. Le memorie di Blair e la politica di Obama.

Pensano davvero che non mi importi, che io non abbia sentimenti, che io non rimpianga con ogni fibra del mio essere la morte di quelle persone?

Se lo chiede Tony Blair, affrontando fino in fondo, e secondo me con sincerità, il drammatico capitolo della guerra all'Iraq nel suo libro di memorie, da ieri nelle librerie di tutto il mondo. Sarebbe bene dare una risposta a questa domanda. Molti critici di Blair dicono che no, a lui non importava. Blair è diventato per tanti, anche più di Bush, al quale almeno si è concessa l'attenuante della ottusità texana, un cinico politicante aduso a mentire, e sostanzialmente un assassino. La furia con cui la stampa britannica si è lanciata contro di lui in occasione dell'uscita del libro è senza precedenti, e ha mosso a pietà persino il Financial Times.

Il giornale della City, mai tenero con l'ex premier britannico, in un recente articolo si è chiesto se tra vent'anni (un po' come successe alla Thatcher, pure lei uscita di scena tra le urla e le monetine) l'età di Blair non sarà invece ricordata per quello che è stata, un'era di benessere, di ottimismo e di dinamismo; per la Gran Bretagna e, aggiungiamo noi, per la sinistra europea.

Però di mezzo c'è l'Iraq. Blair discute con i suoi critici. Spiega l'incredibile paradosso iracheno con le parole di un ex ispettore dell'Onu: «Saddam pensava che bluffassimo quando minacciavamo l'uso della forza, e invece eravamo sinceri; noi pensavamo che avesse davvero le armi, e invece stava bluffando».

Complessa, e a mio parere poco convincente, è la spiegazione di Blair sul tema delle armi di distruzione di massa, segnalate dai servizi segreti e poi non trovate. L'idea è che Saddam abbia potuto eliminarle per liberarsi delle sanzioni e subito dopo rifarsele, magari col nucleare. E dunque che prima o poi le avrebbe avute, e dunque tanto valeva colpirlo. Mah. La verità è che all'Onu il casus belli fu costruito su informazioni poi rivelatesi così ingenuamente false da dubitare che possano essere state deliberatamente falsificate (se Blair e Bush fossero stati così cinici nel disporre dei servizi e degli apparati, qualche arma chimica l'avrebbero fatta ritrovare in Iraq).

Più convincente, invece, è la giustificazione dell'intervento dal punto di vista umanitario e liberale. Nell'Iraq di Saddam si moriva di fame, si moriva di parto, si moriva prima dei cinque anni, si moriva giustiziati, e si moriva gasati dal regime. L'Occidente aveva appena dimostrato che si poteva fare qualcosa in casi del genere, che «l'idealismo era realizzabile», in Afghanistan, nei Balcani, in Sierra Leone. «Quindi, se c'era un messaggio da inviare alla comunità internazionale - scrive Blair - andava lanciato in Iraq. Se c'era un regime la cui natura detestabile e la cui tendenza al conflitto erano palesi, era quello di Saddam. Se c'era un popolo che aveva bisogno di liberarsi, era certamente il popolo iracheno». «Potrei dire di non essere riuscito a immaginare l'incubo che ci attendeva, ma non posso avere rimorsi sulla decisione di andare in guerra».

Ben detto. Eppure, il cuore politico della sconfitta storica che Tony Blair ha incassato in Iraq è altrove. Ed è emblematicamente simboleggiato dal luogo dove ieri l'ex premier britannico si trovava, proprio mentre il suo libro usciva: a Washington, per la riapertura di colloqui diretti tra Israele e Autorità palestinese per la risoluzione del più vecchio e sanguinoso conflitto del Medio Oriente. È lì, sulle rive del Giordano e a Gaza, che Blair perse la guerra in Iraq. Quando la spiegò al suo popolo, e ai progressisti di tutta Europa, la giustificò anche come il modo di riaprire il capitolo palestinese: si liberava il Medio Oriente di un pericolo e di un dittatore, e di conseguenza sarebbe stato più agevole convincere Israele ad avviarsi sulla via della pace. D'altra parte, così avvenne con la prima guerra del Golfo, quella di Bush padre, che diede un forte impulso ai colloqui di pace israelo -palestinesi. Ma Bush non aveva quella stessa priorità, e in ben due vertici disse di no a Blair. La seconda gamba dell'operazione “pace in Medio Oriente”, e cioè la Palestina, non fu mai messa in piedi dalla Casa Bianca; per sciatteria, per indifferenza o per calcolo non è dato sapere. Fatto sta che Blair, a quel punto già in guerra, accettò le priorità di Bush, mostrando in quell'occasione un serio difetto di leadership.

