Il Sì al referendum giustizia: quinto quesito
Abuso custodia cautelare, il pm Marino: “Diamoci una regolata, per la sicurezza servono processi veloci”

“Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni”?»
Il quesito numero 4 del referendum sulla giustizia centra uno dei temi più delicati: l’uso della custodia cautelare. Impatta con i più grandi nodi della giustizia: quello delle carceri che scoppiano, dei processi eccessivamente lunghi e delle ingiuste detenzioni che lo Stato – quindi anche noi cittadini – dobbiamo risarcire. E si propone di fermare un fenomeno che in pochi sono disposti ad ammettere ma esiste eccome: negli anni la custodia cautelare, da misura preventiva, si sta trasformando in una sorta di anticipazione della pena. Perché che i processi sono troppo lunghi, come sanno anche i più giustizialisti. E a nulla possono valere le motivazioni di chi sostiene il
No facendo leva sulle insicurezze dei cittadini per alimentare posizioni populiste. Né si può condividere la tesi di chi prevede effetti nefasti e grandi danni per la sicurezza pubblica in caso di vittoria del Sì, come di recente affermato anche dal presidente vicario del Tribunale di Milano, Fabio Roia, in una intervista al Fatto Quotidiano. Perché? Lo spiega bene il magistrato napoletano Raffaele Marino, già sostituto procuratore generale e per anni tra i pm di punta del pool Antimafia di Napoli.
«Dire che se passasse il Sì si metterebbe in pericolo la sicurezza pubblica è un messaggio fuorviante. La sicurezza si garantisce con un processo veloce e con le misure pre-cautelari, cioè l’arresto in flagranza e il fermo». Votando per il Sì, «si ancorerebbe la custodia cautelare alle esigenze del processo e quindi, se c’è un pericolo di fuga o un pericolo per l’acquisizione delle prove si potrà incarcerare una persona, ma non lo si potrà fare sulla base di un pericolo di reiterazione di reati della stessa specie». Gli eccessi di questi anni non sono sinonimo di garanzia di sicurezza. E i dati lo confermano. Inoltre, osserva Marino, «abbiamo assistito negli anni a un pendolarismo legislativo che da un lato ha cercato di limitare la discrezionalità dei giudici e dei pubblici ministeri, cercando, attraverso aggettivazioni varie, di contenere l’eccesso di discrezionalità che si è tramutato in uso indiscriminato della custodia cautelare, e dall’altro abbiamo assistito a un aumento progressivo delle pene per una serie di reati e quindi a una facilitazione dell’uso della custodia cautelare che è determinata in base alla gravità della pena».
Un legislatore “Giano bifronte”, dunque. E una sorta di eterogenesi dei fini. Motivo inconfessabile ma reale dell’eccesso di manette. «Siccome i processi sono tanto lunghi la custodia cautelare, che doveva servire semplicemente ad assicurare le prove e la presenza dell’imputato al processo, e solo nei casi più gravi a evitare che circolassero individui pericolosi, in realtà si è tramutata in una pena anticipata prima ancora che vi fosse un giudizio definitivo di colpevolezza», osserva Marino illustrando come il tema della custodia cautelare viaggi di pari passo con quello del giusto processo: «Con la riforma Cartabia il processo dovrebbe avere una durata ragionevole e ciò consentirebbe di tornare alla funzione originaria della custodia cautelare». E con il Sì al quesito del referendum si apporterebbe «un correttivo minimo, e aggiungo dovuto – precisa Marino – che non stravolge l’impianto codicistico e lascia inalterata la situazione per i reati più gravi e i criminali più pericolosi, ma manda un importante segnale politico alla magistratura».
Si fermerebbe un eccesso che è sotto gli occhi di tutti, basta leggere i dati dei bilanci annuali della giustizia: in Italia circa mille persone l’anno finiscono in cella in attesa di giudizio, praticamente uno su tre. «Una situazione intollerabile – commenta l’ex magistrato antimafia – e contraria a qualsiasi principio di civiltà, anche perché non abbiamo un apparato carcerario in grado di assicurare per ogni detenuto quel minimo di spazio vitale». «Questa riforma mi sembra sacrosanta», precisa. La questione, poi, è anche culturale. «La cultura si cambia se cambiano le regole del processo e se cambiano le regole del processo si spera di poter avere una giurisprudenza che sia non così conformista rispetto alle richieste del pm, perché una delle vecchie idee che si era ventilata per porre un argine all’eccesso della custodia cautelare era quella di non farla decidere al gip ma a un collegio». «Secondo me – sostiene Marino – il vaglio deve essere preventivo e non successivo, l’esame deve avvenire prima». Ora l’attenzione è sugli effetti che la riforma Cartabia avrà sui tempi del processo: eliminerà le lungaggini? «Spero proprio di sì – risponde Marino – la scommessa è tutta lì. Certo, l’esperienza sul campo ci potrà dire le cose come andranno, finora però l’esperienza ci ha detto che i problemi più seri sono in appello».
Non è tutto. Il referendum giustizia garantirebbe una giustizia più giusta anche a vantaggio dei magistrati. Votare Sì potrebbe, infatti, evitare tante ingiuste detenzioni: nel 2020 a Napoli 101 casi, un record. «I magistrati dovrebbero essere contenti di una riforma di questo genere che farà risparmiare allo Stato molti milioni di euro, perché non ci saranno più tanti risarcimenti per ingiusta detenzione», ragiona Marino. Sarà così? Saranno davvero contenti i magistrati di questa modifica che frenerà il ricorso alle “manette facili”? «I magistrati sono per forma mentis dei tradizionalisti – confida Marino – quindi qualsiasi innovazione, di qualsiasi segno sia, viene vista con diffidenza. È anche vero però che il nostro legislatore ci ha abituati a un andamento molto altalenante delle regole in materia di custodia cautelare. Di certo – conclude – la custodia cautelare così com’è adesso non funziona».
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