Cera una volta in America. Una volta. Perché non c’è più. In ventiquattr’ore, forse quarantotto, gli Stati Uniti che conoscevamo e di cui discutevamo come se fosse un grande puzzle per misurare conoscenza e intelligenza americana, sono finiti. Finiti perché Trump come Saulo sulla via di Damasco ha sbattuto l’orecchio contro una pallottola ed è diventato Santo spingendosi a telefonate amorose con il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky che aveva odiato fino a due giorni prima. E poi perché è venuta alla ribalta dal quasi-nulla Kamala Harris, la vicepresidente che aspira a succedere a Biden su cui nessuno avrebbe scommesso e che (con buone e inattese ragioni) si è montata la testa.

Obama vuole convention, nessuna incoronazione

In meno di un giorno masse di americani marginali per nicchie razziali e identità sessuali hanno deciso di puntare sulla nuova dea bruna che raccoglie i meticci benché Kamala Harris non discenda dagli schiavi ma sia figlia di un funzionario indiano dell’impero britannico. Kamala è stata molto più filopalestinese di Biden e questa posizione oggi rende fra i giovami e in particolare gli universitari. Vuole distaccare nettamente la propria identità da quella di Joe Biden per apparire in modo diverso ad una fetta sostanziosa di elettori repubblicani che avrebbero votato Trump per rigetto della senilità di Joe Biden. Ma la sua nomination è tuttora incerta e ne è la prova che Barack Obama finora non le abbia concesso il suo endorsement. Obama non vuole una coronation, ma una convention: non l’incoronazione di un candidato già deciso, ma un congresso fluido in cui possono emergere le nuove personalità delle nuove idee. Tra i nuovi possibili se era parlato molto del senatore Joe Manchin, senatore della West Virginia, uscito dal partito democratico per andare a formare il partito degli indipendenti coalizzati a destra come a sinistra per sbarrare la strada a Donald Trump.

Ma Manchin ha rifiutato: “Non corro per la Presidenza, non sono candidato e non ne ho bisogno nella vita”. Lo ha comunicato la CBS per mettere fine alla voce secondo cui si stava preparando a massacrare la Harris. Manchin respinge l’amaro calice e si ritira. Quello che abbiamo oggi di fronte è un quadro in cui neanche gli americani si raccapezzano. Si capisce che tutto è cambiato e che nulla tornerà più come prima: l’aria è quella di una lunga pagina di storia che sta per concludersi, anche se quella successiva è indecifrabile. Trump ha fatto un balzo potentissimo nella direzione opposta a quella che finora lo aveva caratterizzato: non è più l’amico di Putin, ma lo tiene a bada contentandosi di essere colui che, diversamente da Clinton, Obama e Biden, ha impedito alla Russia di allargare il territorio che controlla.

La giravolta di Trump che chiama al ‘figlio’ Zelensky

Ed ecco che arriva la straordinaria telefonata di Volodymyr Zelensky che gli parla come a un padre e a cui lui risponde come un padre, si capiscono, sentono un afflato di speranza e di fiducia che era impensabile fino a poche settimane fa e decidono di incontrarsi di persona presto per risolvere la guerra in Ucraina in un modo che Zelensky possa sentire come suo e non come un’imposizione americana e nemmeno russa. Si tratta di un passo gigantesco ed è del tutto indifferente dubitare o essere sicuri del cambio di umore di Trump.

Se si tratta di una messa in scena accurata o di un ribaltamento emotivo e politico, tant’è. Donald Trump che si alza col volto rigato dal sangue di una pallottola, la sua ossessione di parlare della morte cui è sfuggito come si parla di una visione mistica; il suo annuncio inaspettato di considerarsi il presidente della pace che non muoverà mai per primo la guerra e che favorirà tutte le soluzioni in cui non debbano essere spese vite umane. Ha pianto a favore di telecamera, ma anche a favore di chi scruta le coscienze e siamo troppo abituati forse a considerare questi grandi personaggi come dei robot o delle AI privi di materiale emotivo ed è irrilevante se si tratti di un sincero cambio di posizione o di una astuta prese in giro.

I nuovi equilibri e il ruolo di Musk e Soros

Il punto è che Trump ha cominciato a distanziarsi nettamente da Putin, vuole bloccare l’emorragia di soldi americani buttati in Ucraina se non servono ad altro che proseguire una guerra senza soluzioni, ed è interessato ad una visione del mondo che è quella di un’America che confina da una parte con un oceano e dall’altra con un altro oceano, con il Canada sopra e il Messico sotto, armata ma pacifica e che pone un’unica condizione pe vivere pacificamente con tutti e cioè che tutte le vie di commercio dal mare cinese del Sud al Mar Rosso – oggi controllato dagli Houthi – siano libere come deve essere libero lo spazio per i viaggi interstellari del suo amico Elon Musk. 

Del resto, se Elon Musk si schiera con Trump e parte per Marte, dall’altra parte riemerge il novantatreenne George Soros, l’uomo che ha disfatto nazioni causando cataclismi, oggi annuncia di trasferirsi nel campo di cui Kamala Harris si trova dopo avere vinto alla lotteria del fund rising più di duecento milioni da gettare nel rush elettorale.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.