Non sono arrivate grandi novità dalla Cop26 di Glasgow sul clima, né molti avevano fatto affidamento su un happening che si ripete come rito, più scaramanzia che provvedimenti reali per far fronte ai cambiamenti climatici. Gli attivisti ambientali mostrano la loro delusione, i leader mondiali cadono uno dopo l’altro ingoiati dall’esercito del bla bla bla coniato da Greta Thunberg.

Tra le righe emerge la sostanza sull’idea dei potenti del mondo per porre fine agli stravolgimenti ambientali: chi finora ha fatto man bassa delle risorse del pianeta, i Paesi ricchi, vorrebbero continuarne l’andazzo, e vorrebbero però impedire la partecipazione al banchetto dei Paesi che si affacciano alla ricchezza, più o meno di massa, Russia, Cina e India su tutti. E i nuovi giunti, per quanto non invitati, non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi. Continuano a riportare la peggio, e le conseguenze, per l’uso smodato dell’ambiente, i Paesi poveri, i luoghi che proseguiranno ad esserlo. Intanto, in Occidente, volano nella notte sacchi e sacchi che intrecciano traiettorie negli angoli bui, negli spazi ancora liberi da telecamere. C’è una umanità che si destreggia nell’epica della monnezza, di più al Sud, dove è meno organizzata la raccolta dei rifiuti. Trovi buste sotto i cavalcavia, in file ordinate nei marciapiedi periferici: buste, pacchi, lavatrici, divani, televisori. Dentro fabbriche dismesse, case abbandonate. L’uomo moderno cerca luoghi per i suoi lasciti. Che se l’impegno a non produrre rifiuti fosse pari all’impresa di liberarsene, i cumuli sarebbero pochi. Piano piano il paesaggio immondezzato sarà familiare, l’aumento del calore farà parte del fuori. Cartolina senza sturbi. Quelli che la natura l’hanno vista, amata, se ne andranno con gli anni; resterà un’umanità cresciuta insieme all’immondizia, al clima nuovo, senza traumi.

Un’umanità per cui i canoni di una bellezza naturale non avranno valore. È la comodità, bellezza, più la provi e più ti piace. Più ne godi e meno troverai ragioni per farne a meno. Farne a meno perché? Perché tutto è meno bello, meno salutare? Chi vive di comodità, d’interni, di uffici, fabbriche, le entrate monetarie le ha spartite in origine fra variegati finanziamenti, il bello non lo cercherà fuori. È la modernità, bellezza. E i discorsi: che il progresso si può coniugare al bello, all’ambiente, alla salute; varranno fin quando sopravvivranno quelli che nella natura ci sono nati, il bello naturale lo hanno visto. Dopo ci sarà l’uomo che è nato nella comodità. Quello sarà un metro unico di giudizio. E non è un futuro apocalittico. L’apocalisse è lo sconvolgimento di chi arrivi da altro. Chi nell’apocalisse trova il proprio conforto, sta in paradiso. Cambieranno scenari, paesaggi, gusti, temperature. E non morirà il mondo, cambierà l’uomo, come è già stato. Sarà un’umanità comoda, senza natura, e senza il rimpianto di una bellezza che non avrà mai visto. Non ci sarà una problematica ambientale, perciò cesseranno le epiche degli sporcaccioni: niente giri notturni e niente lanci strabilianti, che forse nemmeno i sacchi neri ci saranno più. Così, Greta e chi meritoriamente protesta rischiano di incarnare l’ultima ipocrisia dei Paesi ricchi, al pari di Barack Obama che si definisce figlio delle isole, per le sue ascendenze hawaiane; ma non ci sta sopra gli atolli che gli innalzamenti oceanici si stanno già mangiando. I Grandi non decideranno mai di contenersi, come una holding del tabacco che rinunciasse a produrre sigarette. E la rivoluzione vera può arrivare solo a valle, dal basso, fra chi consuma che controcorrente decida di cambiare stile di vita, rinunciare ai consumi, ridurre le comodità. Perché l’ipocrisia dei grandi fa il paio con quella dei loro cittadini, e il bla bla bla non guarda in faccia a nessuno, grandi e piccini.

Avatar photo

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.