A nessuno viene il dubbio che il mondo possa aver torto
Chi era Vitaliano Brancati, lo scrittore spazientito dal narcisismo imperante e desideroso di realtà

Oggi non si leggono più gli scrittori italiani della seconda metà del Novecento, ed è un peccato, perché oltre ad essere stati grandi scrittori, nella loro opera potremmo trovare anticorpi preziosi per una critica del conformismo, dei miti, dei linguaggi del nostro presente (una volta, quando eravamo tutti marxisti, si sarebbe detto per una “critica dell’ideologia”). Prendiamo Vitaliano Brancati e in particolare un libro strepitoso come Diario romano (1961, postumo, raccolta di scritti dal 1947 al 1954). Ne ho trovato una edizione nei Tascabili Bompiani, 1984, prefata da Leonardo Sciascia, il quale nota una certa carenza di diari e memorie nella nostra letteratura, benché dal fine della guerra si noti una tendenza contraria, e indica i diari di Alvaro, Longanesi, Pavese, Delfini, Flaiano, Montale...
Da questo libro, ripieno di meditazioni letterarie, politiche, antropologiche, etc. traggo arbitrariamente solo alcune suggestioni.
Ecco un ritratto che ci dice molto sulla società circostante: «La signora Montessori parla pacatamente, non cerca mai di essere brillante, è il contrario di una donna intellettuale d’oggi, inacidita dalla polemica contro la verità, raggrinzita dallo sforzo penoso del cavillo e del sofisma, col palato impastato dai residui velenosi che vi lasciano tutte le parole improprie, le frasi alla moda…». Nel riferimento alla “donna intellettuale d’oggi” potremmo ravvisare una mentalità “sessista” di Brancati (perché solo la “donna intellettuale”?), un riflesso conservatore più o meno inconscio dello scrittore, magari spaventato dalla crescente emancipazione femminile. Però quella “signora Montessori” ci appare ancora oggi eversiva! Nel Diario romano si parla spesso dell’amore, del sesso, del gallismo (che dal Sud si avviava a “infettare” il Nord del mondo). A proposito della fuga a quei tempi “scandalosa” di Ingrid Bergman dal suo marito svedese per correre tra le braccia di Rossellini scrive: «La più bella e più famosa donna de mondo preferisce un italiano geniale e con la pancetta, luccicante di calvizie tra i capelli oleati, con un sorriso furbo sulla faccia pronta a bagnarsi lacrime, un uomo disposto a cantare, piangere, mettersi i ginocchio per lei…» a un nordico alto, giovane asciutto, disposto a tutto “pur di non turbare la «noia e l’indipendenza della sua compagna».
Sui dittatori e i leader storici si mostra particolarmente appuntito, chiedendosi come mai Stalin alla vigilia della guerra in Corea scrisse un lungo e pedestre saggio sulla lingua o Federico il Grande suonava il flauto un giorno prima della battaglia. Si tratta di un “gusto misterioso” per il futile e il frivolo nell’imminenza di eventi gravi. E aggiunge: «Perché Federico “il Grande”? Questo aggettivo “grande”, male speso, fa commettere un numero straordinario di sciocchezze ai dittatori». La “famiglia” intellettuale da cui proviene Brancati è dichiarata esplicitamente: Erasmo – assai più che l’intollerante Lutero (che invece piaceva a Gramsci) -, il Saggio sulla tolleranza di Voltaire, con il suo appello ad aiutarsi vicendevolmente e «a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera». Ma in lui suona anche una nota protestante e gobettiana. Commentando la diffusione da noi di un teatro oziosamente autoappagato («spazzatura intimistica, cecoviana problemistica, di untuosità romantiche…») , inutilmente colto, scollato dalla realtà, sottolinea come la società italiana «odia l’esame di coscienza perfino nella forma piacevole di uno spettacolo teatrale. Non vuole saperne di guardare in se stessa, e affida ai retori il compito di stordirla e ai vanitosi di regalarle un teatro che non le dica nulla». In particolare se la prende con “il teatro di pensiero”, che dice in una forma confusa pensieri lapalissiani: la stupidità è per lui la vera protagonista di questi “lavori profondi”.
