Se la sentenza arriva di notte, c’è già un procuratore con la penna in mano pronto a firmare l’ordine di carcerazione e i carabinieri ancora più pronti con le manette. È così che giovedì dopo la mezzanotte è stato arrestato Salvatore Buzzi. Era in attesa della sentenza della cassazione, così come Massimo Carminati, il coimputato dell’inchiesta che fu “Mafia capitale” ma senza la mafia, in realtà per reati contro la pubblica amministrazione nell’allegra gestione di appalti alla Regione Lazio di Nicola Zingaretti negli anni tra il 2011 e il 2014.

La seconda sezione presieduta da Luciano Imperiali aveva solo il compito di valutare l’entità delle pene, e la loro congruità, visto che tutto quanto questo processo è stato fortemente influenzato dalla bufala costruita da un gruppo di procuratori coraggiosi che vedevano mafia dove c’erano intrallazzi, e boss dove c’erano affaristi. Per fare un esempio, se la pena base per l’associazione a delinquere semplice è di tre anni, perché quella contestata a Buzzi ne vale sette e mezzo? Facile poi, con questo punto di partenza, aggiungendo corruzione e turbativa d’asta, arrivare a quei dodici anni e dieci mesi della condanna. Quelli che, pur sottraendo i cinque e mezzo passati in carcere con l’aggiunta degli sconti per buona condotta, non consentono l’applicazione della misura alternativa al carcere, cioè l’affidamento ai servizi sociali.

Sorte che forse avrà Massimo Carminati, condannato a dieci anni di reclusione, secondo quanto affermano i suoi legali, e che comunque non è stato arrestato in tutta fretta, come invece è capitato a Buzzi. L’ex signore degli appalti era in una comunità che lo ospitava a Lamezia. Alla luce del sole, non si stava certo nascondendo né stava scappando. Noi stessi lo avevamo sentito nei giorni scorsi, mentre stava chiudendo in via preventiva il pub che aveva aperto a Roma nella zona di Tor Vergata, che aveva avuto un buon avviamento da quando due anni fa Buzzi era uscito dal carcere per scadenza termini, dopo 1.784 giorni in regime di Alta Sicurezza. Trattato da mafioso, mentre mafioso non era. Avrebbe meritato un risarcimento per quello svarione, non il carcere di Catanzaro.

Nella seduta di ieri, nella requisitoria il pg della cassazione aveva chiesto la riconferma delle condanne dei due principali imputati, non solo ritenendole congrue rispetto alle imputazioni, ma anche sottolineando di condividere l’impostazione del verdetto data dai giudici del processo d’appello-bis. Cioè quello che aveva avuto il compito, dalla prima sentenza di cassazione, di ricalcolare le pene rispetto alla decisione dei precedenti colleghi che, al contrario dei giudici che avevano emesso la sentenza di primo grado, avevano creduto all’impostazione data all’inchiesta dalla procura di Giuseppe Pignatone, di Prestipino, di Ielo, di Tescaroli e di Cascini. Cioè di coloro che avevano creato il mito negativo di una città di Roma avvolta nei tentacoli della mafia. Così si era creato il paradosso. Perché la corte d’appello-bis che cancellava l’aggravante mafiosa emetteva però condanne più pesanti di quella che processava per mafia. Tale e tanto era stato il condizionamento mediatico di tutta l’inchiesta.

Così ieri il pg, pur ricordando la derubricazione del reato associativo da mafioso a semplice, ha sottolineato la “gravità” del comportamento di Carminati e Buzzi, riconosciuti come capi, al vertice delle associazioni che rappresentavano. E ha descritto il ruolo del fondatore della Cooperativa “29 giugno” per il recupero dei detenuti come “apicale”. E la sua condotta, come molto attiva “nel pesante e grave inquinamento della cosa pubblica, il disinteresse per i controlli pubblici, il ribaltamento della logica del mondo delle cooperative”. Buzzi non ha mai contestato di aver svolto quel tipo di attività illegale, ma ha sempre chiesto che fosse data la giusta dimensione ai fatti per come si erano svolti e a tutti i protagonisti. C’è tutta la vicenda della “gara del Cup”, il Centro unico per le prenotazioni delle visite mediche negli ospedali del Lazio, che andrebbe raccontata. Perché è una grave storia di ingiustizie e camarille tra politici e una parte della magistratura.

Si dovrebbe raccontare perché il Presidente Nicola Zingaretti nel 2014, dopo dieci anni in cui quel centro, pur in costanza di diverse amministrazioni regionali presiedute da Storace, Marrazzo e Polverini, era stato gestito in regime di quasi monopolio da una sola cooperativa del sistema della Lega emiliana, abbia sentito la necessità di indire una gara. Non per trasparenza, secondo la versione di Buzzi, ma per soddisfare gli appetiti delle diverse correnti e sotto-correnti del Pd laziale. Lui lo sa, perché di quel mondo ha fatto parte e a quella gara ha partecipato. E ha anche quantificato la cifra che avrebbe dovuto sborsare, se alla fine non fosse tutto saltato per aria, con la gara annullata e gli arresti.

Tutta questa storia, quando sarà raccontata, magari nel prossimo libro di Salvatore Buzzi, si intreccia anche a un certo punto con un incontro notturno e clandestino tra Zingaretti e il presidente dell’Anm Luca Palamara, di cui lo stesso magistrato ha parlato di recente in un’intervista alla Verità. Eloquenti le sue parole: “L’inchiesta Mafia Capitale, che coinvolgeva anche alcuni dem, aveva creato fibrillazione nei rapporti tra una parte del Pd, quella che comandava, e i vertici della Procura di Roma. E io ho avuto modo di discutere di questi aspetti sia con il presidente Zingaretti sia con Pignatone anche nei giorni precedenti alla partecipazione di quest’ultimo a una conferenza del Pd”. Ma gli uomini del Pd non erano quelli che si difendevano NEL processo? O invece DAL processo, con l’aiuto del sindacato magistrati?

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Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.