Si è destinati a smarrirsi nel labirinto di Carlo Emilio Gadda, lo scrittore senz’altro più colossale e sgattaiolante della letteratura italiana, e questo “I viaggi la morte” (1958) che Adelphi ripubblica con la magnifica cura di Mariarosa Bricchi è un brillantissimo diamante gaddiano: ed è questa un’avventura che richiede attrezzi idonei, pur senza esagerare, per slalomeggiare tra milioni di riferimenti spesso solo avvolti nella scrittura ipnotica dell’autore del Pasticciaccio.

Ne vengono fuori troppi interrogativi, da questi 24 saggi o articoli o scritti che coprono un arco di tempo di circa trent’anni (1927-1957) che in un certo senso hanno come focus lui, Gadda, il che equivale a dire tutto un universo linguistico e morale fitto di rimandi alla cultura di ogni tempo, dimodoché il testo assume anche la sembianza di una formidabile enciclopedia gaddiana, e dunque la funzione di bussola per orientarsi in quel mare magnum che è Carlo Emilio Gadda. Nel baule del quale davvero si trova di tutto, più che nei bazar d’Oriente o nei vecchissimi castelli di Scozia o Normandia, e passare da Virgilio a Freud è un attimo attraverso una lingua sciorinata, irripetibile effetto di mescolanze di ogni tipo, e invenzioni pure: “Ciascun saggio si proietta sul passato, con rimandi, riecheggiamenti, allusioni – scrive Bricchi nelle note – e sul futuro, perché altri legami andranno a crearsi. Così che la raccolta non è solo un campionario di temi e di voci ma anche un sistema circolatorio di avan-testi, con-testi, post-testi. Un approdo e insieme un punto di fuga che riorganizza in uno spazio tempo ideale l’intera opera gaddiana, e ne guida la lettura”. Bastano poche righe perché il lettore possa dire: è Gadda. Di qualunque cosa parli, in ogni ambito, dal saggio pretenzioso al testo radiofonico, è lui, sua è la ragnatela nella quale egli avviluppa un mostruoso sapere declinato in una lingua nuova e sua propria, com’era quella dell’amato Manzoni, o sarà di Pasolini. Gadda il romantico che non volle essere romantico, Gadda a teatro controvoglia (bellissima la recensione, per quanto si possa definire tale, dell’Amleto di Gassman), Gadda alle prese con il suo lavoro, infinita tela di Penelope, Gadda ad una mostra, Gadda un po’ pavone che ritira un premio, Gadda che parla di Moravia (e dunque di Freud), o dei grandi memorialisti francesi, o della Bibbia, e chi più ne ha più ne metta. Gadda, certo, che parla di se stesso – in filigrana, lo fa continuamente – sempre con un atteggiamento mentale sbuffante annoiato disilluso, come un Leopardi antifilosofico o un Manzoni senza religione, in fin dei conti un uomo “un po’ perplesso” e senza sogni, proprio come il suo commissario Ingravallo del Pasticciaccio, e soprattutto intricato. Eccolo qua: “Ognun di noi mi pare essere un groppo, o nodo, o groviglio, di rapporti fisici e metafisici. Ogni rapporto è sospeso, è tenuto in equilibrio nel campo che gli è proprio: da una tensione polare. La quale, è chiaro, può variare d’intensità nel tempo, e talora di segno: può spengersi”.

In queste brevi parole tratte dal primo capitolo (“Come lavoro”) c’è un grumo forte della gnoseologia gaddiana basata sulla coscienza del “groviglio” – il famoso “gnommero” del Pasticciaccio – e dei vicendevoli rapporti tra sospensione, equilibrio, polarità, tempo e segno: siamo nel pieno della metafisica di tutta l’opera di Gadda perennemente sospesa e inappagata e come sovrastata da una cultura immensa, esagerata, senza limiti e probabilmente, alla fine, nemmeno tanto utile a sbrogliare la matassa. Per tutto questo, forse, denominò questa raccolta “I viaggi la morte”, come se la sua ricerca (i viaggi) fosse preliminarmente votata all’insuccesso più clamoroso (la morte), senza che tra le due parole vi fosse una virgola, come per denotare meglio l’unicità di mezzo e fine. E alla fine della vorticosa lettura si resta, inevitabilmente, con un inestricabile garbuglio tra le mani.