Nella foto: Elsa Fornero, lavoro, il Presidente del Consiglio Mario Monti
Il presidente del Consiglio, dopo l’incontro con i sindacati e la Confindustria, ha detto di «non ridurre il messaggio sulla riforma del mercato del lavoro solo al tema dell’articolo 18». Se leggiamo i giornali e ascoltiamo le dichiarazioni di tanti “competenti”, sembra invece che il tema sia solo quello, ed è collocato come centrale nella politica delle liberalizzazioni. A questo proposito basta leggere l’editoriale del “Corriere della Sera” di domenica scorsa firmato dai professori Giavazzi e Alesina. L’articolo 18 è assimilato a una rendita di cui godono alcuni privilegiati. Si dimentica che quell’articolo riflette una situazione politica (licenziamenti per rappresaglia) e sociale (licenziamenti per motivi economici, veri o fasulli, in anni in cui il dato emergente era l’occupazione e non la disoccupazione), oggi, per molti versi, del tutto diversa. Diversità non colta da Alesina e Giavazzi, i quali scrivono che «l’articolo 18 dello Statuto sancisce l’illicenziabilità per motivi economici». E come mai oggi in Italia ci sono tanti licenziati? In Tv vediamo i lavoratori dei turni notturni delle ferrovie che passano le notti al freddo su una torre; i dipendenti della Omsa, senza lavoro perché il padrone ha trasferito l’azienda in Serbia; domenica cinquecento operai sardi licenziati hanno ritardato l’inizio della partita Cagliari - Fiorentina ; a Termini Imerese c’è quel che sappiamo. L’elenco sembra inesauribile e l’articolo 18 non ha né determinato, né impedito, questi drammatici scenari. Molti lavoratori licenziati, lamentano i due economisti, sono in «Cassa integrazione, un istituto sconosciuto alla gran maggioranza dei giovani». Vero, ma è l’articolo 18 che impedisce una riforma delle tutele sociali e l’ingresso dei giovani nella produzione con contratti che garantiscano stabilità? E i quarantenni e i cinquantenni licenziati che fine fanno? La loro vita di lavoratori sembra finita e nessuno può cambiare le cose. La riforma di cui parla Pietro Ichino con la serietà e onestà che ho sempre apprezzato, anche perché tiene fermo ed estende a tutti l’articolo 18 per quel che riguarda i licenziamenti per rappresaglia, fa proposte innovatrici ma che appaiono inattuabili. Per il trattamento degli “esuberi”, infatti ha il difetto di riferirsi a un sistema sociale complessivo (quello dei paesi scandinavi) e a una cultura che ha una storia che condiziona i comportamenti di tutti i corpi della società. E può contare su una copertura finanziaria che oggi purtroppo nessuno vede nel nostro paese. Tuttavia - ecco il punto che vorrei porre - è bene discutere, come dice Monti, senza tabù: né quello della Confindustria, dei professori e altri, né quello dei sindacati. Si discuta nel concreto cos’è, e cosa può essere, il mercato del lavoro nella società di oggi, cosa sono, e cosa possono essere, le tutele sociali. Il concreto delle cose smentirà la propaganda. Il fatto che su questo tema non si proceda con decreto è positivo: non per rinviare tutto a un futuro incerto, ma per dare soluzioni possibilmente innovative, efficaci e condivise. Ancora una volta il governo “tecnico” di Monti ha mostrato intelligenza politica.
lunedì, 23 gennaio 2012
commenti dei lettori
8 commenti presenti
giustina
24 gen 2012 18:06
Credo che questo sia un passaggio ancora più importate del pezzo dei due economisti del Corriere, affermazioni del tutto veritiere e difficilmente confutabili. Riferendosi ai giovani, ma io aggiungo anche i meno giovani, posto che l'ingresso nel mercato del lavoro avviene sempre più tardi, Alesina e Giavazzi affermano che :"Per loro il precariato non è una breve parentesi nel percorso verso un lavoro stabile, è una «trappola»: nemmeno uno su tre riesce a passare a un contratto a tempo indeterminato. Il motivo è che, per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’articolo 18, e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa. Quindi i giovani rimangono precari troppo a lungo, talvolta a vita."
Ecco quale è il problema centrale. Ormai la tutela dell'art. 18, pensata per una realtà sociale e lavorativa, segnatamente quella prevalentemente industriale degli anni settanta, non è più attuale, se non per pochi privilegiati e, sopratutto, per i veri privilegiati. Alludo ai mangia pane a tradimento di coloro che sguazzano all'interno dei sindacati. Organizzazioni che ormai rappresentano una parte assolutamente minoritaria dei lavoratori, pur mantenendo un incomprensibile influenza, se non addirittura potere di veto, su ogni questione riguardante la riforma del mercato del lavoro.
