Vi sono alcune emergenze che impattano con immediatezza sulla vita di una collettività: oggi è la pandemia, ieri sono stati i terremoti, le inondazioni, gli uragani, etc. Sono le emergenze che si impongono da sole all’attenzione di tutti per la forza devastante con cui sconvolgono la vita di un popolo o di una comunità. Il tempo che intercorre tra il fatto scatenante e gli effetti è così breve che tutti, anche i più sprovveduti, sono in grado di cogliere il nesso tra causa ed effetti. Vi sono altre emergenze che non si presentano con la medesima immediatezza nel rapporto tra causa ed effetti.

Questo ha bisogno di tempo per manifestarsi: si pensi ai tagli indiscriminati che, specie nell’ultimo decennio, ha subito in Italia la sanità. L’emergenza si manifesta in tutta la sua gravità oggi, di fronte agli oltre cinquantamila morti per Covid, che un sistema sanitario solido ed efficiente avrebbe grandemente ridotto. Ma mentre i tagli avevano esecuzione è mancata una consapevolezza collettiva del fatto che con essi sarebbe maturata una emergenza. Si tratta di quelle vicende alle quali il mondo dei like è poco sensibile, ma che dovrebbero essere il terreno di elezione della buona politica.

Ebbene, oggi, sta maturando un’altra emergenza, forse ancora più grave, che il mondo della pretesa buona politica mostra ancora una volta di ignorare. L’emergenza è quella dell’ottenimento e poi dell’utilizzo dei fondi europei che vanno sotto il nome corrente di Recovery fund. Senza insistere sui toni trionfalistici usati quando in sede europea fu raggiunto l’accordo e senza indugiare sul percorso ad ostacoli che ancora deve essere superato per la definitiva approvazione, la questione presenta con drammatica urgenza due versanti. Il primo riguarda la circostanza che ad oggi non si ha neppure una lontana idea di quale sia il contenuto dei piani che l’Italia deve presentare per ottenere i fondi. Su questo tema ha già scritto Giuliano Cazzola nel numero del 20 novembre scorso.

Qui merita aggiungere solo due notazioni. La prima è che gli altri paesi che hanno grande bisogno di quei fondi (Spagna, Portogallo e Francia) hanno già presentato i piani di spesa a Bruxelles. La seconda è che, nel momento in cui si immagina una spesa tale da incidere profondamente sul modello di sviluppo del paese, quei piani andrebbero discussi se non con le opposizioni, certamente con le forze vive del paese: sindacati, imprenditori, università, etc. Presentarli all’ultimo minuto significa non volersi confrontare con il paese.

Il secondo versante ancora più delicato riguarda la circostanza che il debito, che si sta mostruosamente espandendo a vista d’occhio, graverà sulle generazioni future. Questo aspetto dovrebbe imporre una attenzione spasmodica sulla qualità di tale debito. Per usare le parole di Draghi, bisognerebbe chiedersi ogni momento se si tratta di debito cattivo, perché improduttivo, o debito buono, in quanto destinato a favorire il lavoro e lo sviluppo delle nuove generazioni, quelle che dovranno ripagarlo. Ma in questo momento non si può essere che pessimisti: non si intravede neppure un abbozzo di progetto di futuro, mentre zampillano a pioggia bonus e banchi a rotelle.

La Presidente della Commissione Eu ha voluto dare a questi fondi un nome che ne sottolinei l’utilità per le nuove generazioni: Next Generation Eu. Ma per i giovani italiani rischiano di essere solo un incubo: un debito da ripagare senza averne beneficiato. Ed allora diventa inevitabile porsi un quesito. La politica che vive di like certamente non si dà carico di questi problemi. Ma la politica che si fregia del merito di riuscire a guardare lontano dove si è nascosta? Per essere più espliciti, il Capo dello Stato ed il Partito Democratico dove sono?