Un bancario che si licenza per dedicarsi all’apicoltura e, dopo l’incontro con un salesiano, apre la sua azienda a tossicodipendenti in terapia, insegnando loro i rudimenti del processo di produzione del miele. Un sindaco che riconquista alla legalità ettari di boschi comunali che per anni erano stati usati da mafiosi per arricchirsi illegalmente con i fondi europei. Una cooperativa sociale, in un bene confiscato alla mafia, che con il coinvolgimento di giovani autistici trasforma il seme di canapa in olio e farina e produce, con l’aiuto delle api, miele e pappa reale. Sono ormai tante le storie di successo raccontate da giovani operatori sociali e sanitari che hanno intrapreso una strada nuova: fare inclusione sociale in un’azienda agricola e nelle cooperative sociali di tipo b, lavorando la terra e accettando le sfide e i rischi d’impresa. Buone pratiche che promuovono benessere nella comunità e diventano luoghi della possibile rigenerazione del welfare.

Il fenomeno dell’agricoltura sociale in Italia non si è sviluppato in seguito ad un bando pubblico del PSR, nasce come scelta di vita di piccoli imprenditori agricoli che già avevano scelto di praticare l’agricoltura – molto spesso biologica – e che hanno aperto le porte delle loro aziende a soggetti svantaggiati e progetti di educazione ambientale.

Un moto dal basso riconosciuto dal parlamento con la legge 141/2015 sull’agricoltura sociale, che descrive così l’attività “prestazioni e servizi che affiancano e supportano le terapie mediche, psicologiche e riabilitative finalizzate a migliorare le condizioni di salute e le funzioni sociali, emotive e cognitive dei soggetti interessati anche attraverso l’ausilio di animali allevati e la coltivazione delle piante”. L’associazione nazionale bioagricoltura sociale (BioAS) nata nel 2018, ha avuto il merito di intuire la portata innovativa del fenomeno e di dare un supporto organizzativo, formativo e progettuale che è diventato l’elemento catalizzatore per la crescita dell’agricoltura sociale. Tanti i progetti finanziati per l’inserimento socio-lavorativo, per il “dopo di noi”, così come per i percorsi abilitanti e di capacitazione finalizzati all’autonomia e alla vita quotidiana di soggetti fragili. BioAS aggrega realtà associative nazionali da decenni impegnate nella promozione dell’agricoltura biologica come Aiab, consorzi ed imprese sociali che hanno sperimentato nuove prassi nel campo dell’inclusione socio lavorativa e nell’innovazione dei servizi sociali e sanitari come il Consorzio Koinè di Arezzo, la Rete fattorie sociali Sicilia, il Biodistretto di agricoltura sociale di Bergamo, le cooperative Selva Grande e Agricoltura Nuova di Roma, e Acli Terra Lombardia.

La crescita nel territorio nazionale di BioAS si è caratterizzato da uno sguardo attento ed appassionato verso la comunità locale e le opportunità in termini rigenerativi del “setting” agricolo. Oggi riteniamo conclusa la fase “promozionale” dell’agricoltura sociale in Italia, adesso il mondo dell’agricoltura sociale deve ridisegnare nuove mappe cognitive, normative, economiche e sociali. Le trasformazioni continue dei bisogni sociali e delle situazioni di disagio richiedono nuove lenti per osservare, e approcci innovativi e realistici per intervenire. La fattoria sociale non diventa in nessun modo un “centro diurno” in campagna, né offre a basso prezzo prestazioni e luoghi di cura. L’agricoltura sociale diventa un nuovo anello di congiunzione di una strategia di presa in carico e di promozione della salute che mantiene un alto livello di complessità. In agricoltura, infatti, si ricompongono in maniera esemplare le componenti essenziali del vivere sociale.

Le relazioni, il bisogno di lavoro, di casa, di socialità, di tutela e di cura delle persone, dell’ecosistema e del territorio. Sono questi i nuovi diritti che vanno resi esigibili co-costruendo un “paesaggio di nuova socialità e di ben-essere” della comunità. L’esperienza di BioAs non è l’unica nel nostro Paese, si inserisce in un più ampio movimento internazionale della “tutela del creato” e dell’ecologia integrale. L’originalità del caso italiano è rappresentata da migliaia di esperienze nelle quali l’agricoltura ha incontrato il terzo settore. Attività anche molto diverse per natura e scopo ma che condividono un presupposto comune: la convinzione che il lavoro della terra e il contesto naturale facilitino il benessere della persona.

Alla luce dei cambiamenti in atto dei sistemi di welfare regionale e locale, la riforma del terzo settore, il PNRR, la nuova PAC ed il Piano strategico nazionale in agricoltura, il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica, la valorizzazione dei biodistretti e dei distretti del cibo, si impone una revisione della Legge Quadro 141/2015 sull’agricoltura sociale che dovrà tenere conto di tutte queste novità. Non si tratta, dunque, di fare un po’ di assistenzialismo con qualche ritocco contadino. Chi pratica l’agricoltura sociale si pone l’orizzonte di rinnovare il sistema dei servizi e di costruire nei territori spazi per un’economia solidale e trasformativa, in grado di generare valore sociale ma anche economico. È una scommessa impegnativa, ma realistica.

Salvatore Cacciola

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