«Napoli deve sfruttare la sua vocazione: la creatività. Oggi, tra fiction e film, questa città offre tantissimo e il prossimo sindaco dovrà realizzare factory dedicate proprio a cultura e creatività. Questo progetto ha uno scopo ben preciso: togliere i ragazzi dalla strada, altrimenti Napoli non ha futuro. Il primo cittadino che vorrei? Di sicuro Gaetano Manfredi»: così lo scrittore Maurizio de Giovanni racconta il presente e prova a immaginare il futuro della sua città natale.

Lei è uno scrittore di successo: quale titolo darebbe a un ipotetico film o romanzo sulla Napoli di oggi?
«La tentazione di dire Mani sulla città sarebbe molto forte, ma non con l’accezione del regista Francesco Rosi, bensì pensando competizione elettorale che c’è oggi a Napoli. Abbandono, però, questa tentazione e rispondo con questo titolo: Città aperta. Roberto Rossellini lo coniò per Roma, ma mi piace di più pensare a Napoli come città aperta perché è un luogo per sua natura accoglie molto più facilmente di quanto sia capace di cacciar via. Mi auguro, quindi, che possa scegliere con equilibrio e visione prospettica il prossimo sindaco perché la competizione elettorale alla quale ci avviamo non è solo l’elezione del primo cittadino, ma del primo cittadino che dovrà gestire flussi di risorse che qui non si sono mai visti ed è un’occasione che la città non può perdere».

A proposito di elezioni, che cosa pensa dei candidati sindaci in campo per Napoli?
«Conosco personalmente tutti i candidati e mi sento molto rassicurato, si tratta di persone perbene e non c’è un candidato al quale guardare come una “iattura” per la città. Anche i toni della campagna elettorale mi sembrano abbastanza composti e che ognuno si stia promuovendo in modo corretto».

Sì, ma di programmi per Napoli neanche l’ombra…
«Sì, sono d’accordo ma credo anche che questa assenza sia dovuta alla composizione eterogena delle coalizioni e che questo si traduca in una difficoltà di identificare i programmi. Penso che dopo l’estate i candidati presenteranno i propri programmi, così i cittadini sapranno che cosa votano al di là di chi votano».

Lei fa ancora parte dei Ricostituenti, uno dei movimenti civici nato nei mesi scorsi per rilanciare il dibattito sul futuro della città?
«No. Ho deciso di lasciare il movimento perché credevo che il lavoro dovesse essere basato su proposte concrete da sottoporre a uno o più candidati disposti a sottoscrivere il nostro programma. Invece ho visto solo un dibattito poco fattuale. Sono io che mi ero fatto un’idea sbagliata, tutto qui».

Chi le piacerebbe vedere alla guida della città?
«Ho deciso di appoggiare Gaetano Manfredi perché credo che rispetto agli altri abbia una maggiore connessione istituzionale e una maggiore rilevanza nei rapporti con la Regione, con Roma e con Bruxelles. E questo è di grande importanza per Napoli».

Quale dovrà essere la priorità dell’agenda politica del prossimo sindaco?
«Togliere i ragazzi dalla strada, senz’altro. Una città che registra oltre il 30% di dispersione scolastica, nella quale un giovane su tre non va a scuola ed è quindi facile preda della criminalità organizzata, non ha futuro. Non è un problema che si risolve solo con politiche scolastiche, ma anche con un piano per il lavoro, facendo un discorso di opportunità, di gestione del tempo. Poi serve senz’altro una risposta e una gestione seria e trasparente dei servizi».

Cosa farebbe per togliere i ragazzini dalla strada e offrire loro un’opportunità?
«Credo che non possa esistere un modello di sviluppo che non tenga conto delle caratteristiche del territorio. La vocazione di Napoli è senza dubbio la creatività. Io realizzerei, quindi, factory della creatività, approfittando del fatto che Napoli oggi è la città prediletta per fiction, film, teatro e musica. Bisognerebbe creare delle scuole di specializzazione nel lavoro televisivo, il che darebbe ai ragazzi più di un’opportunità. Poi bisognerebbe valorizzare la nostra enogastronomia. Sviluppare questi due aspetti fortemente connessi alle nostre caratteristiche, ci aiuterebbe molto».

In quale zona di Napoli realizzerebbe una factory?
«L’ex Nato a Bagnoli è un luogo già predisposto per questo tipo di attività, ma anche Palazzo Fuga, Castel dell’Ovo o la stazione marittima sono location che si presterebbero bene a quest’idea».

I giovani, però, soprattutto a Napoli sono ancora convinti che con la cultura non si mangi. Lei cosa dice?
«Direi innanzitutto che se non ci si prova, non si può dire di non esserci riusciti. Io non ho mai pensato di poter vivere facendo lo scrittore; poi, per caso, a 48 anni mi hanno iscritto a un concorso e da lì è iniziato tutto. Ora, io non sono diventato un genio all’improvviso: quello che so fare, lo sapevo fare pure prima solo che non avevo alcuna fiducia nella mia strana capacità di raccontare storie. Quindi a questi giovani dico: credeteci, altrimenti perché dovrebbero crederci gli altri?».

Che titolo le piacerebbe, invece, per un film sulla Napoli del 2030?
«Non ho dubbi: Napoli milionaria»

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Giornalista napoletana, classe 1992. Vive tra Napoli e Roma, si occupa di politica e giustizia con lo sguardo di chi crede che il garantismo sia il principio principe.