Un trappolone ormai disvelato
Caso Almasri, Lo Voi non era obbligato a procedere, l’esposto di Li Gotti è carta straccia: ritagli di giornale contro il governo
I procuratori non sono i passacarte di chiunque faccia una denuncia: devono verificare sufficienti indizi
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Un trappolone ormai disvelato. Giorgia Meloni è sempre più vittima di un girotondo assurdo che vede insieme i Servizi e la magistratura militante. E soprattutto un avvocato denunciante abituato ad avere a che fare – più che con i mafiosi – con i “pentiti”, in quel sottobosco di ricatti e calunnie che costituiscono il mondo dei “professionisti dell’antimafia” così ben descritti da Leonardo Sciascia. Che cosa c’entra in tutto ciò il procuratore Francesco Lo Voi? Poco o niente. Ed è inutile che insista a mescolare le carte, e con lui tutti i cicisbei – con toga o tessera di partito – che gli fanno il girotondo. Lui non era affatto obbligato a considerare i quattro ritagli di giornale, che l’avvocato Luigi Li Gotti aveva confezionato per presentare l’esposto, come indizi sufficienti a iscrivere le persone denunciate nel registro degli indagati. Aveva sì il dovere, sulla base dell’articolo 6 comma 1 della legge costituzionale numero 96, di trasmettere l’atto al Tribunale dei ministri. Ma solo dopo averne verificato sufficienti indizi perché si potesse procedere, alla luce dell’articolo 335 comma 1 bis del Codice di procedura penale.
Diversamente, supponendo che anche negli uffici dei procuratori esistano i cestini della carta straccia, quello avrebbe potuto o dovuto essere il luogo dove deporre l’esposto dell’avvocato Li Gotti. Che è poi il luogo dove immaginiamo sia finita la denuncia avanzata nei mesi scorsi dal deputato Roberto Giachetti, sulle presunte responsabilità del ministro Carlo Nordio sul problema del sovraffollamento delle carceri e dell’alto numero dei suicidi di detenuti, oltre che di agenti di polizia penitenziaria. Del resto, se fosse vero che ogni qual volta un cittadino inoltra una denuncia contro un uomo di governo allora il procuratore è “obbligato” a procedere, si correrebbero almeno due pericolosi rischi. Il primo sarebbe quello di affidare nelle mani di chiunque una colossale arma politica nei confronti del governo. La seconda conseguenza è persino offensiva rispetto al ruolo che rivestono i procuratori della Repubblica, perché sarebbero declassati a passacarte o ventriloqui di chiunque presentasse una denuncia. Nessun atto “dovuto”, dunque, e neppure “obbligatorio”, come ha detto il procuratore Lo Voi, ben protetto da analoga dichiarazione del sindacato delle toghe. Che si è affrettato a intervenire come un Landini qualunque, sentendo evidentemente la necessità di essere sempre presente nel dibattito politico.
C’è un altro aspetto della legge costituzionale che è stato fino a ora trascurato, ed è il comma 2 della norma che impone al procuratore di allegare alla trasmissione dell’atto al Tribunale dei ministri le sue richieste. Che in questo caso non sono state di archiviazione. Avrebbe potuto farlo (e forse dovuto) il procuratore Lo Voi, dal momento che l’espulsione del Generale libico è stata con tutta evidenza un atto politico, dovuto a una “ragion di Stato” che i rappresentanti del governo avrebbero fatto bene a rivendicare fin dal principio (senza neppure il bisogno di andarne a spiegare le ragioni in Parlamento). Non l’ha fatto e, in un certo senso, ha fatto propri i sospetti che – con l’espulsione del Generale – gli esponenti del governo abbiano commesso il reato di favoreggiamento di una persona nei cui confronti era stato spiccato un mandato di arresto. E anche (e qui siamo al paradosso) del reato di peculato per l’uso dell’aereo di Stato, come se fosse ipotizzabile che un personaggio di quel tipo potesse essere inviato a Tripoli con un aereo di linea.
Evidentemente, come ha detto ieri uno schieratissimo con l’assurdo, Edmondo Bruti Liberati, il nome dell’avvocato Li Gotti, il denunciante, agli occhi del procuratore di Roma aveva una certa credibilità. Il passato dell’avvocato? Non occorre (ma sarebbe utile) leggere sul Foglio il ricordo di uno che ne ha subìto le fantasie, le assurdità, le calunnie e le maldicenze, come Adriano Sofri. Basta ricordare che il legale dei “pentiti” ha navigato per forza di cose in quel sottobosco fatto di ricatti, che è il mondo di coloro che ne organizzano le deposizioni e le difese. Non sono casuali le scelte degli avvocati, che prescindono dalle preferenze del singolo boss. Si tratta di un mondo torbido. Li Gotti in diverse interviste ha dichiarato di aver agito, con il suo esposto, per una questione di “dignità”.
Visto il contesto di questa vicenda, tutta nelle mani dei Servizi, possiamo dire che un personaggio come l’avvocato Li Gotti ci sta perfettamente bene. Un po’ meno, forse, un magistrato come il procuratore Lo Voi.
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