Certe voci non si possono silenziare. Sì, certo: possono essere aggredite e uccise, ma restano per la memoria di tutti.  Sono voci che si depositano nella memoria collettiva come pietre su cui inciampare o, se si ha coraggio, da raccogliere per edificare.

Era proprio il 24 marzo del 1980 quando il vescovo martire Óscar Romero veniva colpito a morte da un cecchino, colpevole di aver osato fare ciò che molti avevano rinunciato anche solo a pensare: denunciare, a viso aperto e in nome del Vangelo, le violenze, le ingiustizie e le complicità di un potere che, in nome dell’ordine, faceva scempio della vita e della dignità dei poveri. Non fu una morte improvvisa, ma l’esito previsto e consapevolmente accettato, come quando, pochi giorni prima, egli stesso aveva scritto nei suoi diari:

«…sono nella lista di quelli che verranno eliminati… ma la voce della giustizia nessuno potrà più ucciderla».

Nel 2010 le Nazioni Unite hanno scelto di legare a questa data la Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime chiamata anche Right to truth Day. Un’occasione per riflettere sul  senso profondo di quella parola che oggi è tornata fragile ovvero la veritàAlla luce di questi ipertrofici tempi social (pensiamo a quello “privato” di Trump, chiamato paradossalmente “Truth”)  – in cui il vero e il fake, il presunto e il preconcetto, i fatti e le opinioni si mescolano in misture spesso maleodoranti –  abbiamo bisogno di “dare senso alle cose”, di discernere e vederci chiaro. Perché chi ha subito un’ingiustizia, chi è stato oggetto di violenza e tortura, oppressione o indifferenza, non chiede soltanto giustizia, ma cerca prima di tutto riconoscimento, cerca di “essere visto”. Non invoca la vendetta, ma la possibilità che la propria sofferenza venga detta, compresa, ascoltata senza manipolazioni; che la propria storia non venga cancellata o distorta; che il proprio dolore non sia una nota a piè di pagina, ma parte del testo.

In questo orizzonte, la dichiarazione Dignitas infinita (2024) offre un contributo potente affermando senza timore che la dignità dell’essere umano è ontologicamente fondata, inalienabile e infinita, e che non può mai essere cancellata – nemmeno dalla colpa, dalla debolezza, dalla malattia o dall’emarginazione. Una dignità, dunque, che non dipende dalle capacità, dalle condizioni sociali, dalle scelte o dai giudizi altrui, ma che precede ogni altra cosa, poiché radicata nell’essere stesso della persona, credente o no. Ciò detto, vengono denunciate con lucidità le numerose ferite aperte che oggi continuano a negare questa dignità: la povertà estrema, le guerre, la tratta di esseri umani, le violenze contro le donne, gli abusi sessuali, la discriminazione delle persone con disabilità, l’emarginazione dei migranti, ma anche alcune derive culturali che trasformano l’umano in funzione, prestazione o desiderio assolutizzato.

Riconoscere la dignità significa, allora, risalire alla radice di un umanesimo autentico, di cui oggi abbiamo urgente bisogno, per riscoprire una verità originaria che non chiede di essere concessa, perché non può essere tolta. È proprio qui che la figura della vittima assume il suo ruolo più destabilizzante e decisivo: perché mostra ciò che la società preferisce nascondere, costringe a guardare ciò che si vorrebbe evitare, rompe l’illusione di una giustizia astratta e obbliga a fare i conti con la carne del dolore. In questo senso, come ricorda Hannah Arendt nella sua analisi della banalità del male, la vittima è colui che non appartiene più al mondo, perché il mondo ha smesso di riconoscerlo. Ed è in questa frattura – tra ciò che si è vissuto e ciò che non viene più riconosciuto – che nasce il bisogno di verità: non come esercizio storiografico o procedura giuridica, ma come restituzione simbolica, come ricucitura dell’identità lacerata, come gesto di giustizia che precede ogni tribunale.

Le testimonianze di Romero e tanti altri (sto pensando ai martiri della legalità come Falcone, Borsellino, Livatino, don Puglisi, o ai martiri del libero giornalismo come Mauro De Mauro, Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Jamal Khashoggi, Anna Politkovskaja) convergono nel ricordarci che non c’è fede senza impegno per la dignità e, più laicamente, che il diritto alla verità non è un’istanza retorica, ma la condizione stessa per una società capace di riconoscere le proprie ferite e di non ripeterle.

Se non si ascoltano le vittime, se non si dà loro voce, se non si restituisce loro uno spazio di esistenza e di parola, allora la civiltà intera si regge sull’oblio e sull’impunità. Oggi, mentre nel mondo nuove forme di violenza e nuovi crimini contro l’umano si consumano spesso nel disinteresse o nella giustificazione cinica del potere, il grido delle vittime – di ieri e di oggi – continua a levarsi, a volte flebile, a volte feroce.  E a ogni coscienza ancora vigile, la vittima continua a chiedere: guardami, sono io!

E tu, sei disposto a non distogliere lo sguardo?

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classe '76, docente al liceo e giornalista, si affida a questo mantra: l’occhio vede, la mente ordina, ma è il discernimento a stabilire il senso"