giovedì, 23 febbraio 2012 ore 00:38

Prima pagina

Riforma del mercato del lavoro
si riparte dalle retribuzioni

di Gianmaria Pica

Tabù. Dal ’91 il reddito delle famiglie è calato del 2,4%. La trattativa Fornero-parti sociali riparte dagli stipendi, ma sindacati e Confindustria bocciano preventivamente quelli «minimi garantiti». Un ddl in Senato potrebbe sbloccare la questione.

Nella foto: Elsa Fornero, WELFARE

La trattativa sulla riforma del mercato del Lavoro riprende la prossima settimana. L’incontro parti sociali-governo verrà anticipato dal vertice tra Confindustria e i sindacati. Accantonata la modifica dell’articolo 18 e l’abolizione della cassa integrazione, i lavori ripartiranno dall’aumento salariale: oggi le retribuzioni italiane sono tra le più basse d’Europa.
Ed è stata proprio la titolare del dicastero del Welfare, Elsa Fornero, a spiegare che la riforma del lavoro doveva partire dall’aumento degli stipendi. In tempi non sospetti - era lo scorso 20 dicembre - la Fornero affermava che «bisognerebbe riuscire ad aumentare i salari perché sono bassi e non è cosa che ci sfugge». Detto, fatto. Adesso il tavolo di trattativa tra il governo e le parti sociali (mondo delle imprese - Confindustria in testa - e i quattro sindacati confederali: Cgil, Cisl, Uil e Ugl), dopo uno stop di alcuni giorni, in cui è stato cassato il tema dell’articolo 18 e la soppressione della Cig, riprenderà partendo dallo studio di misure in grado di rilanciare il potere d’acquisto dei lavoratori.
Tutti concordano che la situazione salariale italiana è diventata insostenibile. Con il passare degli anni, invece di crescere, il reddito delle famiglie è diminuito. Secondo la Banca d’Italia, tra il 1991 e il 2010, il salario medio è calato del 2,4 per cento in termini reali. Due anni fa, il reddito familiare, al netto delle imposte, è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Numeri che collocano il nostro Paese in fondo alla classifica Ue: le famiglie italiane guadagnano il 39,6 per cento in meno di una famiglia media europea. Un aggravante, considerando che in Italia il costo della vita è ben superiore a quello di altri Paesi. Da noi l’impatto sul reddito è pari all’83 per cento, in Germania il costo della vita pesa per il 43 per cento del reddito, in Francia il 58 (mediamente in Europa l’impatto si attesta al 68 per cento del reddito).
Come superare questo divario? C’è chi propone di introdurre con la riforma del lavoro il cosiddetto “salario minimo garantito”: la più bassa paga oraria, giornaliera o mensile che i datori di lavoro devono per legge corrispondere ai dipendenti. Ma la proposta è stata già bocciata preventivamente dal leader degli industriali, Emma Marcegaglia: no al salario minimo «che rischia di disincentivare al lavoro» e sì al mantenimento dell’attuale assetto degli ammortizzatori, Cig straordinaria e mobilità, «per far fronte alle moltissime ristrutturazioni da gestire». Anche le organizzazioni dei lavoratori non digeriscono il “salario minimo”. Per il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, «ha ragione il presidente di Confindustria, Marcegaglia quando sostiene di essere contraria a interventi come il salario minimo al posto della cassa integrazione. L’Italia è il paese che meglio di altri in Europa ha saputo attutire gli effetti della crisi economica grazie al ruolo degli ammortizzatori sociali che vengono integralmente finanziati dalle imprese e dai lavoratori. Perché e che cosa nasconde questa voglia di cambiare?». Dalla Cgil fanno sapere che «serve più occupazione e serve che sia meno precaria. Ecco cosa intendiamo dicendo che il tavolo sulle regole del lavoro deve essere contestualmente il tavolo per discutere di interventi fiscali, investimenti, sviluppo e ripresa produttiva». Insomma, la questione è molto complessa.
Ma tra i più noti giuslavoristi italiani (molti dei quali consultati dalla stessa Fornero) arrivano altre soluzioni. Secondo il deputato pdl Giuliano Cazzola, l’aumento dei salari può avvenire attraverso misure fiscali. Il concetto è chiaro: nell’ambito della contrattazione collettiva, bisognerebbe introdurre in busta paga voci salariali legate alla produttività che godono, però, di una tassazione di favore al 10 per cento. Cazzola propone anche di estendere il “welfare aziendale” a tutti i lavoratori dipendenti: in sostanza, tutte le prestazioni sociali - dalle assicurazioni sanitarie agli asili nido, fino ai libri di testo - sono a carico del datore di lavoro.
Pura utopia? Per nulla. In commissione Lavoro del Senato, dopo due anni e mezzo di sospensione, si è sbloccato l’iter del disegno di legge bipartisan (Castro-Ichino-Treu) «sulla partecipazione dei lavoratori nell’impresa». Questo ddl racchiude le proposte di Cazzola e ne aggiunge altre, come il «controllo sull’andamento o su determinate scelte di gestione aziendali, mediante partecipazione di rappresentanti eletti dai lavoratori», l’istituzione di forme di «partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa», la partecipazione dei lavoratori «all’attuazione e al risultato di piani industriali» e l’«accesso dei lavoratori dipendenti al capitale dell’impresa». Il ddl se riuscisse a passare il vaglio del Senato entro febbraio, potrebbe diventare legge (dopo l’ok della Camera) già a giugno. La proposta potrebbe anche essere assorbita dalla riforma Fornero.

mercoledì, 25 gennaio 2012

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