“Basta guerre sui nostri corpi. Rivolta transfemminista”. Con questo slogan si aprirà il corteo sabato 26 novembre a Roma, per quella che è diventata ormai la ricorrenza annuale della Giornata istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 per l’eliminazione della violenza contro le donne. La sequenza dei femminicidi negli ultimi giorni e il pericolo che col nuovo governo si torni a dover far fronte a campagne antiabortiste, alla restaurazione di valori tradizionali – “Dio, patria , famiglia” -, lascia pensare che la partecipazione sarà grande e forte la “rabbia” per un potere patriarcale pervasivo, radicato negli interni domestici quanto nelle istituzioni pubbliche. È uscito recentemente un giornale del centro antiviolenza di Roma “Lucha y Siesta”, coinvolto in una vicenda giudiziaria che dice molto su quanto sia difficile nel nostro paese avviare un processo credibile di contrasto alla violenza di genere.

«Abbiamo fondato un giornale – scrivono le attiviste impegnate da quattordici anni nell’accoglienza e sostegno alle donne che si rivolgono a loro per maltrattamenti in famiglia, bisogno di un “rifugio” per sé e per i figli – e ci somiglia. È sfaccettato, contraddittorio, imperfetto, arrabbiato, desiderante e con una chiara postura transfemminista. Esce quando abbiamo qualcosa da dire, con numeri tematici in cartaceo e digitale. Siamo apert* ai contributi – chi non ha un sassolino da tirare? – e cercheremo di farli arrivare il più lontano possibile. “La cerbottana. Sassolini contro le finestre del patriarcato” ti aspetta sabato al corteo». Quanti sassolini ha tirato il femminismo in mezzo secolo di lotte, cultura e pratica politica e in quale stagno sono finiti, tenuto conto dell’indifferenza, per non dire dell’ostilità, che incontra ancora oggi la guerra tra i sessi? Lucha y Siesta occupa dal 2008 uno stabile di proprietà dell’Atac nel X Municipio di Roma, disabitato da dieci anni. È chiaro che “non si tratta di una semplice casa occupata” ma di un luogo che ha dato risposta alla mancanza di un sostegno serio da parte istituzionale a donne vittime di violenza, al loro bisogno di avere una casa dove crescere i figli e intraprendere percorsi di formazione e lavoro.

Nel 2009, quando l’Atac ha deciso di sfrattarle per vendere l’immobile, e prima che si aprisse l’asta, la Regione Lazio ha deciso di mettere a disposizione i fondi per acquistarlo e garantire la continuità dell’esperienza. Ciò nonostante, Lucha y Siesta ha subito una perquisizione senza preavviso da parte di agenti del Commissariato Tusculano – quattro donne ospiti della struttura sono state identificate senza attendere l’arrivo delle avvocate e delle operatrici -, e tuttora è in attesa di processo per “occupazione abusiva”. In occasione di una giornata che vedrà molte donne, e qualche uomo, manifestare con “amore e rabbia” la ribellione a un dominio che continua a fare la guerra ai loro corpi, dopo aver colonizzato i loro pensieri, forse non è inutile portare l’attenzione su quel “nuovo genere di volontariato” che ha visto nascere fin dagli anni Ottanta i primi centri impegnati a dare alle vittime di violenza il sostegno, la solidarietà e la competenza di cui avevano bisogno.

Quanti sono oggi in Italia i centri antiviolenza, quante le donne che vi lavorano, spesso gratuitamente, quanti i fondi di cui possono disporre per l’accoglienza, le cause giudiziarie, i costi delle “case rifugio”? Chi ne parla? Dietro i femminicidi, che arrivano come casi di cronaca sui telegiornali, c’è il mondo sotterraneo delle violenze fisiche e psicologiche che li preparano e c’è il lavoro difficile e faticoso di chi si è messo all’ascolto di tanta sofferenza, ambiguità, denunce fatte con coraggio e poi ritirate. Nel libro “Al centro le parole. 35 anni di pratica femminista”, il Centro antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza ha raccolto le testimonianze delle operatrici e quelle di chi ha avviato con loro un percorso di “ripresa in mano della propria vita”. Sono voci che si alternano nel rispetto delle scelte di empatia, uguaglianza, assenza di giudizio, che sono state alla base del loro operato. Riconoscere i condizionamenti che impediscono a una donna di sottrarsi alla violenza di un marito, di un amante, di un padre, vuol dire non sottovalutare le contraddizioni di un dominio che ha perversamente intrecciato rapporti di potere e sfruttamento con esperienze intime, come l’amore, la sessualità, la maternità, gli affetti familiari.

È nell’accoglienza e nell’ascolto di altre donne che la parola può farsi portatrice di ferite e, al medesimo tempo, della forza e del coraggio che la violenza protratta ha reso invisibili. Scrive Paola Litrenta, una delle operatrici: «Il più delle volte ci si siede attorno a un tavolo: corpi e sguardi asimmetrici. Da una parte le operatrici, dall’altra parte le donne. Ciascuna con la sua propria formazione, la propria identità, la propria storia. E al centro? Al centro le parole, i racconti. Al centro la relazione (…) Le parole sono dense, hanno un peso specifico. Riempiono lo spazio, accolte e trattenute dai muri alti delle stanze. (…) La transazione non è così immediata, ci sono i sentimenti, il senso di vergogna, la rabbia, la voglia di riscatto, il bisogno di protezione. Il confronto le cambia, cambia anche noi: relativizza ciò che ci agita nella nostra quotidianità».

L’analisi della violenza sessista e la pratica con cui il femminismo a partire dagli anni Settanta ha cercato di portarla alla coscienza, in tutte le sue forme, invisibili e manifeste – l’autocoscienza, il partire da sé -, è il terreno di una radicalità fino allora sconosciuta che oggi accomuna nel movimento di liberazione delle donne generazioni diverse, associazioni, centri di documentazione, case delle donne, centri antiviolenza. La trasversalità del patriarcato, i nessi che ci sono sempre stati tra forme diverse di oppressione, per essere visti nelle loro ambigue implicazioni, hanno bisogno di una lingua che sappia inoltrarsi nella vita intima e contemporaneamente dialogare con i linguaggi delle istituzioni pubbliche. Su questa parola sottratta ai saperi settoriali e alimentata dalla relazione tra donne poste di fronte alla “guerra ai loro corpi” nel privato come nel pubblico, i centri antiviolenza hanno molto da dire.