L'indimenticato "the voice" dello sport in Italia
Bruno Pizzul e la sua vita da nonno di 11 nipoti: “I telecronisti? La tv parla più di sé che della partita”

Bruno Pizzul è ancora per molti la voce più indimenticabile ed emblematica ad aver raccontato le partite di calcio in televisione. La vera “the voice” dello sport italiano. Quando Alberto Rimedio, contagiato dal coronavirus, ha dovuto dare forfait per la telecronaca della finale degli Europei 2020 tra Inghilterra e Italia su Rai1 sui social si è innescata una campagna per far raccontare a Pizzul la partita. “Qualcuno deve aver postato per scherzo la proposta di mandare me a sostituire Alberto Rimedio costretto alla quarantena. In tanti si sono agganciati al messaggio. Incontravo gente che chiedeva cosa facessi a casa, altri che domandavano se fossi contagiato io, altri ancora che volevano biglietti per la finale”, ha detto in un’intervista a Il Corriere della Sera. Alla fine è intervenuto a Cormòns, il suo Paese in Friuli, tra amici, dicendo qualcosa e leggendo le formazioni.
83 anni, insegnante, laureato in Giurisprudenza, calciatore, telecronista dal 1970 al 2002, mai presa la patente. “Guida la Tigre, mia moglie Maria”. Pizzul si è raccontato in una lunga intervista al quotidiano di via Solferino, firma Giorgio Terruzzi. Prima del giornalismo il sogno di diventare calciatore: cresciuto alla scuola di don Rino Coccolin e ingaggiato dal Catania nel 1958. Un infortunio al ginocchio chiuse quella carriera. “La mia passione era inversamente proporzionale al talento”, ammette comunque.
Entrò alla Rai con un concorso nel 1969 di Radio Trieste. Con lui Bruno Vespa e Paolo Frajese. La prima telecronaca nel 1970: Juventus-Bologna. Milano “capitale dello sport Rai” e di incontri straordinari e colleghi come Beppe Viola e Gianni Brera. Chi voleva incontrarlo doveva cercare ai bar, sotto casa, gli stessi frequentati da calciatori e allenatori. Carte, vino e sigarette. Il campione che più lo ha entusiasmato? Gianni Rivera. E gli allenatori? Azelio Vicini, Enzo Bearzot e Dino Zoff. Il ricordo più angoscioso, la notte dell’Heysel, a Bruxelles, 29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool: 39 morti di cui 32 italiani nella calca tra tifosi e nel crollo di un muro dello stadio. “È una memoria che talvolta vorrei cancellare ma non si può scordare ciò che dovrebbe portarci verso comportamenti più sereni e meno delittuosi”.
Pizzul era “l’uomo più buono del mondo” secondo il collega e amico Beppe Viola. Ha avuto tre figli – Fabio, Silvia e Anna – e 11 nipoti. “Una vera squadra”. E sui telecronisti di oggi? “Mi pare ci sia una eccessiva presenza di parole. Venivamo accusati di parlare troppo quando la telecronaca era fatta da una sola persona, oggi sono coinvolti tre o quattro cronisti. Sono tutti bravi, persino troppo. E qualche volta ho la sensazione che sia la televisione a raccontare se stessa più della partita”. E invece lui “quando sento che qualcuno si interessa a me, alle mie esperienze, resto sempre un po’ perplesso. Il motivo è semplice: mi compiaccio di non essere mai riuscito a prendermi troppo sul serio”.
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