A Napoli, tra il 23 e il 24 ottobre, convergono 4mila squadristi e 20mila lavoratori del sindacato fascista. Arrivano da tutta Italia su treni speciali, l’intera città pullula di camicie nere e gagliardetti fascisti. Il convegno del Pnf è un’adunata che dovrebbe segnare la conquista fascista del Meridione. Facta, con la benedizione di Giolitti, ha deciso di autorizzarla, anche perché sia Mussolini che Bianchi gli hanno fatto credere che dopo la manifestazione i fascisti daranno il semaforo verde per il governo Giolitti.

Il discorso inaugurale di Mussolini è in agenda per le 10.30 del mattino, al teatro San Carlo che si riempie sino a essere stracolmo già due ore prima. In sala c’è Benedetto Croce, ci sono parlamentari di tutti i partiti di governo, c’è il generale Federico Baistrocchi, comandante della divisione d’artiglieria acquartierata nella città campana. Ci sono anche il sindaco, il prefetto, i notabili: il fascismo è già considerato il partito cardine del prossimo governo. Sul tavolo piazzato sul palco, di fronte al posto dove siederà Mussolini, la statuetta in bronzo di un leone che schiaccia l’idra bolscevica. Quella di Napoli sembra una pacifica prova di forza. In realtà è un diversivo studiato anche per sviare l’attenzione dalla marcia imminente.

Nell’attesissimo discorso il duce liquida il “deficiente governo” nel quale “accanto al galantomismo bonario e inutile dell’on. Facta stanno tre anime nere della reazione antifascista”. Allude ai ministri Taddei, Amendola e Alessio, che vorrebbero affrontare il problema rappresentato dal fascismo “sul terreno della pubblica sicurezza e dell’ordine pubblico”. Conferma l’intenzione fascista di “diventare Stato”, cita l’alternativa insurrezionale e rivendica la sua organizzazione militare “perché se l’urto dovesse decidersi sul terreno della forza la vittoria tocchi a noi”. Però assicura che la via scelta dal fascismo è quella legale: scioglimento della Camera, riforma elettorale, nuove elezioni, delegazione fascista al governo folta ma non esagerata: Esteri, Guerra, Marina, Lavoro, Lavori pubblici, senza la sua diretta partecipazione al governo. Il duce abbonda in elogi e rassicurazioni rivolte alla monarchia e all’esercito.

Alza i toni solo quando afferma che «Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio. Il problema, se non viene compreso nei suoi termini storici, diventerà un problema di forza». Nel complesso è un discorso fortemente rassicurante, anche se nel pomeriggio il duce cambia registro. Passa in rivista le milizie al campo sportivo dell’Arenaccia poi, in piazza del Plebiscito, arringa gli squadristi che lo accolgono al grido di “A Roma! A Roma!” e adotta il loro stesso tono: «O ci daranno il governo o lo prenderemo calando su Roma. Ormai si tratta di giorni e forse di ore. Vi dico, vi assicuro e vi giuro che gli ordini, se sarà necessario, verranno». La folla inneggia anche al re e alla monarchia. Il monarchico De Vecchi incita per tre volte il duce a unirsi al grido. Mussolini resta muto e alla fine sbotta: “Finiscila! Basta che gridino loro. Basta e avanza”. Ma l’esaltazione del ruolo dell’esercito, coronata dall’invito rivolto alle camicie nere di concludere la manifestazione con una dimostrazione di solidarietà con le forze armate di fronte al comando del corpo d’armata, funziona. La sera stessa il generale Baistrocchi si presenta all’Hotel Vesuvio, dove alloggia il duce, e gli conferma che i reparti di stanza nel Sud nutrono grande simpatia per lui e per il fascismo.

