Una infanzia difficile, i furti e poi il carcere: lì nasce l’amore per il teatro
La storia di Peppe, da delinquente a drammaturgo: “Sono cambiato e ora sono l’uomo più ricco del mondo”

Lo chiamavano “Pepp ‘o Biondo” ed era il terrore delle banche, ne ha rapinate a centinaia. Ora Peppe De Vincentis, napoletano, è uno scrittore, attore e drammaturgo. È come se avesse vissuto due vite: la prima segnata da illegalità e violenza, nella seconda l’arte e il bello hanno trionfato. La sua è stata una vera e propria catarsi. La sua vita è la testimonianza vivente che cambiare si può, soprattutto se vengono date le occasioni per cambiare come è successo a Peppe che in carcere ha trovato la forza e il modo di cambiare vita.
La Storia di Peppe De Vincentis
“Io non sono mai stato un uomo di strada, un criminale – ha raccontato Peppe – Si ho rubato, rubato e rubato ancora. Adesso sono un drammaturgo. Oggi vivo nella più squallida povertà, ma sono talmente ricco che manco lo immaginavo di avere tutte queste cose. I soldi non sono mai serviti. Se lo avessi capito allora, sarei l’uomo più ricco del mondo oggi”.
A spingere Peppe a “fare il monello” è stato il morso della fame. “Per mangiare dovevo rubare – continua il suo racconto – All’inizio prendevo gli avanzi da terra, nei cestini, quello che rimaneva sui tavoli nei ristoranti. Ma non bastava. Ero un bambino e ho cominciato a fare piccoli furti. Per vestirmi salivo suoi balconi per rubare gli abiti. Li indossavo che erano ancora bagnati ma almeno erano puliti”.
Originario dei quartieri spagnoli, da bambino è stato trapiantato nelle baracche di Cavalleggeri a Fuorigrotta. Aveva 5 anni e in quelle baracche non c’era nulla, nemmeno l’acqua corrente, scuola, chiesa assistenza sociale, “Eravamo abbandonati a noi stessi”, dice. Sua mamma morì che aveva 30 anni. “Non mi sono potuto permettere l’adolescenza, ho iniziato a sognare che ero già anziano, sin da bambino ho avuto solo incubi che mi sono provocato anche da solo”, ricorda, ammettendo di essere stato l’unico artefice delle sue scelte sbagliate.
Poi il trasferimento a Secondigliano che all’epoca era un quartiere nuovo e pieno di alberi. Peppe a scuola ci è andato poco e niente. Rimasto con il padre e la sua compagna, a 10 anni lavorava già come barista. “Ma i sodi non bastavano: la compagna di mio padre si prendeva quello che guadagnavo e lui spesso mi picchiava. Non ce l’ho fatta più e sono andato via di casa”.
“Ho conosciuto persone sbagliate e ho cominciato a rubare auto, poi nei negozi e man mano anche banche e poste, dove c’erano veramente i soldi – continua il racconto – Non avevo mai avuto soldi e quando arrivano tutti insieme si affoga. Non li sapevo gestire, ne ho fatti tanti ma li buttavo via come se non fossero niente perché non li avevo guadagnati. Dico che sono stato un delinquente ma mai un criminale: non ho mai voluto fare del male a nessuno. Se potevo aiutare, a modo mio, aiutavo”.
L’esperienza in carcere
Peppe è finito in carcere che era ancora un ragazzo. Il suo inizio è stato traumatico. Avevo 19 anni, ero un ragazzino – racconta – un uomo venne accoltellato nella mia cella. Rimasi scioccato. Mi ci vollero diversi mesi per riprendermi. È una situazione a cui poi però ci si abitua. Sono uscito dopo tanto tempo. Pensavo che il carcere mi avesse messo paura e invece ne sono uscito più forgiato ancora”.
Per Peppe il carcere è stata un’università del crimine, ci ha trascorso una trentina di anni. Lì ha conosciuto pezzi grossi della criminalità. “L’ultima detenzione che ho fatto, dico, ho detto e dirò sempre di essere innocente. L’unica cosa che dovevo pagare era la mia reticenza, non avrei mai fatto i nomi di chi è stato e ho scontato 12 anni da innocente”.
E qui che avviene il suo cambiamento radicale. Peppe ‘o biondo cominciò a lavorare in carcere facendo anche i lavori più umili. “Non ho avuto la metamorfosi per paura – racconta Peppe – Ma una presa di coscienza. Sono anche finito al manicomio e lì ho iniziato a pensare e a capire. Poi le lacrime dei miei figli…era un prezzo troppo grande da pagare”.
“In carcere si può cambiare solo se lo vuoi”
“Il carcere non contribuisce a cambiare la gente – dice con amarezza ma convinzione – Non dà nessuna educazione, forgia solo alla violenza perché è solo restrizione. In qualsiasi carcere c’è anche un solo corrotto è il carcere più vigliacco che c’è. Picchiano i detenuti, io stesso le ho prese. Chi però vuole cambiare in se stesso, deve guardare il carcere non come te lo propongono, ma come io ho voluto guardarlo: il carcere per imparare a studiare, per fare teatro, per uscire dalla malvita. Ma deve essere il detenuto a farlo perché le strutture, le istituzioni, non danno niente per farlo”.
Così Peppe in carcere ha cercato e accolto le possibilità come la formazione. Prima con il corso di arte presepiale, dove ha scoperto di avere un vero talento che non si aspettava e poi il teatro. “Andai al corso e me ne innamorai in 10 minuti – continua – Ho cominciato a scrivere copioni. La prima recita è stata a Benevento messi in scena dai docenti che mi insegnavano il teatro. Da allora non mi sono più fermato a scrivere”. Peppe è uscito dal carcere grazie al teatro. È andato a vivere nel teatro dei suoi insegnanti: “Io un delinquente che porta le chiavi del teatro…dove ci sono anche gli incassi…mi fu data fiducia…mi sentiii finalmente fiero di me”.
Le condizioni umane in carcere fa la differenza
A fare la differenza per Peppe probabilmente è stata anche quella umanità dei direttori e degli agenti penitenziari che ha incontrato nella sua ultima detenzione. Peppe ha raccontato la sua storia in un libro dal titolo “Il campo del male” ed è stata raccontata anche nel film documentario “La Conversione” di Giovanni Meola.
“Ora amo scrivere e amo fare l’attore e amo anche fare un’altra cosa: davanti ai boss e ai malavitosi ai ragazzi dico ‘non vi mettete con questa gente, non sono buoni’. Se posso scipparne qualcuno alla malavita, e un paio li ho scippati, sono felice. Ora stanno lavorando onestamente, li incontro per strada e ci abbracciamo. Uno di loro si chiama Armando, vive a Secondigliano e oggi fa il pizzaiolo. Prima vendeva la droga. Non la vende più”.
© Riproduzione riservata