giovedì, 23 febbraio 2012 ore 01:55

Prima pagina

La forza della poesia 
Pound e lo scoglio
della sua illusione

di Melo Freni

Dopo le polemiche su Casa Pound si è tornati a parlare in questi giorni del poeta. Delle sue simpatie politiche, del rapporto con le banche e delle sue teorie sull’usura.

Nella foto: Ezra Pound

Si è tornati in questi giorni a parlare di Ezra Pound a causa della querela che la figlia dello scrittore ha sporto nei confronti del centro sociale romano che porta il suo nome. Insomma per parlarne il pretesto è sempre politico. Ma c’è un argomento che merita di essere riproposto anche per ciò che riguarda il rapporto che il poeta ebbe con il problema delle banche e del denaro.
«Nel sogno del poeta, l’incubo del denaro» scrisse Fernanda Pivano ed i versi (ne estraiamo un campione) lo confermano : «... e che il denaro si dia / a chi sia per impiegarlo più utilmente / a prò delle case loro, o a beneficio / de’ negozi di campo, come ancora di lana, di seta / e i sopravanzi si devino ogni cinque anni / distribuire dal Collegio / ai lavoratori del Contado ...»
Pound era nato nel 1885 ad Haily, nel Midwest degli States, ma invaghitosi dell’Italia in seguito ad un viaggio fatto a tredici anni assieme alla zia Frank nel 1908, si trasferì a Venezia, dove pubblicò il suo primo libro di versi A lume spento e per mantenersi faceva il gondoliere. Poi ebbe un periodo londinese, ambasciatore delle lettere americane in quel centro nevralgico della nuova poesia, ed uno parigino alla fonte dei provenzali, sua grande passione, che riscoprì e tradusse. Ritornato in Italia nel 1912 si stabilì a Rapallo e si dedicò agli stilnovisti, a Cavalcanti in particolare, all’Alighieri della Commedia e, venendo più avanti, a Leopardi, arricchendosi di un’esperienza con la quale apportò un notevole contributo al rinnovamento della poesia americana ed europea.
I Cantos, che iniziò a comporre nel 1910, (il primo volume fu pubblicato a Parigi nel 1925), sono una foresta di echi, rifrazioni, richiami, allegorie, dove, fra letteratura, storia e leggende di tutti i tempi e di tutte le civiltà, vi è un fluire di immagini e di suoni che si sovrappongono, si innervano, si spezzano per riannodarsi fra salti assai ardui di scandagli filologici sullo scibile dell’avventura umana, da rendere talvolta difficile se non proprio impossibile trovare la “chiave di tanti versi impenetrabili”, o forse sarebbe meglio ripetere con Dante: «O voi che avete li ’ntelletti sani / mirate la dottrina che s’asconde / sotto il velame de li versi strani». ( Inf.IX )
Con il suo ecclettismo intellettuale, studiò anche le lingue e le filosofie orientali, tradusse le 305 odi dell’antologia di Confucio, trasportando tutto nei Cantos, ed in particolare, con commossa nostalgia, descrisse la vitale semplicità dei contadini cinesi, quale opposto ( e qui si entra nell’attualità ) alle tante mistificazioni delle civiltà capitalistiche ed industriali dell’occidente.
Con la sua poesia incideva sui problemi della società, dava la responsabilità della depressione economica alla politica monetaria, alla cattiva amministrazione del denaro, all’usura praticata dalle banche, accusando del collasso la sua America e la Banca Centrale d’Inghilterra (indicava invece come buon esempio il Monte dei Paschi di Siena) e per la diffusione delle sue idee si servì oltre che dei versi, materia per iniziati, dei discorsi alla radio, di popolare e più diffuso impatto.
(Anche il presidente Mario Monti, per quel che riguarda oggi, dichiara che «la crisi attuale dipende dagli Usa, perché in Europa non sarebbe mai potuta succedere» - Corriere della Sera dell’ 11 gennaio).
