In Turchia, ci troviamo di fronte alla repressione più dura dal tentato golpe del 2016: oltre 1400 arresti, tra cui decine di giornalisti indipendenti e delle maggiori testate internazionali, mentre la protesta si espande come uno tsunami che dilaga in tutti i centri urbani della Turchia.
È in pericolo la sicurezza dei giornalisti che stanno seguendo le proteste a Saraçhane contro l’arresto del Ekrem İmamoğlu. È retata casa per casa. Almeno 12 sono i reporter arrestati nelle sole prime ore del mattino di lunedì dopo i raid della polizia nelle residenze a Istanbul e a Izmir. Tra loro vi erano prestigiosi fotoreporter quali, Yasin Akgül dell’agenzia France-Presse, Bülent Kılıç, l’editorialista di Sendika e Barış İnce del quotidiano dim sinistra BirGün. La polizia ha distrutto la loro attrezzatura di lavoro. L’arresto di İmamoğlu ha scatenato le più grandi proteste in Turchia dal 2013, ma in gioco c’è molto di più del destino di un popolare sindaco della maggiore forza di opposizione.

Erdoğan non sta solo cercando di impedire a Ekrem İmamoğlu di diventare presidente, ma vuole anche riprendersi Istanbul. Mentre con l’annullamento del suo diploma di Laurea, per un pretestuoso vizio di forma, gli impedisce di candidarsi alle presidenziali, con l’accusa di terrorismo, lo rimuove dalla carica di sindaco per nominare al suo posto il governatore di Istanbul. Era già tutto pronto per procedere alla nomina del fiduciario governativo in sostituzione del sindaco destituito, ma il presidente è stato costretto all’ultimo momento a cambiare strategia dai suoi consiglieri più stretti perché vi era il pericolo che le proteste di massa potessero dilagare e sfuggire al controllo delle forze dell’ordine.

Sono corse voci, poi smentite di un’apertura di inchiesta nei confronti del sindaco di Ankara, Mansur Yavaş, dalla scena politica, l’altro più insidioso rivale di Erdoğan, che almeno quanto Ekrem İmamoğlu potrebbe spodestarlo alle prossime elezioni, dato il grande seguito che riesce a raccogliere.
L’amministrazione municipale di Ankara sta affrontando una nuova indagine su presunte spese eccessive per un concerto, ha affermato il comune in una dichiarazione rilasciata lunedì. Ma non è tutto qui, è l’intero Partito repubblicano del popolo ad essere sotto esame da parte delle autorità turche, da quando è stata avviata un’indagine della procura per presunte irregolarità nel congresso del CHP, nel novembre 2023. Per questo i repubblicani ora hanno convocato un congresso straordinario il 6 aprile.

L’arresto di İmamoğlu segna una svolta, evidenziando che, al di là delle accuse di corruzione, chiunque si opponga a Erdogan rischia la prigione. Da domenica al tramonto, è iniziata la battitura quotidiana delle pentole, in turco “tencere tava çalmak”, come avvenne nel 28 febbraio 1997, il giorno del Memorandum dei militari contro il governo islamista di Erbakan con il cosiddetto golpe post moderno. La popolazione dalle finestre e dai balconi fa sentire la propria voce con la battitura delle pentole e dei coperchi accompagnata dall’accensione della luce a intermittenza: un’azione di resistenza questa che i turchi mettono in atto quando percepiscono che la loro democrazia è in pericolo.

Giovani manifestanti ballano nelle metropolitane mentre si recano a manifestare felici di partecipare alla sesta notte di proteste per l’arresto del loro sindaco. A Sarçhane coppie di giovani si baciano davanti al muro invalicabile di forze di polizia in assetto antisommossa. Due promessi sposi annunciano il loro matrimonio e innalzano un cartello con una scritta: “Non preoccuparti, figlio mio, i tuoi futuri genitori sono qui”. Ad Ankara gli studenti dei campus universitari più prestigiosi sono in rivolta e la polizia sta esercitando contro di loro una durissima repressione. Per le organizzazioni della società civile e per gli studenti universitari in prima linea, il governo ha oltrepassato il confine che separa il sistema autoritario di tipo competitivo della Turchia da un’autocrazia in stile russo. E ora coloro che manifestano, soprattutto i giovani che stanno pagando il prezzo più elevando in questa protesta, non solo sono arrabbiato con Erdoğan, ma anche con i leader europei. A Izmir abbiamo ascoltato gli studenti in sit-in nel Büyükpark di Bornova scandire slogan di questo tipo: “Dov’è l’Unione europea?

Dov’è l’Europa che predica sempre democrazia e diritti umani, si chiedono gli studenti universitari, mentre, maltrattati dalla polizia, il futuro democratico del loro Paese viene rubato per averlo difeso? La polizia reprime con una violenza sempre crescente mentre il governo intensifica la censura in Internet.
Le strade centrali delle maggiori città della Turchia sono state transennate ed è stato imposto un divieto di cinque giorni alle manifestazioni, nonostante ciò, circa 15 milioni e mezzo di persone hanno votato per İmamoğlu alle primarie del CHP.
È stato un messaggio devastante che il presidente turco potesse mai ricevere dal suo popolo, e cioè: “rifiutiamo la tua presa di potere”.
Intanto le proteste continuano, Erdoğan lascia fare e per il momento si fa riprendere mentre passeggia per le strade della capitale e si ferma a sorseggiare un caffè in un locale; scommette probabilmente che l’indignazione pubblica per l’arresto di İmamoğlu alla fine evaporerà e che l’economia si riprenderà prima che il paese vada nuovamente alle urne una volta che si sarà liberato di ogni opposizione.
L’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha ringalluzzito gli autocrati e l’Europa appare indebolita dalla rottura del rapporto transatlantico ed è concentrata sul rafforzamento della sua sicurezza e difesa per la quale Ankara potrebbe risultare preziosa.