Tra gli attori, Santamaria, Tirabassi, Martini
Freaks out: Gabriele Mainetti riprova a fare bingo tra invenzione, genio ed effetti speciali

Grazie, per avere “fatto entrare i mostri”. È la frase a effetto con cui la regista francese Julia Ducournau, salutava la Palma d’Oro appena ricevuta al Festival di Cannes, dal suo Titane. Al direttore Alberto Barbera e alla sua impagabile squadra, molte grazie. Per avere lasciato entrare i mostri, anche alla Mostra del Cinema di Venezia. Malgrado il titolo, Freaks Out, annunci il contrario. «Questo titolo indica come i nostri mostri, si ritrovino fuori dal loro spazio sicuro», commenta il regista Gabriele Mainetti.
Perché un attacco aereo distrugge il circo Mezza Piotta, in cui i quattro protagonisti lavorano. Sono “fenomeni da baraccone”, tutti con uno specialissimo potere, che si ritrovano a vagare per Roma bombardata. Dopo il sorprendente Lo chiamavano Jeeg Robot, l’ex sconosciuto Mainetti è promosso a capofila di una nuova leva di nostrani enfant terrible (ha 44 anni. Ma in questo settore, l’età anagrafica va dimezzata). Tanto da ritrovarsi a concorrere per il Leone d’Oro. Freaks Out, quarto e penultimo italiano in concorso, è cinema di genere (una fiaba), adulto (ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale), coraggioso (non si nega brutalità e violenza), non privo di genio (un iPhone squilla, siamo nel 1943, al centro di una grande svastica nazista).
L’apparato produttivo è fra i più sensazionali. Da tempo, forse da mai, il cinema italiano non si arrischiava in un’avventura del genere. E allora complimenti a Lucky Red, Goon Films e Rai Cinema, per avere saputo osare. «Abbiamo detto a Gabriele: un film del genere potrebbe essere la tua terza o quarta regia, non la seconda — racconta Andrea Occhipinti, patron di Lucky Red —. Ma poi, siamo rimasti coinvolti dal progetto. È stata una lavorazione lunga, travagliata, con un budget superiore a quello che avevamo previsto». I soldi spesi sono tanti. E si vedono tutti. I primi dieci minuti estorcono una manciata di “uau” allo spettatore. È l’espressione che fa da carburante al linguaggio filmico. Sin dalle origini, chiamato a meravigliare e a sorprendere. In tanti se lo sono dimenticato.
Non Paolo Del Brocco, Ad Rai Cinema: «Freaks Out è uno spartiacque per la nostra cinematografia. Siamo felici. E Gabriele ha scelto un cast straordinario». Capeggiato da Claudio Santamaria, nel ruolo dell’uomo lupo (il viso dell’attore resta sempre coperto da una cascata di peli) dalla forza sovrumana: «Come mi era capitato con Jeeg Robot, quando ho letto la sceneggiatura (del regista con Nicola Guaglianone, ndr.) mi sono emozionato — continua l’attore —. Siamo un’Armata Brancaleone, con i poteri». Pietro Castellitto parla agli insetti. Giancarlo Martini è una calamita umana, che attira a sé gli oggetti in metallo. Aurora Giovinazzo è portatrice, disperata, di energia elettrica. A capo della banda c’è Giorgio Tirabassi. Il solo “normale”, ma con un cuore fuori dal normale. Serve un villain all’altezza.
Mainetti lo trova nell’attore tedesco Franz Rogowski, formidabile nazista psicopatico, preda di deliri, droghe e sogni premonitori. Il responsabile degli effetti visivi Sergio Leoni, può già cominciare a portarsi a casa tutti i premi nazionali di categoria, che verranno la prossima stagione. Per cui in tanti confidano che Freaks Out possa essere uno dei titoli di riferimento (dopo continui slittamenti, uscirà in ottobre). Le storie di Mainetti sono “polifonie di strade”. Un modo più elegante per non auto definirsi un visionario, un ambizioso, un sognatore, un anticipatore. In grado di realizzare, bene, progetti considerati chimera. Che poi, in mitologia, nient’altro è che un mostro.
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