C’è qualcosa di epico e quasi biblico nel dominio esercitato dai colossi tecnologici, figure titaniche che solcano il panorama globale con la maestosità ineluttabile dei giganti delle antiche epopee. Eppure, come ci insegna la recente vicenda di Deepseek, un’app cinese che possiamo definire il Davide di questa storia, anche i moderni Golia – Gemini, Copilot, ChatGPT – rivelano, a sorpresa, il proprio tallone d’Achille: il fatturato o, più precisamente, il portfolio clienti.
Questi giganti hanno inaugurato un’era di intelligenza artificiale alla portata di tutti, diffondendosi rapidamente e creando valore lungo l’intera filiera tecnologica. Ma, come in ogni grande narrazione epica, il progresso porta inevitabilmente alla nascita del suo rivale. È qui che entra in scena Deepseek, un’app nata in Cina a costi, per il comparto, decisamente modesti che promette performance migliori a prezzi drasticamente ridotti. Tuttavia, non è esente da ombre: la censura imposta dal regime su temi politici sensibili solleva dubbi sulla sua neutralità; ciononostante la domanda che si è insinuata nel mercato, amplificata dalle recenti crisi dei titani dell’AI in Borsa, è semplice quanto dirompente: perché continuare a pagare costosi abbonamenti premium per un servizio che si può ottenere a pochi dollari? Si comprende come stia affondando a Wall Street tutto un modello di business che nemmeno giorni fa aveva avuto perfino la benedizione di Trump col suo progetto faraonico da 500 miliardi di dollari chiamato “stargate” in cui OpenAI, Oracle, Softbank inaugurano e mettono su strada , per dirla con una battuta, una super-auto che ai primi metri si vede sorpassata da un’utilitaria guidata da un nerd quarantenne.
Apriti server, insomma.
La dinamica, in realtà, non è nuova in economia in quanto storia e mercato insegnano che l’innovazione nasce dalla competizione ed è facile immaginare quindi una pronta risposta americana attraverso un prodotto ancora più performante e conveniente per i consumatori, proprio come accadde quando gli smartphone “intelligenti” soppiantarono i vecchi cellulari, ridefinendo la telefonia mobile. È il ciclo che l’economista Joseph Schumpeter chiamava “distruzione creatrice”: un processo in cui il vecchio viene costantemente superato dal nuovo, generando progresso e, potenzialmente, benessere.
Questo è il capitalismo nella sua essenza più pura: un sistema imperfetto, ma straordinariamente efficace nel favorire l’invenzione e la diffusione di nuove tecnologie. Mentre Stati Uniti e Cina si contendono il dominio sul futuro tecnologico del pianeta, l’Europa e l’Italia sembrano però incapaci di uscire dalle proprie impasse. Sul piano normativo, iniziative come il Digital Services Act e la normativa europea sull’intelligenza artificiale rappresentano un primo passo verso la creazione di standard comuni che garantiscano trasparenza, sicurezza e responsabilità. Tuttavia, mancano investimenti strategici adeguati e, soprattutto, una visione politica in grado di stimolare uno sviluppo etico e sostenibile dell’innovazione.
Eppure, al centro di tutto torna sempre lui: l’utente. È una lezione che ogni impero tecnologico, per quanto potente, rischia di dimenticare. Il vero potere non risiede solo nei numeri, negli algoritmi o nelle élite di sviluppatori, ma nel consenso tacito di chi utilizza quei prodotti. Ogni clic, abbonamento o dato condiviso è un atto che alimenta la macchina, ma rappresenta anche un potere che può essere ritirato.
La fulminea ascesa di Deepseek lo dimostra con forza: il mercato non è un monologo, ma un dialogo continuo. I consumatori non sono semplici ingranaggi di un meccanismo impersonale, bensì il cuore pulsante che decide il ritmo della crescita o del declino. Ed è proprio qui che risiede la lezione più profonda. L’utente, se vuole, con la sua “fionda” può abbattere i giganti.
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