Dalle difficoltà di far ridere oggi all’autismo, e più in generale la disabilità, con le famiglie lasciate sole dallo Stato. Intervista emozionante quella di Walter Veltroni a Elio delle Storie Tese, pubblicata sul Corriere della Sera. Elio, pseudonimo di Stefano Belisari, racconta quanto sia difficile oggi far ridere perché siamo tutti “impauriti dal Grande Tribunale Sempre Aperto dei social che tutto giudica e condanna, che sanziona tutto quello che si permette di uscire dai canoni prefissati, non si sa bene da chi”.

Elio: “Mai stato periodo così bigotto, si ride poco”

Secondo l’artista “non c’è mai stato un periodo così bigotto, così conservatore. Nell’arte e nella cultura non si devono mettere limiti, di nessun tipo. Bisogna sentirsi ed essere liberi di dire qualsiasi cosa. Così dovrebbe funzionare, in democrazia”. E invece è singolare l’episodio che racconta dopo aver girato Lol -Chi ride è fuori, reality televisivo distribuito da Prime Video. “Lo abbiamo girato a settembre ed è andato in onda a Pasqua, neanche ricordavo di aver partecipato. La gente mi fermava per strada, come accadeva agli altri, e ringraziava perché l’avevamo fatta ridere. Come – spiega – fossimo dei salvatori dalla tristezza incipiente. Un tempo ci si divertiva tanto. Negli anni Settanta c’erano il terrorismo, la droga, i sequestri. Eppure ridevamo come pazzi. Penso a quando nacque il Derby a Milano, alla vena di follia di chi lo frequentava. Guarda i nomi di chi c’era, solo a leggerli viene da ridere”.

Quel festival di Sanremo quasi vinto

L’artista ricorda la partecipazione a Sanremo con “La terra dei cachi“, quando il gruppo rischiò di vincere il Festival e vennero addirittura trovate “schede sbianchettate”, secondo alcune ipotesi investigative. Elio spiega la partecipazione a Sanremo “come un servizio pubblico da compiere. Sapevamo che esisteva un pubblico fatto di persone come noi e volevamo rappresentarlo. Una splendida minoranza. Poi però siamo arrivati due volte secondi. Con La terra dei cachi abbiamo rischiato di vincere, anzi forse avevamo vinto”.

Il leader del gruppo venne anche interrogato dai carabinieri: “Ero molto orgoglioso di questo, e mi hanno chiesto cose sinceramente senza senso, tipo se Pippo Baudo avesse interferito sulla composizione della canzone. Alla fine dell’interrogatorio il carabiniere mi disse, off the record, che avevamo vinto noi, che erano state trovate schede sbianchettate. Giorgia mi disse che anche a lei avevano riferito la stessa ipotesi. Il mistero si infittiva. Ma non ci interessava. Eravamo andati lì per rompere le balle e ci eravamo riusciti”.

Elio papà, il figlio Dante autistico e un numero di telefono che non esiste 

Dalla carriera professionale alla vita da genitore. Elio racconta a Veltroni la storia di Dante, uno dei due gemelli (l’altro si chiama Ulisse) nati nel 14 anni fa dopo il matrimonio del 2009. “Ti rendi subito conto che l’autismo di un figlio si coniuga con la assoluta solitudine dei genitori. E questo vale per ogni tipo di disabilità”. Elio, in prima linea da anni con le associazioni dell’autismo a partire da PizzAut – fondata da Nico Acampora, padre di un ragazzo autistico -, ricorda come “è stata mia moglie a percepire delle anomalie nel comportamento di Dante. Io la consolavo, le dicevo che tutto si sarebbe normalizzato. Ma noi abbiamo due gemelli e le differenze, nel percorso di crescita, si vedevano nettamente. È stato difficile trovare qualcuno che sapesse farci una diagnosi chiara e che ci indirizzasse”. Ancora oggi “non esiste un numero di telefono a cui rivolgerti, un indirizzo dove andare”.

Poi lancia un appello ai genitori: “La prima cosa che vorrei dire loro è che bisogna fare presto, non aspettare i tre anni, non rinviare. Noi abbiamo visto che Dante aveva un’attenzione ossessiva per le trottole, anche lui girava su sé stesso e non finiva mai di farlo. Aveva attenzione per le cose e non per le persone. L’autismo può portare gravi difficoltà relazionali, anche ritardi mentali, motori, cognitivi”.

Elio e il figlio autistico: “In Italia manca tutto”

Per l’artista la prima reazione avuta è stata quella di sconforto, paura e disperazione. “Manca tutto, credimi. Manca tutto. Manca un protocollo che una mamma e un papà possano seguire, che funzioni da bussola in quel maremoto. Devono cercare con il lanternino, da soli, nel dubbio di non aver trovato persone e soluzioni giuste”.

Vannacci e le classi differenziali: “Inclusione unica soluzione”

Inutile il Vannacci pensiero sulle classi differenziali perché ai disabili “quello che fa bene è l’inclusione. È quello che deve accadere per portare benefici ai nostri figli. Bisogna che questi ragazzi siano aiutati a crescere insieme agli altri. Non separati. E questo fa bene a tutti, l’obiettivo è quello dell’autonomia e dell’indipendenza, per quanto possibile. Il percorso delle classi differenziali invece porta alla ghettizzazione”.

Tornando alla crescita di Dante, che oggi ha 14 anni, Elio spiega che “noi ci siamo potuti permettere che fosse seguito. Ma chi non ha i soldi? Anche qui, proprio quando la mano pubblica dovrebbe riequilibrare le differenze, invece si accentuano le diseguaglianze sociali. Esistono associazioni, ma sono private. Non c’è nulla di pubblico che affronti il problema dell’autismo e sia vicino alle famiglie”.

Elio e il futuro del figlio Dante: “Un incubo pensare a quando non ci saremo”

Dante è consapevole di essere autistico. “Ha fatto un lavoro impressionante – racconta il papà – una fatica struggente. Anche in questo, i ragazzi autistici pagano un prezzo rispetto ai loro coetanei. Per lui tutto è stato fatica: mettersi una maglietta, andare in bagno, parlare. Tutto gli è stato insegnato”. Una assenza quella delle istituzioni che porta le famiglie a non riuscire ad immaginare un futuro sereno per i loro figli: “Da una parte è un incubo, la sua solitudine quando noi non ci saremo, dall’altra un sogno, quello di una vita libera e indipendente. È il dramma di centinaia di migliaia di persone in questo Paese. Sembra sia scomodo o inopportuno persino parlarne. In Lombardia hanno tagliato addirittura i fondi per quelli che vengono chiamati i caregiver per i casi di disabilità grave”.

 

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