Vicino a casa mia, su un muro, qualcuno quest’estate ha scritto: notte prima degli esami. La scritta è comparsa dalla sera alla mattina, com’è tipico, naturalmente proprio nella notte che precedeva l’inizio degli Esami di Stato. Un’altra mano anonima, altrettanto vandalica, accanto a quella scritta ha aggiunto una replica, o quantomeno l’ha abbozzata: gli esami non, e immagino avesse intenzione di scrivere non finiscono mai, prima di fermarsi per qualche ragione oscura, ottenendo accidentalmente il risultato di una meta-affermazione, una frase non finita su cose che non finiscono.

Imbrattare muri di palazzi non è un’iniziativa lodevole, tutt’altro. Ma non posso farci niente: ho un debole per le bizzarrie nelle scritte sui muri. Così, qualche settimana fa, quando ho presentato il nuovo romanzo di Gaja Cenciarelli in una bella libreria di Roma, La nuova Europa, prima di mettermi in marcia verso l’Eur sono passata davanti a quel muro e ho fotografato le due scritte: volevo mandare la foto a Gaja, come un regalo. Era il mio modo per dirle che il suo libro, mentre lo leggevo, mentre mi preparavo le domande, cercando di concentrarmi e di essere professionale, e invece mi sorprendevo a ridere e a piangere, mi aveva parlato; aveva parlato a una parte profonda di me, che spesso zittisco. Il suo libro, dopo tanto tempo, mi aveva fatto venire voglia di non zittirla.

Non amo ripensare alla mia adolescenza, dunque non ci penso quasi mai. Non che sia stata particolarmente infelice: è solo che la sento lontana, stento a riconoscermi nella ragazzina piena di spigoli, ispida e spinosa che ero. Non ho mai amato particolarmente la scuola, anche se non ne ho un cattivo ricordo; comunque, la parte di me che in genere zittisco non mi parla della ragazzina che sono stata, ma della donna che sono. Il fatto è che mi sento in colpa perché non insegno. Ho avuto la fortuna di studiare alla Scuola Normale, a Pisa: un’istituzione ideata originariamente da Napoleone per offrire a studenti meritevoli – poi, per fortuna, anche alle studentesse – un’istruzione superiore del massimo livello, indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali di nascita.

Un’idea di scuola nobile, e davvero egualitaria. Nonostante quello che sento come un debito verso l’educazione che ho ricevuto, almeno per ora quella preparazione non la restituisco con l’insegnamento; le cose sono andate in una direzione imprevista, per varie ragioni a cui non è estraneo il fatto che la scuola pubblica, proprio negli anni in cui studiavo, negli anni della crisi del 2008, veniva sbrindellata da riforme e tagli; e non è estraneo nemmeno il clima di competizione estrema che si respirava alla Normale, mentre quella promessa egualitaria voluta da Napoleone perdeva il suo senso, in una società in cui l’impegno, lo studio, la preparazione, inclinavano sempre più a essere tradotti nel precariato, nell’instabilità esistenziale e pure geografica. A un certo punto sono approdata in Francia, e pensavo che la mia carriera accademica sarebbe proseguita lì; mi tradì un gigantesco atto mancato, oggi posso dire che la mia strada è un’altra.

Ma quel senso di colpa non mi abbandona, per quanto lo zittisca. Il libro di Gaja Cenciarelli l’ha risvegliato, mi ha costretto a guardarlo in faccia in modo nuovo, andando oltre la mia piccola esperienza personale; a riflettere finalmente a viso aperto su cosa sia e cosa debba essere la scuola pubblica. L’ha fatto con calore, dolcezza e humour: probabilmente il modo migliore per parlare di cose molto serie. Del precariato che ha eroso la struttura della scuola pubblica italiana, che vede professoresse e professori cambiare istituto da un anno all’altro, che toglie continuità a loro e agli allievi, alle classi rimpallate di mano in mano, parla anche il romanzo di Cenciarelli: la protagonista è una professoressa che a inizio anno cambia scuola per l’ennesima volta; si ritrova intimorita, intimidita, sulla soglia di un edificio nuovo, in una landa desolata che si rispecchia nella solitudine maestosa, inutile, ridicola, di una giraffa del piccolo circo accampato sull’erba secca.

Non è difficile immedesimarsi nella solitudine e nell’imbarazzo della professoressa che arriva ed è nuova a quella scuola, a quei ragazzi, alle loro regole non scritte, alla loro vita di ogni giorno, che ogni giorno, per ore e ore, è la scuola. E la scuola, difatti, lo sa bene: Cenciarelli si è inventata una sua voce, buffa e saggia, la voce delle pareti che vedono e sanno lo svolgersi delle tante vite ospiti della scuola per cinque, sei, sette ore ogni giorno, che poi procedono altrove, in case sconosciute, in camerette e parchi, in notti lontane, indecifrabili. Perché è vero che a quindici, sedici, diciassette, diciotto anni, la scuola è un luogo preciso, un luogo esistenziale; e lo è anche per chi ci insegna, e proprio malgrado deve fronteggiare le mancanze e i tagli di risorse, e quello che non c’è.

Fa esattamente questo, la pressorè di Gaja Cenciarelli, e lo fa buttando tutto il suo cuore, i suoi dubbi, la sua passione in un lavoro che non è solo mestiere, ma è una forma di vita d’intensità quasi insostenibile, perché ti costringe a non scappare; lo fa mentre spiega Joyce e Woolf e tenta di salvare le sue ragazze e i suoi ragazzi da vite dure, che non si meritavano così difficili, ma che loro affrontano con una grazia mai retorica, la grazia selvaggia, riottosa, incosciente e indecifrabile della giovinezza; e intanto, sono loro a salvarla. Hanno, dalla loro, un cinismo molto romano, il cinismo di chi cresce nella città che ha visto succedere qualsiasi cosa, che Cenciarelli, da romana di grande cuore e di grande umorismo – e dunque, di grande talento – sa rendere universale. E intanto la voce saggia e comprensiva della scuola impedisce anche a te, mentre leggi, di scappare: di scappare dalla tua stessa adolescenza, dalla smania liberatoria di unirti al coro e gridare una vecchia canzone sugli esami, che forse davvero non finiscono mai.

“Domani interrogo” di Gaja Cenciarelli, ed. Marsilio, pp. 240