Se è dolce il Natale per la dottoressa Paola Navone, ex direttrice sanitaria dell’ospedale ortopedico di Milano Gaetano Pini, assolta in appello alla vigilia, decisamente amarognolo è stato per il pm Eugenio Fusco, smentito nella sua ipotesi, e non è la prima volta. Perché è lo stesso pubblico ministero che aveva contribuito a portare a processo Roberto Maroni per due episodi che non erano reati, ma neanche semplice malcostume o segnalazione che il codice penale ormai definisce “traffico di influenze”. Erano semplici atti di ordinaria amministrazione, tranne per chi non abbia nello sguardo sempre e comunque il reato.

La dottoressa Paola Navone era stata posta agli arresti domiciliari nell’aprile del 2018 per corruzione. Era il direttore sanitario di un polo nell’eccellenza dell’ortopedia milanese, il Cto-Gaetano Pini. L’inchiesta, condotta dal pm Cristian Barilli e dall’aggiunto Eugenio Fusco, riguardava l’acquisto da parte degli ospedali Cto-Pini e Galeazzi di presidi ortopedici, in particolare di un dispositivo sanitario anti-infezione creato da due medici, finiti pure loro nell’inchiesta. La direttrice sanitaria era stata accusata di corruzione per aver accettato in dono un cesto di tipo natalizio del valore di trecento euro e per aver partecipato a tre convegni come relatrice, senza compenso ma con il rimborso del viaggio. Si potrebbe non crederci, ma l’accusa era tutta qui.

Pure, nelle parole del pm, la dottoressa veniva definita come “un soggetto indispensabile e attraente per via dei suoi appoggi…”. E tra le “utilità ricevute” non erano considerate solo quelle materiali, come un cesto o un rimborso del viaggio, ma anche, in aggiunta, quelle più impalpabili, come “l’interesse ad affermarsi professionalmente” della dottoressa. Corrotta e carrierista! Fatto sta che da quel giorno di aprile del 2018 la vita di un affermato sanitario con brillante carriera finisce nel cestino della carta straccia. Licenziata e processata, con l’umiliazione di vedere come parte civile l’ospedale Cto-Pini, l’Ordine provinciale dei medici e la Regione Lombardia, tutti a chiedere il risarcimento anche per il danno d’immagine. Il mondo che ti crolla addosso. Il giorno prima hai tutto, sei stimata e di buon umore, e racconti al telefono alla figlia della gentilezza di chi ti ha regalato il famoso cesto, e non sai di aver commesso peccato e reato. Non sai che ti ascoltano e deducono. E così finisci in quel vortice su cui potremmo ormai riscrivere l’intero vocabolario dei “casi” dalla A alla Z.

Passano due anni dal giorno dell’arresto e il 3 marzo del 2020 Paola Navone viene condannata dalla decima sezione del tribunale di Milano, pur con l’attenuante della “lieve entità del fatto”, a due anni e mezzo di carcere. Nei suoi confronti è disposta anche la confisca di 5.000 euro e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Le parti civili, ospedale Cto-Pini, Ordine provinciale dei medici e Regione Lombardia vengono risarcite con 36.000 euro. E intanto trascorrono altri due anni e mezzo, cioè siamo a quasi cinque da quel giorno dell’arresto. In appello cambia tutto. Cambia il pm, che non si chiama più Eugenio Fusco, ma Celestina Gravina, la stessa che ha demolito mattoncino su mattoncino il processo Eni e la costruzione accusatoria del pm Fabio De Pasquale.

Si comincia con il modificare l’accusa nei confronti dei due medici, i professori Lorenzo Drago e Carlo Luca Romanò, i quali erano stati condannati in primo grado a sei anni e mezzo di carcere per non aver segnalato all’ospedale di cui erano dipendenti non solo di essere gli inventori del famoso farmaco, ma anche di esser diventati soci del proprietario della ditta che produceva il dispositivo. La pg Gravina chiede la derubricazione della corruzione in abuso d’ufficio e la seconda corte d’appello ratifica il patteggiamento concordato tra le parti. Ma soprattutto assolve, su richiesta della stessa pubblica accusa, che ha parole durissime nei confronti sia di chi l’aveva accusata che del tribunale che l’aveva condannata, la ormai ex direttrice sanitaria Paola Navone perché “il fatto non sussiste”.

Il presidente Maurizio Boselli ha ritenuto non solo che il ruolo della direttrice sanitaria non fosse determinante per introdurre quel dispositivo nell’ospedale, ma anche che le famose “utilità” non avevano certo la forza di indurre qualcuno a farsi corrompere. Arriva il momento della verità. Il pianto liberatorio della dottoressa, il rammarico del suo legale Piero Magri, che ricorda il calvario subito dalla sua assistita, saranno sufficienti a inserire questo “caso” tra quelli già citati come vergogna per uno Stato di diritto dal ministro Carlo Nordio? Noi crediamo che lo meriti.

 

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Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.