Il mercato del lavoro è il tema economico con maggiore rilevanza politica e sociale
I posti di lavoro non si creano per decreto

Insieme con la finanza pubblica (spese dello Stato e degli enti locali, imposte che le finanziano, deficit che risulta dalla differenza tra spese ed entrate) il mercato del lavoro è con ogni probabilità il tema economico che ha la maggiore rilevanza politica e sociale: con buona pace degli apocalittici alla Davide Casaleggio, è inverosimile che la maggior parte degli esseri umani non abbia più bisogno di lavorare per ottenere un reddito con cui vivere, perlomeno nei prossimi 25 anni. Dunque la legislazione inerente ai rapporti di lavoro rimane un tema politico cruciale per se stesso: inoltre esso permette di misurare facilmente il posizionamento ideologico dei partiti e dei loro leader sulla base delle loro proposte sul tema. Andiamo al punto: la segretaria del PD Elly Schlein, avendo recentissimamente dichiarato di essere favorevole alla proposta di referendum abrogativo del Jobs Act avanzata dal segretario della CGIL Maurizio Landini, mostra quanto il PD (o perlomeno chi lì dentro segue alacremente la segretaria) si stia spostando verso posizioni dirigistiche e di estrema sinistra, lontane anni luce dalla cosiddetta flexicurity che è il principio sostanziale su cui si basa il Jobs Act, introdotto dal governo Renzi tra il 2014 e il 2016.
A costo di essere tedioso, mi piace spiegare i concetti tecnici che utilizzo, in quanto è sovranamente fastidioso leggerne altrove una spiegazione: con flexicurity mi riferisco all’idea di mettere insieme la flessibilità dei contratti di lavoro (accettando innanzi tutto l’esistenza di contratti a tempo determinato accanto a quelli a tempo indeterminato, ed evitando che per le imprese un contratto a tempo indeterminato sia un legame sempiterno, anche quando le condizioni del mercato di sbocco dei prodotti non lo permettono) con la sicurezza per il reddito del lavoratore che si dimette o viene licenziato, grazie a sussidi di disoccupazione di carattere universale, ovviamente finanziati dalla tassazione (il Jobs Act potenziò il precedente sussidio chiamato ASpI, denominandolo NASpI). A suo tempo formulai critiche anche feroci al governo Renzi sul lato della finanza pubblica, in particolare a motivo della timidezza nel gestire la spending review, ma fui sempre favorevole all’approccio di flessibilità e sicurezza a cui era ispirato il Jobs Act. (Piccola parentesi ognora necessaria: la maggioranza assoluta degli iscritti alla CGIL è composta da pensionati, non da lavoratori).
Per usare una frase che reputo piuttosto efficace, l’idea della flexicurity consiste nel proteggere i lavoratori per se stessi e non i posti di lavoro, che talora risultano insostenibili nel lungo termine in quanto sono stati creati presso aziende o settori industriali che non creano valore. Che cosa significa “non creare valore”? Qui vale il punto di vista dell’economista Sergio Ricossa, secondo cui la contabilità è la base dell’economia politica: un’impresa non crea valore, anzi lo distrugge, se i suoi ricavi sono stabilmente e largamente inferiori ai suoi costi. Come fa a sopravvivere un’azienda o un settore in cui le imprese distruggono valore? Banalmente e tristemente Schlein, Landini, Provenzano e ahinoi pure Enrico Letta (anche lui nemico del Jobs Act durante l’ultima campagna elettorale) dovrebbero spiegarvi che soltanto sussidi continui da parte dello Stato possono permettere di colmare anno per anno lo squilibrio distruttivo tra costi e ricavi.
Tornando al Jobs Act medesimo, i punti su cui probabilmente si concentrerà la proposta di referendum abrogativo di Landini-Schlein (più Conte?) saranno il ritorno al reintegro sul posto di lavoro del lavoratore licenziato individualmente per motivi economici (articolo 18 già modificato dal governo Monti ed integrato con il contratto a tutele crescenti dentro il Jobs Act) e la legislazione più permissiva sui contratti di lavoro a tempo determinato. Prima di applicarsi alla creazione di posti di lavoro per decreto volitivo, il futuribile governo CLS (Conte-Landini-Schlein) si allena a crearli con referendum abrogativo.
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