Un giorno vincerai il Pallone d'Oro
Kvaratskhelia, il buono guaglione che parlava con i piedi e passava attraverso gli avversari: il 77 e i sogni che non esistono
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In una vita precedente mi piace immaginarti come Mia. A lavorare come cameriera in un caffè. Entrambi con un talento invidiabile. Lei, una meravigliosa attrice. E tu, destinato a diventare un genio del pallone. Il destino ha voluto che ti esibissi nel nostro, di teatro. Lo stadio Maradona di Fuorigrotta. Un po’ malconcio e trascurato, è vero. Ma con un fascino fuori dal comune. Il fascino che solo quello stadio, che del Dio del pallone porta il nome, può e sa esercitare.
Sei entrato in scena tacitamente. Con la testa in giù, a denotare un carattere timido, e lo sguardo pulito tipico del “buono guaglione”. Senza spiccicare una parola. Parlavi con i piedi, però. Incantavi, a dire il vero. Ricordandomi il giorno in cui Pino Daniele, in un concerto a Pescara nel 1980, rispose a chi gli intimava di “imparare a parlare”, con un perentorio: “nun fa niente parlà.. l’importante è sapè sunà” (non fa niente parlare, l’importante è saper suonare, ndr). Tu suonavi con i piedi, Kvicha. E che melodia. Talmente soave da zittire ogni singolo stadio d’Italia e d’Europa. E noi tutti come James Senese, a fargli il dito medio. Senza saper bene come pronunciare il tuo nome. E a ballare, insieme a te, su quelle note. Così come Mia e Sebastian, all’Osservatorio Griffith.
“Passare attraverso”
Hai rivisitato il concetto di “passare attraverso”, regalando un neologismo alla treccani. Che fossero in due, tre o quattro a provare a toglierti il pallone, tu trovavi il modo di uscirne. Con un incantesimo degno del miglior mago di Hogwarts. Ed io mi stropicciavo gli occhi. Esattamente come un bambino che scopre la magia per la prima volta. Il 4 Maggio del 2023, quel bambino ha realizzato un sogno. Il sogno. Uno di quelli che si sussurrano a bassa voce per tutta la vita. Un po’ per paura, un po’ per scaramanzia. Ed è anche e soprattutto grazie a te. Tu che quella notte ci hai messo un diamante al dito. Senza mai prometterci che sarebbe stato per sempre. Ma quell’attimo, Kvara, quell’attimo è destinato all’eternità.
Un giorno vincerai il Pallone d’Oro
Poi, così come per Mia, è arrivato il provino decisivo. Parigi. Certo, una camiseta tutta blanca ti avrebbe donato di più. Quella, si, sarebbe calzata a pennello. Ma non è più il tempo della fascinazione, Kvicha. E nemmeno quello in cui pensare che a gennaio da primi in classifica è meglio aspettare. È giunta l’ora di guardare in faccia la realtà. Napoli non si chiama Sebastian, e non è un pianista jazz. E tu, per quanto eccezionalmente affascinante e talentuoso come lei, non sarai mai Mia. La La Land è soltanto un film. Meraviglioso, ma pur sempre un film. Ha vinto 6 premi Oscar così come tu, un giorno, vincerai il pallone d’oro. Ma lo farai lontano da qui. E chissà che, a distanza di anni, i nostri sguardi non possano reincontrarsi ancora. In un’altra vita, magari. Ma pur sempre innamorati. Malinconici, e innamorati.
Le bandiere della Georgia, il 77 e i sogni che non esistono
Chissà che fine faranno, tutte quelle bandiere della Georgia. E quel 77 che non avrà più un padrone.. ‘O core nun tene padroni”. Già. Chissà se Diego ti ha sussurrato qualcosa, la scorsa stanotte, quando sei passato a salutarlo. E chissà se avremo ancora il coraggio di cantare quella canzone di Tropico, nei sabati sera passati con una birra in mano a guardare il mare. Ma forse anche lui sapeva come sarebbe andata a finire. L’aveva scritto: “non esiste amore a Napoli”.
Stamattina ho visto l’alba a Marechiaro. In macchina, nella strada verso casa, ho scartocciato un bacio perugina. Sul bigliettino c’era scritto esattamente quello che temevo. “Sono le 7:07. È ora di smettere di credere nei sogni”.
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