Come reazione, nel 1945, finita la seconda guerra mondiale, il poeta fu dichiarato pazzo dagli americani ed internato nel campo di concentramento di Pisa (da dove i Cantos pisani), sotto l’accusa di tradimento, e da qui trasferito nell’ospedale psichiatrico di S. Elizabeth, presso Washington, dove rimase per 13 anni, fino al 1958, e dove conitinuò la stesura dei Cantos.
Riabilitato e rimesso in libertà, tornò a vivere in Italia, fra Merano, Rapallo e Venezia, dove morì (e vi è seppellito) il primo novembre del 1972.
Le sue invettive contro l’usura, che ricorre letteralmente e nello spirito dei suoi versi, sono frutto delle sue teorie monetarie; sosteneva l’ importanza della tassazione del denaro e che i governi, invece di far pagare le tasse, dovessero addirittura fare partecipi i cittadini dei dividendi del capitale.
«In quel paese la situazione è tanto incerta che / ritengo i ricchi preferiscono depositare il loro denaro / all’estero / … ma allo stesso tempo il pubblico pagava / un interesse pari a quattro milioni di dollari. / Dove sta allora il profitto delle parti / così da definirlo un beneficio pubblico ?» (canto XXXI)
Ed ancora: «Con usura nessuno ha una solida casa / ...con usura / non v’è chiesa con affreschi di paradiso / ...peccato contro natura / ...usura priva lo scalpellino della pietra / il tessitore dal telaio/ ...peggio della peste è l’usura/ ...» (canto XLV)
Ahi lui, però, non tutto era poesia, c’erano anche i discorsi, la cui diffusione affidava alle trasmissioni della radio fascista (ora raccolte nella Biblioteca del Congresso a Washington) ed ancora peggio, l’avere individuato in Mussolini l’unico statista capace di riequilibrare le sorti politiche ed economiche dell’Italia. Per cui, accettare l’invito della radio fascista non fu l’approfittare di una occasione come di un’altra, Pound era proprio invaghito del Duce degli italiani, l’unico che avrebbe potuto ricondurre l’Italia ai fasti dell’antica grandezza imperiale, allo splendore dei fasti rinascimentali. E qui calano le ombre. Come nessun dubbio, ad esempio, si pose di fronte a tanto “mito” che, nel condividere le follie del nazismo, arrivò persino ad accettare l’atrocità delle leggi razziali? E come non reagire alle morti per percosse di Giovanni Amedola, di Giacomo Matteotti, ed inneggiare, invece, all’altra follia della guerra per la conquista dell’Impero, senza interrogarsi sulla sproporzione dell’impresa, sui silenzi che nascondevano la perdita di tante vite umane ricorrendo persino allo sterminio ?
Nell’infatuazione Pound aveva perduto anche l’orientamento della stessa poesia, ben lontano da quel tempus tacendi che caratterizzò, in seguito, gli ultimi 10 anni della sua vita, quando si chiuse nel silenzio più assoluto e si esprimeva anche in casa per gesti.
Le tribune su Pound, che si svolgono sempre sul piano politico dell’esaltazione o della condanna, limitano lo stesso dibattito, parziale e discriminante rispetto ad altri casi che si possono ricordare. Prendiamo Pirandello, Tagore ed Heidegger.
Pirandello dichiarava in una intervista del 1924, all’indomani dell’uccisione di Matteotti, che in quel momento aveva sentito di scriversi al Partito nazionale fascista per un atto di dovuta solidarietà: «Ho grande stima di Mussolini, lui è datore di realtà perchè ha potenza di sentimento e mirabile lucidità d’intelligenza, ha l’altissimo merito di aver messo in valore l’Italia» e poi, scrivendo al figlio Stefano: «Ho visto una recente fotografia del Duce nell’atto di parlare a Eboli e mi è parso il Davide di Bernini».
La «santa ingenuità del maestro», avrebbe commentato Marta Abba, ma del mussoliniano trasporto di Pirandello, dichiarato fino a qualche giorno prima di morire, è ricco il capitolo 4° del bel volume di Matteo Collura Il gioco delle parti. Quale importanza può dunque avere discernere, per Pirandello, tra fascista dal punto di vista ideale e non politico? Sono scorciatoie per distrarre, ma quello che va rilevato è che di Pirandello si parla solo ed esclusivamente sotto il profilo letterario mentre della sua adesione al fascismo, così convinta, non si parla per nulla, o si tentano scusanti assolutorie.
Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, fu in Italia nel 1925, ospite del Circolo Filologico di Milano e, su invito del governo, nel 1926. Da indiano, Tagore non poteva avere interessi politici a favore o contro il fascismo, ma dopo esssere stato a lungo con Mussolini ebbe a dichiarare in una intervista: «Senza dubbio è un grande personaggio, c’è un tale massiccio vigore nella sua testa che pare cesellata da Michelangelo, … c’è una semplicità in quell’uomo che rende arduo credere che sia il tiranno crudele che molti si compiacciono di dipingere». Ed a lui direttamente: «Eccellenza, siete l’uomo più calunniato al mondo». . .
Orbene, come per Pirandello, neppure per quest’altra debolezza di discernimento c’è mai stato in Italia ostracismo nei confrontoi del poeta e filosofo di Calcutta, il cui Gitaniali, il giardiniere spagnolo, addirittura ha sbancato le vendite con numerose edizioni. Di lui si parla solo ed esclusivamente sotto il profilo letterario e nulla del resto ha pesato sulla considerazione del grande poeta che è.
E di Heidegger? La sua adesione viscerale al nazismo, il non avere voluto ritrattare la sua fedeltà ad Hitler neppure alla fine della guerra nel 1945, tanto da essere stato radiato da ogni incarico universitario.
Altri esempi si potrebbero portare, ma bastano questi a dimostrare che è riduttivo comprimere strumentalmente la figura di Pound, sorvolando sulla statura del poeta al quale, riconosce in modo unanime la critica, deve tanto la grande poesia del 1900, da Whitman a Eliot, da Dylan Thomas a Yeats a Joyce, mentre in Italia ne fa testo, con Ungaretti, Montale, Quasimodo, Bertolucci, Zanzotto, l’intera generazione dei poeti del ’900.
Nel 1981, ideai e curai la regia per il Festival dei Due Mondi di Spoleto (direttore Romolo Valli) di un Ezra Pound concert – i Cantos a teatro spettacolo vero e proprio, non un recital, messo su con un particolare assemblaggio di 900 versi tratti dagli 11mila della poesia di Ezra. Ne fu protagonista un indimenticabile Riccardo Cucciolla. Altre repliche avvennero al Piccolo Eliseo di Roma e subito dopo lo spettacolo fu registrato e trasmesso dalla Radio della Svizzera Italiana.
Dato il personaggio e considerata la difficoltà della sua metabolizzazione, basta sintetizzare i giudizi con quanto scrisse allora L’Unità:«... Questo Pound, poeta maledetto del nostro tempo, sale al rango di un Ulisse dei nostri giorni, in guerra con gli inganni del mondo, sempre tramati da Circe, Calipso e Polifemo, che appaiono sotto altre sembianze nell’esercitare i loro inganni ...ed ancora una volta la poesia afferma la sua forza proprio di spettacolo, la sua capacità di evocare la storia».
Ebbene, fu la forza della sua stessa poesia a nascondere a Pound lo scoglio della propria illusione.

sabato, 21 gennaio 2012

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commenti dei lettori

1 commento presente

michela

22 gen 2012 11:56

E' vero:ci si può illudere a tutti i livelli,ma se ciò avviene in buona fede,il comportamente che ne consegue potrà essere giudicato diversamente rispetto a chi,di fronte all'evidenza dei fatti,non esercita la capacità critica dissociandosi,soprattutto se ricopre posti di responsabilità e deve rendere conto del suo operato ,ad esempio ai cittadini che lo hanno scelto ed eletto.A parte questa mia riflessione ,mi sembra molto bella l'immagine di Pound,poeta maledetto,che sale al rango di un Ulisse dei nostri giorni in guerra con gli inganni del mondo,la cui poesia ha la capacità di ^evocare la storia^

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