Lo scrittore è spazientito dal narcisismo imperante, riflesso paradossale di un io minimo: «Un’assoluta mancanza di personalità spinge molti uomini e donne a parlare continuamente di se stessi come per tenere in vita, a furia di chiacchiere, un personaggio inconsistente». Su questo tema torna spesso. Quando nota che i siciliani sono inclini ad ammalarsi di se stessi, conclude che il segreto della felicità è racchiuso in queste parole, semplici ma “inattuabili”: “amarsi meno”. Da buon siciliano – di sensibilità insieme barocca e illuministica – Brancati è ossessionato dalla morte, e parla del suo inesorabile “venire alla luce” con accenti vividi: «il traguardo è lì. Fra alcuni anni, o giorni, il mondo vorrà arricchirsi di quest’altra novità: che noi non siamo più a mondo». Il nostro (residuo) anticonformismo dovrebbe nutrirsi della linfa vitale di questo diario: «Tutti vogliono sapere “dove va il mondo” per andare diligentemente dietro a lui. A nessuno viene il sospetto che il mondo possa avere torto». E prosegue «nondimeno il progresso nasce sempre da una stonatura, da una “stecca”, a una voce discorde che improvvisamente esce fuori dalla partitura». Inoltre mette in guardia da chi considera ridicoli gli uomini che pensano o che discutono, colpevoli di non fare niente di utile: «Le democrazie nascondono una profonda preferenza per i pensieri piuttosto che per i provvedimenti».
Devo però anche dare conto dello stile epigrammatico, divertito di Brancati, scrittore comico-satirico che, come il suo “erede” Sciascia, amava Stendhal: a Napoli «il tempo è talmente soave che si prova sempre il rimorso di non averlo perduto abbastanza: per quanto io stia seduto in Galleria a non far nulla, ho il sospetto che avrei potuto fare ancora di meno». Forse la pagina più luminosa dell’intero diario è questa: «Sono a Zafferana Etnèa e desidero ferventemente di essere a Zafferana Etnèa. Ma se mi trovo già in questo piccolo paese? Ebbene desidero lo stesso di trovarmi in questo piccolo paese». In Brancati c’è un desiderio così forte verso la realtà da mettere in fuga tutti i sogni e le utopie. La felicità è l’adesione piena, gioiosa all’attimo, al momento presente, tanto che si desidera proprio questo momento.
LA BIOGRAFIA
Vitaliano Brancati. Nato a Pachino, in provincia di Siracusa, il 24 luglio 1907, nella città etnea frequentò la facoltà di Lettere presso la locale università, laureandosi nel 1929 con una tesi su Federico De Roberto. Successivamente si trasferì a Roma dove, oltre a insegnare, inizia l’attività di giornalista, dapprima per il quotidiano “Il Tevere” e, in seguito, dal 1933 in poi, per il settimanale letterario “Quadrivio”. La sua attività letteraria inizia con opere “di regime” e pertanto animate da intenti propagandistici di stampo fascista come il dramma in versi “Fedor” del 1928, i drammi “Everest” del 1931 e “Piave” del 1932 e il romanzo “L’amico del vincitore”. Nel 1934 pubblica il romanzo “Singolare”, avventura di viaggio dove appaiono per la prima volta i temi legati ai problemi dell’esistenza e all’erotismo. In seguito al contatto con Alvaro, Moravia e altri scrittori di quel periodo, proprio nel 1934, Brancati, matura la sua crisi politica, si distacca dalle posizioni fasciste e disconosce i suoi scritti giovanili per lo più improntati all’ideologia dell’azione. Lo scrittore si impone però all’attenzione della critica e del pubblico nel 1941 con “Don Giovanni in Sicilia” e il “Bell’Antonio” (1949). Separatosi dalla moglie nel 1953, Vitaliano Brancati morì il 25 settembre 1954 in seguito a un’operazione chirurgica.
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