La guerra insanguina ancora una volta la culla delle tre grandi religioni monoteiste. Ebraismo, Cristianesimo e Islam hanno qui il loro cuore, hanno qui la loro “porta del Paradiso”, ma questo è anche il luogo che più facilmente può trasformarsi in un inferno. Lo sanno le vittime innocenti della furia di Hamas, trucidate per la sola colpa di vivere in Israele a ridosso della Striscia di Gaza. Lo sanno i loro cari. Lo sanno gli ostaggi nelle mani dei terroristi. Lo sanno i palestinesi di Gaza, che da giorni vivono sotto le bombe e con un assedio che può trasformarsi in una catastrofe umanitaria. La vita di milioni di persone è appesa a un filo. Così come è drammaticamente appesa a un filo la convivenza tra popoli e religioni.

Quella terra che accomuna fedi che forgiano il destino di gran parte del mondo, in realtà divide, rende tutto complicato, adombra le speranze di una vita normale per tutti coloro che nascono e vogliono vivere in pace in Israele così come nei territori palestinesi. In questa continua tensione, in questa angoscia e in questo nuovo (ma purtroppo antico) stato di guerra, la comunità cristiana vive una situazione ancora più difficile. Lontani dall’attenzione mediatica, che si concentra come ovvio sullo scontro che divide le due più numerose componenti dello Stato ebraico e dei territori palestinesi, i cristiani vivono una condizione a dir poco complessa. Subiscono le conseguenze del conflitto come tutte le altre componenti della società che calpestano quella stessa “terra santa”. Considerano Gerusalemme città santa alla pari delle altre due confessioni monoteiste, e allo stesso tempo hanno gli anticorpi per evitare che l’estremismo prenda il sopravvento.

È proprio in questo fragile equilibrio che opera Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini e da poco cardinale per volontà di Papa Francesco, che lo ha investito della porpora nell’ultimo concistoro.

Monsignore, l’ordine è stato chiaro: evacuare il nord di Gaza in 24 ore. Cosa ha pensato in quel momento?
«La situazione è molto difficile ed è impensabile che più di un milione di persone lascino le proprie case. La Striscia di Gaza è chiusa, i valichi sono chiusi, non c’è acqua, non c’è luce. Le persone non sanno dove andare. Senza corridoi umanitari è impossibile fuggire».
Hamas ha compiuto un attacco senza precedenti. Israele pensa che dopo l’operazione Gaza non sarà più come prima. È il punto di non ritorno per la regione?
«Spero di no. Quanto abbiamo visto nel Sud di Israele è un orrore inaccettabile. E onestamente non so cosa aspettarmi. Non ho mai visto una durezza di cuore e un odio così radicati ovunque. Bisogna accettare la realtà, bisogna partire da questo: ci sono cinque milioni di palestinesi e oltre nove milioni di israeliani. Non si può rinunciare a questo sperando che una delle due componenti sparisca».
C’erano segnali di questa escalation?
«La violenza era in aumento e avevo avvertito il pericolo. C’è grande stanchezza, sofferenza, mancanza di dialogo e nessun negoziato concreto. Ma nessuno prevedeva una cosa del genere».
Sono stati commessi degli errori?
«Gli errori compiuti sono stati molti. Tra questi l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e l’intervento di potenze esterne nella Striscia di Gaza che ha solo peggiorato la situazione. Purtroppo, le mie sono parole che possono essere fraintese e magari non piaceranno a molti, ma finché la questione palestinese non sarà affrontata per davvero dando una prospettiva chiara, non ci sarà pace e non ci potrà mai essere pace in questa terra».
Come si sente da Patriarca di una comunità cristiana in balia della guerra?
«Personalmente, il compito più difficile ora è soprattutto per tenere insieme l’unica comunità cattolica, che è fatta di israeliani e di palestinesi. Provo a trovare un linguaggio comune, ma so che posso sbagliare e non essere compreso. In questo momento è difficile che l’emozione faccia un passo indietro rispetto alla ragione. Lo capisco, è una fase di pura emotività di fronte alla violenza, non facile da gestire. C’è bisogno di tanta forza interiore per stare di fronte a queste situazioni con il distacco necessario».
E immaginiamo questo si veda tutti i giorni..
«La frattura è profonda. Qui a Gerusalemme percepisco che l’odio ormai si è insinuato nei rapporti tra israeliani e palestinesi e sta nutrendo la vita di tutti i giorni. Il nazionalismo si è fuso con l’estremismo religioso: ora è normale sentire parlare di religione quando si discute di guerra».
Sta provando a tenere contatti con le altre fedi vista l’importanza di questa terra per le tre grandi religioni monoteiste?
«Sto parlando con tutti, con le altre comunità cristiane, naturalmente, ma anche con esponenti della comunità ebraica e musulmana per quanto possibile».
C’è una via d’uscita?
«Noi dobbiamo fare di tutto per riunire le persone di pace, per tenere insieme le persone che amano la pace. Perché arriverà il loro momento e saranno fondamentali».

La parola d’ordine del patriarca è “pace”, per la quale il cardinale ha chiesto anche di organizzare una giornata di preghiera e digiuno per il 17 ottobre alla quale hanno aderito non solo la Conferenza episcopale italiana ma anche molte associazioni cattoliche. “Si organizzino momenti di preghiera con adorazione eucaristica e con il rosario alla Vergine Santissima. Probabilmente in molte parti delle nostre diocesi le circostanze non permetteranno la riunione di grandi assemblee. Nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nelle famiglie, sarà comunque possibile organizzarsi per avere semplici e sobri momenti comuni di preghiera” ha chiesto monsignor Pizzaballa nel suo messaggio. Un’esortazione che ha il sapore del raccoglimento e della speranza in un momento drammatico per la popolazione israeliana, per quella palestinese, e che rischia di incendiare anche il Medio Oriente e il resto del mondo. E il lavoro del Patriarca di Gerusalemme diventa ora quello difficilissimo di parlare di pace quando tutto sembra andare nella direzione opposta.