Esteri
La sentenza sull’immigrazione in Francia: Macron e il Conseil argini del sistema

Non si può capire bene e neanche valutare in modo equilibrato la sentenza del Consiglio costituzionale francese senza capire anzitutto le premesse politiche fondamentali, al di là dei singoli dettagli.
Il Governo ha avvertito la necessità di varare una nuova legge sull’immigrazione, in particolare su impulso del Ministro dell’Interno Darmanin, ma l’esecutivo ha solo una maggioranza relativa all’Assemblea nazionale, il ricorso alla procedura molto favorevole dell’articolo 49.3 è stato limitato dalla revisione costituzionale del 008, ed è in minoranza al Senato. Di solito, alla fine, il problema è superabile perché l’Assemblea può prevalere sul Senato e le forze alla destra e alla sinistra della maggioranza non si possono sommare tra di loro.
Stavolta però le cose sono andate diversamente a causa di due passaggi decisivi
Il primo si è verificato l’11 dicembre: prima che la maggioranza potesse modificare il testo sbilanciato a destra proveniente dal Senato, destra e sinistra (da Le Pen a Melenchon) hanno votato una pregiudiziale su cui per cinque voti hanno battuto la maggioranza. Una scelta razionale per le forze di destra e di estrema destra che, stanti i rapporti di forza in Parlamento, avrebbero a quel punto imposto un compromesso più sbilanciato a loro favore alla maggioranza ed invece autolesionista e del tutto a perdere per la sinistra.
Per uscirne, infatti, il Governo, dopo quel passaggio, poteva solo ricorrere alla Commissione mista paritetica, l’organo di conciliazione dove un testo poteva passare solo col consenso della destra che al Senato è maggioritaria, stante il carattere appunto paritario dell’organo. Il 19 dicembre le due Camere hanno approvato il testo redatto dalla CMP. Un testo molto rigido che larga parte della maggioranza macroniana considerava in più punti incostituzionali (ed infatti essa ha avuto qualche defezione), ma che essa ha accettato con la riserva mentale che ci avrebbe pensato poi il Conseil a eliminare le parti che aveva dovuto digerire per forza. Infatti, prontamente, oltre ai due ricorsi preventivi depositati da 60 deputati e 60 senatori della sinistra che non avevano votato a favore della legge, hanno fatto altresì ricorso anche il Presidente della Repubblica (evento rarissimo) e la Presidente dell’Assemblea Nazionale, anch’essa appartenente alla maggioranza.
Questa manovra, un po’ machiavellica (che di per sé non sarebbe stata necessaria perché ci sarebbero comunque stati i ricorsi delle sinistre, ma servivano a mandare un segnale alla sinistra del gruppo macronista) in sostanza affidava al Conseil il compito di amputare il testo delle parti non volute dalla maggioranza relativa ripristinando di fatto il testo voluto dal Governo, è stata criticata da varie parti, compresi alcuni costituzionalisti, però non si capisce bene quali avrebbero potuto essere le soluzioni alternative. In fondo la prima manovra machiavellica era stata quella delle opposizioni che si erano sommate in modo tattico, pur volendo andare nel merito in direzioni opposte.
La sentenza del Conseil: il ritorno sostanziale al testo originario del Governo
A questo punto entra in campo il Conseil il quale, a mio avviso con grande abilità, più che ricorrere a censure di merito, per incostituzionalità del contenuto di varie parti della legge, con uno scontro duro contro la destra e l’estrema destra, tranne un caso specifico piuttosto inquietante (le identificazioni senza consenso di stranieri da parte della polizia di cui all’articolo 38 della legge) se l’è cavata facendo saltare moltissimi contenuti della legge invocando l’estraneità di materia degli emendamenti introdotti rispetto al testo originario. Quelli che loro chiamano “cavalieri legislativi” e che forse noi potremmo chiamare emendamenti matrioska. Per i dettagli delle norme bocciate si veda il testo della sentenza: basti qui richiamare che tra di essi rientrano le limitazioni ai ricongiungimenti familiari e i requisiti di cinque anni per alcune prestazioni sociali.
Qui va chiarito un punto: fino alla riforma del 2008 sulla base dell’articolo 45 della Costituzione il potere di emendamento era rigidamente delimitato a contenuti in legame diretto col testo; allora, per valorizzare il Parlamento, si precisò invece che il legame avrebbe potuto essere anche indiretto. Tuttavia è evidente che mentre il concetto di legame diretto si presta meno a interpretazioni, quello di legame indiretto è estremamente fluido. Il Conseil è quindi in grado con questo strumento, stringendo o allargando le maglie, di far saltare molte norme con una motivazione più prudente, di fatto rinviando alla responsabilità del legislatore, di riproporle in un’altra legge più avanti. Crea così di fatto un dialogo col legislatore. ll Conseil dice di averlo fatto sula base di una “giurisprudenza costante”, ma la verità è un po’ più complessa, nel senso che la costanza è associata a un ampio margine di apprezzamento. E’ criticabile per opportunismo, come sostiene qualche costituzionalista francese, o sta dando invece prova di prudenza? Propenderei per la seconda tesi.
In altri termini, col ritorno al testo originario del Governo, Macron sul piano politico e il Conseil su quello giuridico, hanno a mio avviso svolto bene il ruolo di argini del sistema, hanno fatto scendere i cavalieri dal cavallo.
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