Pertanto, non si può prescindere dal ripensamento dell'art 18 se si vuole mettere mano alla materia del lavoro. Naturalmente, nonostante i giornalisti faziosi e vetero ideologici, come l'autore di questo articolo, cerchino di far passare un messaggio diverso, intervenire sulle tutele contemplate dalla norma in questione, non significa abolire le garanzia contro i licenziamenti illegittimi, in quanto discriminatori ad esempio, o senza giusta causa, ma limitare l'obbligo alla riassunzione. Vero punto cruciale di tutta la questione.
Io vorrei tanto che qualcuno prima o poi, dopo aver tacitato le manfrine demagogiche dei nullafacenti dei sindacati, desse voce alle centinaia di migliaia di giovani, e non più tali, che, come giustamente fanno notare i giornalisti del Corriere, vanno avanti da anni con fasulli contratti a progetto, o indegni accordi a tempo determinato, pur svolgendo mansioni e dedicando del tempo, nettamente superiori a quelli che dovrebbero essere per legge gli standard di queste tipologie contrattuali. Un mondo enorme ormai, di gente senza alcuna tutela, e con stipendi da fame. Persone, come il sottoscritto, a cui nessun sindacato penserà mai, perché non avrebbe nessun ritorno in termini di visibilità politica.
stefano
24 gen 2012 16:36
Se non cambierebbe nulla come si dice alle 15,13...perchè invece tanta grinta per la sua abolizione? (art 18).
E' meramente una battaglia politica solo per piegare le forze sindacali,che sono l'unica parte della società che fà un po di politica e opposizione,un vero capriccio all'Italiana.
Contenuti simbolici-Modello che da noi non c'è...Dogmi di immutabilità...
Allora il buon'esempio e l'equità vengano fuori..e la tanto uguaglianza e integrazione Europea pure!
La lista dolorosa per molti di Voi, scriventi ,sarebbe inaccettabile:sicuramente quella
che riguarda le altre (degli altri) dottrine fiscali e le sue conseguenze,porterebbero al deserto degli imprenditori e liberi professionisti in Italia,nel senso un po troppi con i ceppi ai piedi ed il cartello di gogna: "sono un evasore"-"sfrutto i lavoratori a nero"- uso i soldi per la sicurezza dei lavoratori per il gioco dei cavalli e le girls....."-"scarico i miei reflui produttivi nelle discariche della mafia (al sud ovvio)"...continuo?
Diritti,doveri,ammortizzatori sociali,sussidi...ma se da noi ci sono a mala pena i soldi per gli stipendi della P..A. ,che parlate di nuovi sistemi e nuovi contratti...
E' vero da noi certi modelli non possono esistere,perchè da noi c'è il sistema incancrenito del male affare,della evasione fiscale sfacciata di molti,del sistema clientelare e famigliare che manda avanti le solite facce...
Questi sono i dogmi di immutabilità...e non si fà molto per abbatterli,lavorate su questo...invece di giocare sulle tensioni sociali.
Vedrete come va a finire la Fiat...eppure lì grazie a molte teste pensanti e scriventi, Marchionne ha fatto tutto quello che voleva,
Bofonchia il contrario...ma è il solito bleff!
Alitalia.....Fiat..,Fincantieri ....FS, un fallimento dietro l'altro per l'Azienda Italia (ma guadagni per i soliti noti)
PS/1- la Performace della Prof.ssa Fornero ieri? Pessima...da mettere in imbarazzo anche Passera e non lo scrivo io.
PS/2-E' possibile che i professori del pensiero economico moderno vanno tutti ad ordine sparso? e dicono cose ognuno diverse?
Moreno Lupi
24 gen 2012 15:13
Caro Direttore, discutere "senza tabù", su alcune questioni, da noi è impossibile. La colpa, diciamo così, è nel nostro modo di privilegiare i contenuti simbolici rispetto a quelli reali. Lo dice anche lei, nonostante l'art.18 i licenziamenti ci sono. Cioè, veniamo al sodo, non c'è art.18 che tenga, che possa opporsi con efficacia alle regole imposte dall'economia globalizzata, con cui, oggi piaccia o no, i settori produttivi italiani devono confrontarsi. Sono tali e tanti i problemi nuovi e diversi da affrontare, nell'interesse vero dei lavoratori, che intestardirsi infantilmente su, 18 sì, 18 no, sembra proprio il pretesto che tutte le parti, nessuna esclusa, sfruttano, per eluderli. Giavazzi e Alesina si rifanno ad un modello che da noi non c'è e, che in quei termini non ci sarà mai, La Cgil e sodali, d'altro canto si rifanno a principi assunti come dogmi di immutabilità. Stiamone certi, l'abolizione dell'art.18 non cambierebbe, in sostanza, nulla. Il suo mantenimento, pure. Il mondo cammina con altro dalle nostre gambette. Che invece, nel nostro miope provincialismo, riteniamo robuste e possenti.