La manovra diversiva ha pieno successo. Tutti danno per ormai sventata la minaccia insurrezionale. I giornali scrivono che «il fascismo si è deciso per il terreno della legalità e per la collaborazione al governo». Sono convinti che il discorso “legalitario” del duce escluda ormai «che il partito fascista possa ricorrere a metodi insurrezionali». La minaccia di calare su Roma nel secondo discorso di Mussolini è derubricata a una sparata “per la platea”. La pensa così anche Facta. La sera stessa telegrafa al re: “Credo ormai tramontato progetto marcia su Roma”. Il giorno dopo, in un secondo telegramma ribadirà: “Credo nota calata sia definitivamente tramontata”. Proprio mentre il primo ministro rassicura il sovrano all’Hotel Vesuvio di Napoli Mussolini, Bianchi, i comandanti della Milizia e i vicesegretari del Pnf mettono a punto il piano finale per l’insurrezione che Facta immagina “tramontata”. Nella notte tra il 26 e il 27 i vertici politici fascisti cederanno i pieni poteri al quadrumvirato. Il 27 dovrà essere diramato segretamente l’ordine di mobilitazione, poi, il 28 ottobre, si passerà all’azione: “Scatto sugli obiettivi parziali che sono prefetture e questure, stazioni ferroviarie, poste e telegrafi, stazioni radio, giornali e circoli antifascisti, camere del lavoro”. Conquistate d’impeto le città, concentramento delle colonne nelle località vicino Roma già indicate, quindi “scatto sincrono delle tre colonne sulla Capitale”.

Grandi, il nemico della marcia, arriva a Napoli il 25 ottobre. Balbo lo mette al corrente del piano e lo informa che è stato nominato capo di stato maggiore del quadrumvirato: «Righerai dritto e obbedirai, pena il codice militare che entrerà in vigore a mezzanotte di domani». L’obiettivo, spiega Balbo, è ottenere almeno sei ministeri nel nuovo governo. Grandi esplode: «Questa è follia. Non si fa un’insurrezione per sei posti al governo». Prende apertamente la parola contro l’ipotesi insurrezionale anche di fronte al Consiglio nazionale del partito ma senza risultati: «Michele Bianchi mi guarda torvo. Il mio appello alla ragione cade nel vuoto». Il dibattito nel convegno fascista in effetti è ormai inutile. Bianchi si spazientisce e taglia corto: «Insomma fascisti, a Napoli ci piove, che ci state a fare?». Detto fatto viene messo ai voti un odg che scioglie il convegno.

Mussolini parte per Milano. Grandi, De Vecchi e Ciano per Roma dove De Vecchi cerca di mettersi in contatto col re mentre gli altri incontrano Salandra e lo mettono al corrente della situazione. L’ex capo del governo e Ciano, non riuscendo a contattare il sovrano a San Rossore, si precipitano da Facta, lo avvertono della minaccia, gli chiedono di contattare il re e di dimettersi come extrema ratio per evitare l’insurrezione. È la seconda brutta notizia che raggiunge il presidente del Consiglio la sera del 25 ottobre. D’Annunzio ha fatto sapere che non verrà a Roma il 4 novembre, per la grande manifestazione che dovrebbe vederlo a fianco di Giolitti. «Cosa ho in comune con l’uomo che a Fiume tentò di uccidere il mio pensiero invitto?», scrive. Vengono spediti di corsa messaggeri al Vittoriale nella speranza di far cambiare idea al Vate. Trovano i cancelli sprangati con appeso un cartello definitivo: “Cosa mi unisce all’uomo del cannone navale che cercò di assassinarmi? Non verrò alla parata di Roma”.

Come se non bastasse si è fatto sentire per telefono anche Vittorio Emanuele Orlando e anche lui ha consigliato a Facta di dimettersi per passare la mano “a una personalità gradita al capo del fascismo”. Facta però non è ancora convinto che Mussolini faccia sul serio, ritiene che comunque il governo, che lui stesso considera “già morto”, possa resistere. Pur ormai consapevole della minaccia, sceglie di non scegliere. Non si dimette ma neppure cerca di prevenire l’insurrezione stroncandola prima che inizi.