Vedo. È questa la parola che fa scoprire chi bluffa a poker. Ebbene in quanti potrebbero mettere Trump alle strette e fargli scoprire le carte? Al momento del suo ingresso alla Casa Bianca, The Donald aveva promesso la pace in Ucraina entro un mese. Ne sono passati due. Adesso ipotizza un risultato a Pasqua. Ovvero a tre mesi dall’insediamento. Peraltro si tratterebbe di una tregua, invece che una cessazione prolungata delle ostilità. Un’interruzione degli scontri di appena trenta giorni, che interesserebbe soltanto le infrastrutture energetiche e le rotte navali. Un po’ poco per il Nobel per la pace, che Trump vorrebbe gli venisse attribuito. Inoltre, ai più attenti non può sfuggire che si tratta delle stesse condizioni di tregua già rispedite al mittente dalla Russia meno di dieci giorni fa.
È in questa cornice che non si capisce cosa la due giorni di colloqui a Riad abbia portato all’atto pratico. «Non tutte le negoziazioni finiscono necessariamente con documenti e accordi su larga scala». Ha detto Grigory Karasin, presidente della Commissione Esteri del Senato russo e presente nella capitale saudita. Posizione confermata dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, che nella serata di ieri ha appunto escluso la firma di qualsiasi documento ufficiale alla fine del summit. «Usa e Russia riescono a comprendersi». Ha aggiunto. Nessuno osa metterlo in dubbio. Questo però succedeva già ai tempi di Nixon e Breznev. Senza che nessuno parlasse di amore tra i blocchi. Insomma, sono parole, quelle di Kasarin, che stridono con la certezza sfoggiata da Trump nelle ore pre-vertice: «Sono l’unico a poter fermare Putin», aveva detto. Ma il Cremlino, ieri, faceva sapere, tramite la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova – la migliore amica dell’Italia – che «il lavoro sta procedendo a porte chiuse. Non dovremmo tanto attendere delle svolte, quanto capire le diverse direzioni che prenderà». Battuta degna del Tognazzi/Mascetti, che suggerisce quanto Mosca non abbia la minima intenzione di lasciarsi fermare da Trump.

Cosa (non) si è deciso a Riad?

La pretesa degli Usa di risolvere facilmente la questione viene smontata anche dal discorso terre rare. Per Washington sono il conto che Kyiv deve pagare per una tregua decorosa. Il problema è che l’Ucraina di terre rare non ne ha tantissime. Il sottosuolo è ricco effettivamente di scandio, utile come lega con l’alluminio per l’aerospazio e l’automotive. Ma la ricchezza del Paese sta nel gas, nei minerali di ferro e nelle risorse agricole. Insomma, in quelle commodity che gli Usa potrebbero trovare benissimo altrove. Se non le vessassero da dazi. Detto ciò, va ricordato che i giacimenti sono in quelle regioni dell’Ucraina al momento controllo russo. Hai voglia a convincere Mosca a dartele! Quindi di nuovo: cosa si è deciso a Riad? La risposta fluttua nel vento. Né Mosca né Kyiv sono andati dietro all’ottimismo di Washington. La prima si sta riposizionando sul campo. Fino a quando non avrà raggiunto quello che, a suo giudizio, è un vantaggio territoriale, preferirà tenere coperte le sue carte. Zelensky, dopo l’agguato nello Studio Ovale il mese scorso, non può più permettersi mosse incaute. Ieri, il presidente ucraino si è limitato a esprimere il disagio per il filo diretto Trump-Putin, che si è aperto in queste ultime settimane e che l’ha estromesso da decisioni storiche per il suo Paese.

Il bluff di Trump

In ogni caso, si continua ad assecondare il Presidente Usa. Finché nessuno gli dirà “vedo”, lui potrà continuare a promettere, rimandare la data della tregua – magari attribuendo le responsabilità ad altri attori – minacciare ritorsioni economiche contro chiunque si permetta di dubitare dell’efficacia del suo schema di gioco, o peggio ancora bloccare il sostegno di intelligence alle truppe ucraine, salvo poi riattivarlo dopo sette giorni. Dimostrando così la sua inaffidabilità.
D’altra parte, è lecito chiedersi chi potrebbe fermarlo. La Cina ha detto ufficialmente che non ha interesse a inviare truppe di peacekeeping. La malizia fa pensare che, se il conflitto dovesse risolversi con un’annessione della Crimea in favore di Mosca, la strada Pechino-Taiwan potrebbe riaprirsi. Non resta che l’Europa. Fuori dai giochi. Ieri a Riad non c’era nessuno dell’Ue. E comunque destinataria delle critiche più incoerenti della Casa Bianca. Gli Usa ci minacciano di ritirarsi dalla Nato se noi non provvediamo a difenderci, poi quando Bruxelles batte un colpo – con la difesa comune e il sostegno a Kyiv – ci vien detto che siamo noi d’intralcio alla pace. Vista la cronaca dal fronte di ieri, a esserlo appare di più la Russia. Mentre la diplomazia di Mosca trattava a Riad, infatti, una pioggia di missili colpiva un ospedale a Sumy, nel Kursk. Oltre 70 feriti, compresi 13 bambini, è il bilancio di un raid che solo Trump dice di poter fermare.