Giuseppe
24 gen 2012 13:43
Caro Em.M.a, seguo, anche per motivi professionali, con attenzione i temi del mercato del lavoro e concordo con le tue osservazioni riguardo alla complessità del tema (ad onta delle facili semplificazioni) ed alla necessità di storicizzare gli strumenti di regolazione. Tuttavia, su un punto ho perplessità sulle tue osservazioni: il tema dei licenziamenti per cause economiche. Ti chiedi retoricamente perchè pur ritenendosi vietati vi siano licenziamenti per questa causa. Ma la vexata quaestio non è la possibilità, quanto la modalità del licenziamento. I giuslavoristi e esperti di parte sindacale infatti sostengono che si possano fare ma esclusivamente nella forma del "licenziamento collettivo". Non è nodo da poco. Questo tipo di licenziamento richiede infatti una procedura specifica il cui cuore è rappresentato dalla apertura della vertenza sindacale. In altri termini, il datore di lavoro deve proclamare lo stato di crisi, concordare con il sindacato un processo di ristrutturazione e solo dopo procedere nelle forme concordate. Il punto allora è: sono possibili forme di "aggiustamento organizzativo" (così le definisce Ichino) che riguardino poche o singole unità di lavoro? Ma il nodo più aggrovigliato è politico. Possono i sindacati accettare procedure che non li vedano parte in causa automaticamente? Loro dicono di no. Ma la logica conseguenza di questo arroccamento è che un datore di lavoro (stiamo parlando di aziende sopra i 15 dipendenti) o arriva quasi al fallimento o non può procedere a piccole ristrutturazioni. La logica dei piccoli aggiustamenti potrebbe oltretutto rendere più agevole politiche attive di ricollocazione, che per i grandi numeri sono state fallimentari. Un saluto.
franco
24 gen 2012 10:59
I signori Fornero-Deaglio "gravitano"da tempo in area confindustria per essere "neutrali"verso tutti i lavoratori e le imprese,la Fornero smania (e piange!)per essere considerata la tatcher italiana.La gigantesca balla del gov.Monti che annullando contratti collettivi-togliendo le tutele ai lavoratori licenziati e introducendo ancora più flessibilità possa in questa situazione di profonda crisi,favorire l'occupazione mi fa impressione.Per non dire del grido che si leva da tutte le parti:liberalizzazioni!ma bisogna vedere come e cosa si deve liberalizzare,vediamo in passato che trionfale risultato hanno avuto RCA auto,autostrade e banche!!
P.S.come cittadino vorrei al più presto scegliere e decidere sulla "ricetta"economico-sociale per affrontare la crisi (come in Spagna)e non delegare a nessun(benchè ..illuminato)deux ex-machina
e soprattutto scegliere chi mi deve rappresentare!
enrico
24 gen 2012 09:54
tutto vero però l'articolo 18 tutela solo i lavoratori delle grandi industrie che sono quelli meno soggetti a discriminazioni rispetto alle piccole fabbriche per quanto riguarda le chiusure delle fabbriche
egregio direttore provi a controllare quante sono state chiuse alla fine degli anni 80 al nord in particolare a sesto san giovanni.
Rodolfo Vignola
24 gen 2012 09:36
Vorrei esprimere un commento su la cultura che esiste in Danimarca e che non può essere innescata nel nostro Paese. Ritengo che continuare a ridursi e non lottare per il meglio sia il massimo della nostra attuale limitazione.
Abbiamo rinunciato alle bonifiche ambientali, perchè non ce lo possiamo permettere. Abbiamo rinunciato alla Chimica perchè particormente difficile, per non parlare del Nucleare, visto che non riusciamo a gestire le discariche o la spazzatura , in genere.
Ritengo che continuando a rinunciare non accettando le sfide innovative non fa avanzare il Paese e ancora di più la Sinistra.
Cordiali Saluti
Rodolfo Vignola
Francoeffe
24 gen 2012 09:31
Il problema, Direttore, é di ordine pratico pure per la CIGS. La eliminiamo ma non abbiamo risorse per garantire un reddito minimo ai licenziati nella maggioranza quarantenni/cinquantenni. Ed allora che facciamo, forniamo loro corda e sapone ?
foto del giorno
Dancers hold a Wipro e.go Aero Ultra notebook at its launch in Bangalore, India, Tuesday, Feb. 21, 2012. The e.go Aero Ultra is India's slimmest and first 14 inch screen notebook which weighs 1.7 kilogram and is priced between 39,900 rupees ($810) and 49,000 rupees ($995), a company release said. (AP Photo/Aijaz Rahi)