Non è dunque un caso se oggi Obama, il nuovo condottiero della sinistra mondiale, riapre quel cantiere e addirittura promette di costruirvi qualcosa in un anno. Il pendolo della storia chiude la sua corsa: mentre Blair scrive le sue memorie sull'Iraq, Obama chiude la guerra dell'Iraq, e prova a scrivere la sua storia sulla Palestina. Non c'è che da augurargli buona fortuna.

giovedì, 2 settembre 2010

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commenti dei lettori

5 commenti presenti

Giacomo Fontana

03 set 2010 10:57

Che qualcosa non andasse in Blair come leader della nuova sinistra è che lui si trovava molto bene con tutti i leader di destra d'Europa e d'America, da Bush a Berlusconi ad Aznar, e altri, e molto male con tutti i leader socialdemocratici o di sinistra, moderata non rivoluzionaria. L'assurdità della guerra in Iraq ne è una conseguenza (a proposito, adesso in Iraq la gente vive peggio, soprattutto i cristiani). Ma anche sul piano interno Blair ha fatto poco o nulla. Erano gli anni di quella che sembrava una crescita dell'occidente verso il benessere senza fine ma, a parte un po' di aumento delle spese per istruzione e sanità, Blair non ha fatto nulla per diminuire le differenze sociali che in GB sono marcate. Qualche tassa in più ai ricchi? Per carità... Caro Polito, lei se ne era fatto un idolo ma si sbagliava, come quando diceva che la sinistra moderna, per risolvere il problema dei Paesi poveri, doveva fornirgli Internet! Un leader fasullo, e lo ha dimostrato anche dopo avere lasciato l'incarico. Molti soldi guadagnati ma l'incarico per il Medio Oriente con esiti nulli.

leo d'agostino

02 set 2010 22:11

Caro direttore, Vivendo in Irlanda del Nord e quindi esposto alla campagna ormai diventata irrazionale e fanatica della stampa britanica, sia di sinistra che di destra, e quale meriterebbe una monografia approfondita, ho molto apprezzato suo articolo sottile, misurato e consapevole del complesso patrimonio politico di Tony Blair. Forse il punto centrale del Progetto Blair, ribadito nei primi capitoli della sua autobiografia appena pubblicata, era di riagganciare il partito laburista con la gente commune con tutte le sue sofferenze e sopratutto con le sue aspirazioni, quale 'Old Labour' faceva molta fatica ad accettare, preferendo invece di tenersi stretto un'immagine mitica e trascendente della classe operaio, omogenea e eroica anziche' varia nei suoi contenuti politici e attegiamenti sociali. Blair cita ironicamente uno slogan del vecchio, rigido Old Labour': 'Niente Compromesso con L'Elettorato!'

mariella

02 set 2010 18:23

A leggere gli articoli di Carlo Panella, si direbbe cotto a puntino, Non serve girarlo, l´abbronzato.

fuma'47

02 set 2010 17:57

mah, Polito: il caro Blair mi convincerebbe di più se fosse un po' meno disinvolto a fare soldi ... non crede?

lupimor@gmail.com

02 set 2010 14:59

Caro Direttore, auguriamo ad Obama la miglior fortuna possibile. Provare a scrivere la SUA storia sulla Palestina, significa avere a che fare con gli interlocutori di sempre. Siria, Iran e integralisti islamici non vogliono assolutamente mettere fine ad una situazione da cui ricavano vantaggi politici e potere di pressione sull'Occidente. Perché dovrebbero? Da una normalizzazione stabile, concordata, accettata, che ponesse fine ai reciproci scontri ne guadagnerebbe solo Israele. Non si tratta di una porzione più o grande, ma comunque piccola, di territorio non si tratta di colonie ebraiche da espandere o ridurre, la stessa questione di Gerusalemme, dove il problema religioso fa aggio su quello politico, complicandolo, potrebbe essere composto. Il "core" del problema è un grumo inestricabile di passioni sedimentate, di sentimenti atavici, di credenze opposte, di stili di vita diversi, di odio trasversale, di scontri religiosi, di prospettive di sviluppo variamente orientate, di situazioni di fatto consolidate, bene, questo grumo, viene politicamente usato e finanziato da chi ha interesse che non si sciolga. Si dice, aspettando Godot, speriamo che Godot non arrivi con la realizzazione dell'atomica iraniana. Nuova variabile che Obama si troverà davanti. Le controparti sono più attrezzate di Obama e, pur nelle loro divisioni, più coese di quanto non lo sia l'Occidente. Che è chiamato a salvare capra e cavoli, mentre dall'altra parte hanno un solo obiettivo: mangiare i cavoli e, se qualche pecora ci rimette la buccia, che cale? Esiste una disparità negoziale di partenza che, da Arafat in poi ha premiato una sola parte. Auspichiamoci che Obama, nuovo condottiero della sinistra mondiale, possa avere il carisma per sbrogliare la tragedia. Non puntiamo, però, tutto sul fatto che questa attribuzione, leader della sinistra mondiale, impressioni i suoi interlocutori così tanto da condurli a più miti pretese. Sprovincializziamoci. Cordialmente Moreno Lupi