Era inevitabile che facesse strepito la notizia dell’arresto, l’altra sera, di Hamdan Ballal, co-regista palestinese di “No Other Land”, premiato agli Oscar come miglior documentario.
Vista la celebrità del personaggio, la notizia avrebbe fatto rumore anche senza la scorta dei dettagli di cui era guarnita: e cioè che il cineasta sarebbe stato “linciato” da un gruppo di coloni, e poi appunto arrestato dall’esercito israeliano che l’avrebbe prelevato, malmenandolo, dall’ambulanza che gli stava prestando cure dopo il “linciaggio”. L’improbabilità che una persona linciata sia utilmente sottoposta a cure mediche, e a pedissequo arresto, non impediva al “linciaggio” di fare il giro del mondo, nemmeno dopo che il collega di documentario e di Oscar – Yuval Abraham, che aveva diffuso la notizia – spiegava che l’uso evidentemente erroneo di quel termine derivava da una impropria traduzione dall’ebraico all’inglese, che lui maneggia poco.

La vicenda: l’arresto e il linciaggio ‘archiviato’

Successivamente, e cioè ieri pomeriggio, Hamdan Ballal era rilasciato. Il legale riferiva che il proprio cliente sarebbe stato ammanettato, bendato e picchiato per tutta la notte.
Questi, pressappoco, i fatti su cui ha ritenuto di concentrarsi il grosso dell’informazione per quasi un giorno intero. E, ovviamente, se fossero dimostrati (il “linciaggio”, grazie a Dio, possiamo archiviarlo), sarebbero fatti molto gravi. Occorrerebbe condannare con la massima durezza le violenze di cui si fossero resi responsabili sia i coloni sia, tanto più gravemente, i militari israeliani.

Solo che, almeno per completezza di quadro, occorrerebbe anche dare un’occhiata a un altro pugno di faccende su cui – certamente solo per disavvertenza – il complesso dell’informazione ha creduto bene di rinunciare a qualsiasi accertamento. È chiaro che potrebbe trattarsi di notizie infondate (non più del “linciaggio”, diciamo): ma quel che alcuni riportavano ieri, senza essere smentiti, è che Hamdan Ballal era impegnato con suoi colleghi (colleghi di guerriglia, non di cinema) a lanciare sassi contro gli israeliani. In particolare, prima contro dei civili, e poi contro i soldati giunti lì per sedare un tafferuglio.

Il quale tafferuglio è ben possibile che sia stato cominciato dai coloni israeliani (c’è chi dice il contrario), ma questo non toglie che a parteciparvi – questo si dice, senza smentita – fosse anche il regista perciò arrestato. Notizia vera? Falsa? Diciamo che, se fosse falsa (e potrebbe esserlo senz’altro), non sarebbe più falsa del “linciaggio”.
È probabile che sia un po’ meno poetico, un po’ meno suscettibile di trasalimento civile dover fare una cronaca diversa, ed è probabilmente questo il motivo per cui nessuno vi si è avventurato. Per capirsi: il palestinese che, reduce dai trionfi hollywoodiani, si esercitasse nel lancio di pietre rappresenterebbe un soggetto poco compatibile nel racconto esclusivo delle immotivate atrocità israeliane contro gli inermi. È probabile che dispiaccia – e perciò è meglio non rafforzarla – l’ipotesi che quell’Oscar possa aver premiato una militanza artistica che, con altri mezzi, perpetua quella che procede a selciate.

Il regista non era lì a lucidarsi la statuetta

Inutile dire che le violenze di cui si rendono responsabili i coloni in Giudea e Samaria (la cosiddetta Cisgiordania) costituiscono un gravissimo problema, che si scarica ingiustamente sulle vittime palestinesi e che esige una soluzione non più rinviabile. Ed è ben possibile che questa vicenda appartenga al tragicamente ordinario delle violenze che lì hanno corso. Ma non si risolve questa situazione sottacendo l’altra parte di verità, e cioè che la parte palestinese non attende la fine dell’occupazione per vivere liberamente in pace, ma per attaccare liberamente Israele. I resoconti su questo episodio hollywoodian-palestinese – certamente grave anche se fosse dimostrato che il regista non era lì a lucidarsi la statuetta, ma a lanciare pietre – descrivono in modo esemplare il pregiudizio con cui si legge e si rappresenta ciò che capita laggiù. I soldati israeliani che “occupano” parte di quei territori non sono meno responsabili di illegalità, quando le commettono, solo perché prevengono o reprimono attività terroristiche. Ma lasciare intendere che siano lì a commettere esclusivamente atti illeciti, e non anche a prevenire e reprimere attività terroristiche, è esattamente come discutere del regista risorto dal linciaggio.