David Crosby era iconico già nell’aspetto: capelli lunghi, baffi, basette larghe e lunghe e folte. Non suona esagerato questo aggettivo di questi tempi inflazionato per il musicista, autore, chitarrista, cantante che segnò la musica pop rock alla fine degli anni Sessanta. Fondò Byrds e Supergruppi, collaborò con tanti altri artisti in una carriera lunga almeno sei decenni. A dare la notizia della sua morte a 81 anni a Seattle, circondato dalla famiglia, è stata la moglie.

Era nato a Los Angeles David Van Cortlandt Crosby, il 14 agosto 1941. Il padre era un apprezzato direttore della fotografia. Aveva frequentato una scuola di arte drammatica, che però lasciò per intraprendere la carriera di musicista e inserirsi nell’ambiente del Greenwich Village, quartiere di New York, cuore del movimento hippy. Crosby registrò i primi dischi con i Byrds, quelli più famosi e di successo. Il gruppo all’inizio si chiamava The Jet Set. Con una cover di Mr. Tambourine di Bob Dylan riuscirono a raggiungere la posizione numero uno delle classifiche statunitensi. Dalla band uscì nel 1967.

Con le sue composizioni e il suo stile definì lo stile definito “jangle pop”, da “tintinnante”, caratteristica associata al suono metallico delle sue chitarre elettriche. Formò nel 1967 il supergruppo Crosby, Stills and Young. Crosby incontrò Stephen Stills, in quel momento senza gruppo, e i due cominciarono a collaborare. Ai due si aggiunse Graham Nash che aveva appena lasciato gli Hollies. Divennero un punto di riferimento per il movimento hippy dopo il loro primo album del 1969 e per la loro esibizione all’epocale Festival di Woodstock. Quando al Superguppo si unì anche Neil Young – si chiamarono a quel punto Crosby, Stills, Nash & Young – il loro successo crebbe ulteriormente. Dejà Vu resta uno dei dischi più amati di quel periodo.

Il successo fu stroncata dalla tragedia della morte della fidanzata di Crosby, Christine Hinton, in un’incidente d’auto. Il cantante cadde in un lungo periodo di abuso di droghe. Pubblico il suo primo album da solista nel 1971, If I Could Only Remember My Name, con la partecipazione di tanti grandi nomi: Graham Nash, Neil Young, Joni Mitchell e membri dei Jefferson Airplane, Grateful Dead e Santana. Per l’Osservatore Romano, quotidiano ufficiale del Vaticano, il disco è il secondo di sempre nella singolare lista del giornale sugli album più meritevoli della storia – preceduto soltanto da Revolver dei Beatles.

La lista, un vero e proprio “prontuario di resistenza musicale”, fu realizzata dai giornalisti Giuseppe Fiorentino e Gaetano Vallini alla vigilia del 62esimo Festival di Sanremo nel 2010 “per non restare completamente travolti e per ricordare che un’alternativa esiste – anche se in questo costante stato d’assedio è sempre più difficile individuarla – il nostro modesto prontuario può indicare la strada della buona musica”. Per due volte Crosby è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. Recentemente aveva presentato un suo marchio di marijuana e prodotti derivati. Era  un assiduo utilizzatore di Twitter.

Per dare la misura della sua influenza: si è sempre detto che il personaggio interpretato da Dennis Hopper nel film cult Easy Rider fosse ispirato al suo look. La moglie ha dichiarato a Variety che il cantante è morto “dopo una lunga malattia” e che “la sua eredità continuerà a vivere attraverso la sua musica leggendaria”.

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Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.