Di Forza Italia rimane valida l’epigrafe della definizione che ne diede Fabrizio Cicchitto: “Una monarchia anarchica”. C’è un monarca, ad Arcore. Ma a fianco del partito di Arcore c’è quello di Antonio Tajani. E se in cabina di regia, accanto a Silvio Berlusconi, c’è Licia Ronzulli, i “governisti” sembrano voler prendere una strada loro. Costruendosi un rapporto privilegiato con Giorgia Meloni e sgomitando più degli altri in vista dell’approdo ai posti in palio. Di sfondo c’è il governo e il sottogoverno: la carica dei viceministri, dei sottosegretari e perfino quella non meno importante delle nomine pubbliche in arrivo per l’autunno.

Ronzulliani e governisti corrono parallelamente. L’intervista di Giorgio Mulé a Repubblica – smentita nel titolo, nient’affatto nel contenuto – traccia una linea netta tra i primi e i secondi. Il vicepresidente della Camera ha posto la questione della opportunità di dimettersi, rispettivamente da coordinatore nazionale e ‘vice’, per Antonio Tajani e Annamaria Bernini, promossi ministri e ancora ai vertici del partito. Numeri alla mano, dalle parti di Arcore contano di ottenere dieci caselle dalla presidente del Consiglio. La futura gestione del partito e le strategie per consolidarlo, rimanendo ancorato al Ppe ma aprendo alla federazione con la Lega, spaccano il gruppo parlamentare. Dove si annida più d’una serpe in seno. Chi altro, d’altronde, avrebbe catturato i famosi audio di Berlusconi su Putin, passati sottobanco a La Presse? Qualcuno che, pur vestendo la maglia degli azzurri, lavora per scavalcare Berlusconi. Se i ronzulliani volevano battere un colpo, questa intervista data da Mulé, in ottimi rapporti con Ronzulli, ha avuto l’effetto di una cannonata. Una sorta di avviso ai naviganti, un messaggio rivolto soprattutto al tandem Tajani-Bernini: per la trattativa sui sottosegretari non giocate una partita solitaria.

Tirata in ballo, l’ala governista, a quanto si apprende, preferisce non replicare a Mulé. Almeno per ora. Per l’ex ideologo azzurro Giuliano Urbani «è giusto che Tajani e Bernini si dimettano, si tratta di una cosa ovvia: chi fa il ministro non può occuparsi anche del partito». Al netto di queste divisioni e dei complicati equilibri interni, che di fatto rischiano per diventare un’altra grana per la stessa Meloni, chiamata a usare il ‘bilancino’ anche per la partita dei sottosegretari, Silvio Berlusconi avrebbe indicato alcuni nomi, da lui considerati irrinunciabili per l’ingresso nella squadra di palazzo Chigi. Esponenti storici di Fi, alcuni dei quali rimasti fuori dal Parlamento alle elezioni del 25 settembre. Si tratterebbe del responsabile giustizia Francesco Paolo Sisto, uno dei legali del Cav, eletto a palazzo Madama, e dato in pole come ‘vice’ del Guardasigilli Carlo Nordio; del capogruppo uscente alla Camera, Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani, confermato deputato ma che dovrebbe essere ‘risarcito’ per aver passato la mano alla guida del gruppo azzurro, magari come viceministro dell’Interno.

Si parla di una donna giovane ma dall’autorevole esperienza come Deborah Bergamini, che con Draghi era stata sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento. Ma anche di Valentino Valentini, consigliere di Berlusconi per la politica estera, dato in corsa come vice alla Difesa ma anche agli Esteri, dove però c’è già l’azzurro Tajani; dell’ex presidente della Vigilanza Rai, il senatore Alberto Barachini, papabile, anche lui, per un posto di sottosegretario. E poi c’è Angelo Antonio D’Agostino, imprenditore che in Forza Italia è responsabile del dipartimento Innovazione e Sviluppo, un “tecnico” esterno alle correnti che potrebbe fare da pontiere in tempi di acque agitate. Se l’accordo del Tridente – Fdi-Fi-Lega – verrà rispettato, i ruoli chiave per Forza Italia potrebbero essere 17 o 18. Berlusconi ripete da giorni che i suoi voti complessivi sono pari a quelli della Lega, premiata dal meccanismo elettorale. E invoca quindi una compensazione. «Soprattutto sulle materie economiche, dove i ministri sono tutti di Fdi e della Lega, c’è bisogno di rafforzare la nostra rappresentanza», fa notare Paolo Emilio Russo, neoletto a Montecitorio dopo venti anni alla guida della comunicazione politica azzurra.

Una prima pedina è andata a dama: il deputato Fi e vicepresidente Anci, Roberto Pella, è stato eletto ieri presidente della Commissione speciale “ponte” della Camera. Deve garantire la rapida approvazione delle norme anticrisi e vigilare sul Pnrr. Caselle da mettere a posto, mentre la navigazione di Forza Italia deve guardarsi da Scilla (i richiami del Terzo polo di Carlo Calenda) e Cariddi (l’idea di Fratelli d’Italia come Cdu italiana). Quest’ultimo progetto, caldeggiato da un ex berluscones come Gianfranco Rotondi e dall’ultimo nobile democristiano, Calogero Mannino, è l’alternativa crescente all’idea della federazione con la Lega. «Rafforzamento del centro? Meloni è la stella. Berlusconi è solo, anzi è nudo», affonda Mannino. Ma la titolarità di Forza Italia è sua e non è in discussione. «Certo, l’attrattività di Meloni c’è, inutile negarlo», dice al Riformista un parlamentare berlusconiano. Una volta definito il risiko delle nomine, è facile previsione, il quadro sarà più chiaro per tutti.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.