Non l’hanno ereditata, non poteva essere annoverata tra le ricchezze del testamento dal quale i tre figli illegittimi di Eduardo Scarpetta erano stati lasciati fuori. Vale più di suppellettili in oro, dei palazzi signorili, del denaro: è l’arte. La tenda di velluto rosso, le tavole in legno del palcoscenico, la voce, l’ironia dirompente che li salvava dalle lacrime. Loro ce l’avevano nel sangue. Al di là del cognome. “Non t’ho dato il cognome, e tu m’hai rubato l’arte” dirà prima dell’ultimo inchino lo Scarpetta padre a quel figlio Eduardo che mai riconobbe.

Quel figlio che portò il cognome De Filippo e fece la storia, una storia iniziata secondo i canoni della tragedia greca di Eschilo e Sofocle, un dramma che diventa farsa quando i tre figli “di nessuno” decidono di mettere su una compagnia teatrale e che nell’ultimo atto si trasforma in rivincita, in riscatto, in grido di dolore per dire, rubiamo le parole a Eduardo, “I figli so’ figli e so’ tutt’eguale”. Eduardo, Peppino e Titina rivivono nella pellicola del regista pugliese Sergio Rubini nel film che non poteva che chiamarsi semplicemente “I fratelli De Filippo”, non servono grandi aggettivi quando si porta in scena la storia di una famiglia, che è diventata la storia del teatro novecentesco e infine la storia di una città. Tutti in piedi ieri al teatro San Carlo per la prima del capolavoro firmato Rubini e interpretato dagli attori Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel, nel ruolo di Titina. Nella stessa sala dove Eduardo nel 1945 debuttò con “Napoli milionaria” (mai come in questo momento vorremmo che fosse davvero così con un bell’intervento nella Finanziaria di dicembre) c’erano il sindaco Gaetano Manfredi, il presidente della Camera Roberto Fico e la Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Tutte le istituzioni presenti per rendere omaggio a un’istituzione di Napoli: i fratelli De Filippo. I tre figli illegittimi di Eduardo Scarpetta, nati da una liaison, illegittima anch’essa, con la nipote della moglie, la sarta Luisa, vivono nella Napoli degli anni ’30. I tre chiamavano il re Scarpetta “Zio”, vivono camminando sempre sul quel confine immaginario ma chiarissimo che li separava dagli altri figli, quelli che invece erano stati voluti, che portavano il suo cognome e che lui nel film chiama “core mio”. Conoscono la loro condizione di “figliastri”, ne respirano ogni difficoltà, i loro vestiti sono impregnati di ingiustizia ma se la scrolleranno di dosso quando con gli stessi abiti saliranno sul palcoscenico, rivoluzionando il teatro napoletano di inizio Novecento.

«I miei fratelli De Filippo non hanno nulla di monumentale – racconta Sergio Rubini – sono trasgressivi, sono dei rivoluzionari con la voglia di cambiare le regole del gioco, di cambiare il teatro, ma soprattutto con la voglia di affermarsi. Partono da una condizione di svantaggio e quindi hanno tanto talento, ma conoscono bene sangue, sudore e lacrime – continua – È un film a lieto fine, penso che il lieto fine sia un atto di coraggio perché indica una strada. Questi tre ragazzi ce l’hanno fatta mentre c’era la guerra ed è quello che dobbiamo fare noi che siamo alle prese con la pandemia: uscire da questo momento e con la parte sana del Paese ribaltare questa condizione di difficoltà». E di quell’Eduardo spesso descritto come un uomo “gelido”, Rubini ha un’altra opinione: «Eduardo – confessa il regista – è il personaggio più complesso, spesso lo facevano coincidere con un personaggio molto cupo, che metteva un diaframma con le persone, ho cercato di spiegare che un autore ha il compito delle volte di isolarsi, di stare fuori dal palcoscenico della vita, deve poterla guardare dall’esterno – continua – quella solitudine, quel gelo di cui appunto Eduardo parlava è il gelo dell’autore che è condannato a non essere insieme agli altri attori della vita per poterla raccontare».

E questa storia di tre ragazzi che avevano un destino già scritto ma hanno avuto il coraggio di ridisegnarlo a modo loro, ha scelto di raccontarla il produttore Agostino Saccà: «Quando ho scoperto la storia segreta dei De Filippo mi sono venuti i brividi – racconta il produttore – La loro è una storia epica, è la vita di tre ragazzi il cui destino era segnato perché erano dei bastardi di un grande drammaturgo che li aveva condannati a svolgere dei lavori servili e invece con coraggio e fatica si sono riscattati, si sono vendicati e facendo questo hanno fatto la più grande rivoluzione culturale del Novecento italiano – continua – Con loro è nato il neorealismo e la commedia all’italiana e ancora oggi Eduardo è il terzo drammaturgo più rappresentato al mondo. Questa è una storia di ferite, riscatto e vendetta. E quindi è cinema, cinema puro».

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Giornalista napoletana, classe 1992. Vive tra Napoli e Roma, si occupa di politica e giustizia con lo sguardo di chi crede che il garantismo sia il principio principe.