Dario Ianes è una sorta di voce simbolo nazionale sul tema dell’inclusione scolastica. Docente di Pedagogia all’Università di Bolzano, è il cofondatore del centro studi Erikson, che ha formato, con le sue proposte editoriali, decine di migliaia di docenti in tutta Italia sin dalla sua fondazione nel 1984.

Professore, sui social si è mostrato perplesso in merito alle nuove indicazioni nazionali.
“Perplesso è un eufemismo, sono preoccupato”.

Cosa la preoccupa?
“Innanzitutto il metodo, poco trasparente. Le sembra normale che il ministro abbia dato anticipazioni ai giornali a gennaio, prima della pubblicazione dei documenti, avvenuta solo l’11 marzo? La scuola deve essere inclusa nel processo di discussione”.

E nel merito?
Nel merito, soprattutto per la storia, sembra emergere una concezione autarchica, che nega un’educazione alla complessità planetaria, vera chiave per leggere il mondo di oggi. Vedo quel protezionismo e quella dimensione politico-culturale che ha preso piede in tutte le destre del mondo, un’evoluzione ideologica e non epistemologica della disciplina. E poi, per il resto, mi fa sorridere questa tendenza un po’ retrò del latino e delle poesie a memoria. Sono suggestioni di ritorno a una scuola nozionistica, che mira a formare una testa ben piena più che a una testa ben fatta. Ma più di tutto mi dà fastidio il sottotesto implicito, che qualcuno ha anche esplicitato, e cioè l’idea che sia stato lo sforzo verso una scuola inclusiva ad aver causato questa perdita dei contenuti. La cosa mi dispiace ma non mi stupisce. Del resto in Italia solo due personalità si sono espresse apertamente contro l’inclusione in classe: la prima è Roberto Vannacci, l’altra è Ernesto Galli della Loggia, non a caso il coordinatore della commissione di storia per la revisione dei programmi. Ma non sono tanto loro a spaventarmi…

Cos’altro la spaventa?
Il fatto che comincino a pensarla così anche tanti docenti. Nel 2023 abbiamo fatto una ricerca su più di tremila insegnanti ai quali abbiamo chiesto: “Nella tua vita professionale ti sei trovato a pensare almeno una volta che una vera inclusione non sia possibile”? Ebbene, ha risposto di sì il 47%!

Beh, “almeno una volta”, magari lo avranno pensato in un momento di frustrazione…
Certo, ma quando abbiamo chiesto se sarebbe auspicabile un sistema cosiddetto a tre vie, con classi separate a seconda del grado di disabilità, il 17% ha detto di essere d’accordo. Ed era un campione di docenti sensibili; con un campione più rappresentativo questa cifra aumenterebbe almeno al 20%. Insomma, quasi un docente su cinque vuole le classi speciali.

E questo non la porta a rivedere le Sue certezze in merito all’inclusione?
No, mi convinco sempre di più che sono scoraggiati perché continuiamo a farla male, e che il problema non si risolve con la segregazione, ma con la qualità dell’inclusione.

Cosa farebbe la differenza?
Il vero tasto da toccare è la formazione dei docenti. Per diventare maestro di scuola primaria devo fare cinque anni di università e apprendere discipline che servono effettivamente per insegnare, ma se devo insegnare alle medie o alle superiori di fatto non vengo formato a livello pedagogico, psicologico, metodologico. Tutto questo per non turbare l’idea gentiliana secondo cui il possesso di una materia è ciò che davvero basta per poterla insegnare. Perché, invece, non riflettiamo sul fatto che i risultati italiani della primaria sono ben più alti di quella secondaria, dove il nostro livello si abbassa palesemente?

Docenti di sostegno, come vede la loro condizione? Tante volte, inutile negarlo, il sostegno è un “taxi” per arrivare all’insegnamento nella disciplina…
La vedo malissimo. E’ una crisi che va sempre peggio ed è sempre più strutturale. Lo dico in senso letterale, perché il docente di sostegno è strutturalmente debole, nel senso che, anche se di ruolo, la sua permanenza in una scuola dipende dalla presenza di alunni con disabilità certificata, mentre per gli altri docenti non è così. E’ una condizione di precarietà che penalizza questa figura.

Cosa fare?
Un’azione radicale: bisogna abolire l’insegnante di sostegno, cioè farlo diventare un docente curriculare nell’organico dell’autonomia di una scuola. I più bravi tra loro potrebbero diventare esperti e supervisori, essere chiamati ad affiancare sul campo i colleghi delle discipline nel personalizzare effettivamente – cosa che non accade quasi mai – la proposta didattica. Gli studi dimostrano che la formazione veramente incisiva è il job shadowing, l’affiancamento nel lavoro. Perché non utilizzarli per questo? Innalzeremmo l’offerta formativa portando in campo delle competenze nuove. Del resto, già la legge 517 del 1977 chiedeva di immettere nella scuola insegnanti specializzati sul sostegno ed equipe sociopedagogiche: i primi ci sono, ma queste ultime non si sono mai viste.

La nuova attività di tutor e orientatori messa in campo da due anni da Valditara non sembra però troppo lontana dalla sua idea di affiancamento…
Sì, ma se si vuole prendere sul serio questa azione, bisogna distaccare il docente dall’insegnamento. L’affiancamento di studenti e docenti è un lavoro serio, non può essere il dopolavoro con l’incentivo per docenti già stremati.

Cosa le fa ritenere che sia sempre positiva l’inclusione? Del resto, quelli che lei definisce gli “inclusio-scettici”, spesso portano argomentazioni non ideologiche (come la mancata libertà di scelta dei genitori che vorrebbero scuole speciali, o la maggiore efficacia, per le disabilità più gravi, di questa separazione)…
Il fatto che l’inclusione conviene a tutti, se fatta bene. Se noi organizziamo una didattica cooperativa, laboratoriale, articolando il lavoro e differenziando i livelli, anche gli studenti più capaci saranno valorizzati in questa prospettiva, mentre il ragazzo con disabilità svolgerà compiti semplificati con un progetto su misura per lui.

E in caso di disabilità molto grave?
Ha comunque valore una presenza limitata in classe, dove io, studente con disabilità, respiro l’appartenenza al gruppo. Se loro fanno cose belle, sono lì anche io, e anche se capisco poco, vivo comunque una appartenenza e un senso di vicinanza emotiva a quello che accade. Perché negare tutto questo?