A farla oggi, la fotografia delle aree del Pd non può che venire mossa. È inutile che il fotografo rimproveri e persino che gridi. Tutto si muove, tutti si riposizionano a mano a mano che le dinamiche e gli equilibri del futuro congresso emergono nella loro forza. Se fino a ieri era lecito parlare di Sette chiese, tante erano le correnti presenti nell’Assemblea del Pd, oggi due sono le macroaree a cui tutti guardano, nel percorso che porta i Dem al loro prossimo congresso di marzo. E se la più vasta è quella dei bonacciniani, quella dei sostenitori di Stefano Bonaccini come prossimo segretario, l’area più vivace si sta organizzando a sostegno di Elly Schlein: gli schleininiani, con il primo compito di far capire ai giornalisti come va scritto.

“Il vecchio non c’è più e il nuovo tarda a nascere”: è come sembrerebbe aver previsto Antonio Gramsci che le anime del Pd fibrillano nell’attesa del confronto congressuale. Guidato da Enrico Letta e basato su un doppio turno – prima il congresso, poi le primarie – l’onere di indicare il nuovo leader (e dunque il futuro programma) viene proiettato sul più ampio pubblico dei simpatizzanti. Se il Pd è stato a lungo l’adulto nella stanza, il partito della responsabilità e del governo, l’adulto nella stanza degli adulti è sempre stato Area Dem. I franceschiniani incarnano il corpo centrale Dem, gli ex Margherita ma ormai non solo. “La nostra idea è quella di seguire il percorso indicato da Enrico Letta senza uscire dal perimetro”, ci ha detto ieri una esponente Area Dem. Ovvero: “Nessun colpo di testa, fare tesoro dei cinque milioni di voti presi e lavorare per una opposizione costruttiva capace di mostrare agli elettori perché cambiare pagina, appena la destra entrerà in crisi”.

Se Area Dem ha una salda maggioranza dei posti in Assemblea nazionale, a seguirla a ruota è Base Riformista. L’area degli ex renziani, oggi capitanata da Alessandro Alfieri, è puntellata da Marcucci, Guerini, Andrea Romano e sta per ricevere rinforzi dalla pattuglia di Anna Ascani, con quella mini componente che sta sotto l’insegna di Energie Dem. Base Riformista e Area Dem confinano e in parte confluiscono con il pattuglione dei lettiani. Un’area indefinita per antonomasia, andandosi a gonfiare e a sgonfiare intorno alle fortune o sfortune dei segretari di volta in volta incaricati. In quindici anni di vita, i leader, tra reggenti e segretari nazionali, sono già stati dieci. Come i piccoli indiani.

Solo che stavolta Letta, ultimo degli indiani, prima di scomparire vuole indicare un percorso programmatico ampio, lasciare delle indicazioni per il futuro. E inizia a seminare anche in terreni diversi. Prende piede la figura di Antonio Decaro, sindaco di Bari, ex renziano ora pontiere con Letta. Come lo stesso Lorenzo Guerini. Tra i pontieri più in vista, l’influente membro del Copasir Enrico Borghi: a metà tra lettiani e gueriniani, Base Riformista chiama Letta. È suo il nome che il Pd farà per sostituire Urso alla presidenza dell’organo di vigilanza sull’intelligence. Ed è il nome di Bonaccini che queste aree (inclusa l’autocandidata De Michele) porteranno al congresso. A sinistra le danze sono aperte.

La novità di Elly Schlein è oggettivamente importante. Intorno a lei fanno già quadrato i punti cardinali della sinistra dem: Gianni Cuperlo, Peppe Provenzano, Andrea Orlando e Pierluigi Bersani, sempre un passo dentro e uno fuori. “Sinistra è chi sinistra fa”, dice Cuperlo-Forrest Gump con una battuta. E dunque fare cose di sinistra, piuttosto che mettersi una targa. I Giovani Turchi di Matteo Orfini sembrano anche loro con Schlein, così come il partito romano: Goffredo Bettini sosterrà la giovane sfidante di Bonaccini. E lo stesso farà Nicola Zingaretti, che con il collega emiliano non ha mai avuto un grande feeling.

Claudio Mancini è imperscrutabile, valuterà più avanti. Roberto Morassut ci fa sapere che propende per Elly, ma non senza sparare una sua cartuccia: al congresso l’ideatore del rebranding dei Democratici vuole presentare una sua mozione. “Più sulle idee e sul programma che sui nomi”, fa sapere. Sulle cose da fare, il punto del congresso è politico. Ritrovare la strada per rinnovare non il partito, ma il Paese. Scegliendo da che parte stare. Un dalemiano che chiede di rimanere dietro le quinte ci sintetizza l’audax quaestio: “Farsi mangiare da Conte o prendere il cianuro di Calenda?”.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.